FRANCO CARDINI.
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Vita di Carlomagno.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Che cosa rappresenta Carlomagno per noi? Siamo in qualche modo debitori a questo sovrano il cui impero ha avuto una durata relativamente breve e la cui figura oscilla tra storia e mito? Forse  eccessivo parlare di padre della patria; eppure nella fondazione dellImpero romano germanico, radicato nel Medioevo ma con uno sguardo alla modernit, e nella volont nostalgica di riportare in vita lImpero romano considerato come qualcosa di straordinariamente fondante ci sono i prodromi di un comune denominatore storico europeo, pur nella pluralit e nel rispetto delle singole identit.
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Carlomagno  una figura storica di confine: sovrano medievale, di quel Medioevo dal quale la coscienza europea comincia pian piano a emergere. E accanto alla storia il mito: il cavaliere, il crociato, il cristianizzatore, il rifondatore della cultura, Sovrano semianalfabeta, non si  mai stancato di sottolineare nelle leggi limportanza degli studi, unico antidoto alla barbarie e solo strumento di emancipazione. Franco Cardini, pagina dopo pagina, ci porta alla scoperta di questo sovrano eclettico, ci fa scoprire luomo, il politico, lo stratega, il guerriero. E si sofferma sulla sua intuizione pi folgorante, a dispetto della brevit del suo regno; quella di un comune territorio politico e religioso per accogliere etnie diverse nel rispetto delle loro peculiarit. Questo il nostro debito verso di lui.
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LAUTORE.
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Franco Cardini  nato a Firenze nel 1940. Professore emerito di Storia medievale presso lIstituto di Scienze Umane e Sociali/SNS,  studioso principalmente di storia delle crociate, dei pellegrinaggi e dei rapporti fra Europa cristiana e Oriente. Tra le sue ultime pubblicazioni, La Via della seta con Alessandro Vanoli (Bologna, 2019).
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INDICE.
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Introduzione.
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Parte prima. I FATTI.
1. Lalba dellEuropa.
2. I figli primogeniti di Roma.
3. Due re e alcuni matrimoni.
4. Alla conquista di un impero.
5. Imperator Romanum gubernans imperium.
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Parte seconda. LIMMAGINE.
6. Luomo.
7. Il politico.
8. Il guerriero.
9. Il diplomatico.
10. La croce e il libro.
11. Il mito.
Nota critica.
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Appendice.
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Carlomagno e la sua discendenza.
La genealogia dei carolingi.
Mappa dellimpero di Carlomagno.
Mappa della divisione dellimpero dopo il trattato di Verdun (843).
Lamministrazione di Carlomagno.
Lascesa dei carolingi: cronologia.
Cronologia comparata.
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Fine Indice.
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Ai veri europeisti: quelli cio che auspicano, al di l dellunione economica e finanziaria, lautentica nascita di ununione politica che sia lanima della patria europea.
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Franco Cardini.
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INTRODUZIONE.
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Perch un libro su Carlo re dei franchi e imperatore di un impero di dubbia natura, dincerta
legittimit e di breve durata; perch un libro su quel Carlomagno tale la grafia ordinaria, bislacca
sintesi del nome e dellepiteto onorifico, che qui rispettiamo, che riempie di s la storia, la leggenda, il
mito e le biblioteche? La risposta potrebbe forse consistere qui nella necessit di riflettere, in modo
magari un po appartato rispetto al mondo delle grandi opere storiche e dei trattati rigorosamente
scientifici; ma senza cadere nelle bassure duna divulgazione troppo disinvolta, su alcune tra le grandi
figure e i grandi momenti che hanno costituito il tessuto di quella storia europea che ancora non
sinsegna in nessuna scuola dei paesi della Comunit; e forse, quando ci si comincer a chiedere in che
misura sia possibile insegnare in tutti quei paesi una storia patria comune, nel rispetto naturalmente
delle singole identit locali, regionali e nazionali, un apprezzabile passo in avanti sulla via
dellintegrazione europea e della sua trasformazione in una vera e propria compagine politica sar stato fatto.
Carlo non fu un vero e proprio padre della patria: e comunque la retorica dei padri della
patria sarebbe lontana dai gusti di chi scrive queste pagine. Certo per, e torna qui in mente una bella
e grande intuizione di Henri Pirenne, la figura e il tempo dellimperatore franco stanno in un certo
senso sulla soglia di quel medioevo dal quale lEuropa e la coscienza europea hanno finito a poco a
poco con lemergere. Pensiamo al Carlo unificatore di unarea franco tedesco italo frisonica, con un
annesso iberico, che gi configura lEuropa occidentale e continentale; pensiamo al
cristianizzatore colonizzatore, con mezzi talora spicci, di una porzione della futura Mitteleuropa;
alluomo che allacci rapporti non solo con la vicina Inghilterra e un po con la Spagna tanto cristiana
quanto musulmana, ma anche con Bisanzio e con il califfato di Baghdad.
Ancora, non si pu non guardar con una qualche gratitudine a questo barbaro semianalfabeta
che non si stancava mai nelle sue leggi di esortare agli studi e allimpulso del quale dobbiamo una
scrittura tanto nitida che gli umanisti la credettero romana antica e una accademia che anticipa il
successivo sviluppo degli studi; a questo germano che pensava tanto in grande da concepire addirittura
il progetto di un canale che collegasse il Reno e il Meno al Danubio e inaugurasse quindi una via
dacqua navigabile tra il Mare del Nord e il Mar Nero.
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Infine, inchiniamoci ancor oggi, con qualche commozione, dinanzi al suo mito. La sua opera di fondatore di un impero non dur a lungo; la sua indole fu tale da indurci a sostenere, con tutto il rispetto per Federico I Barbarossa, che lo impose alla gloria degli altari, che non fosse proprio un santo. Eppure questuomo brutale, dal quale a tratti emerge la ruvida joie de vivre del capo barbaro, ci  nonostante tutto simpatico. E poi, per noi, resta limperatore dalla barba fiorita della Chanson, il preux medievale che ha ispirato anche il Drer, il protagonista di tanti romanzi storici (qualcuno anche comico) e di tanti film e fiction televisive, il sovrano limmagine del quale  stata cos frequentemente catturata dai manipolatori politici della storia ma anche lo statista sul quale hanno meditato con grande passione civica europei ed europeisti illustri come Gustav Stresemann e Konrad Adenauer.
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Se daltronde dalla continua rimeditazione sulla storia si passa alla storia in s e per s intesa e al problema della possibilit di una sua ricostruzione scientifica e obiettiva, questo libro non pu essere accolto (anche perch non ha potuto essere scritto) se non con molti e, crediamo, fecondi dubbi.  davvero possibile scrivere correttamente una biografia? E la biografia di un sovrano? E di un sovrano medievale, poi?
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I fatti, certo, sono pi o meno l, e pi o meno noti: ma, quando da essi si debba passare allinterpretazione, le fonti rivelano una tenace fedelt formale a schemi tradizionali di tipo plutarcheo o svetoniano. Ed  difficile, allora, scrivere la storia di questo o di quel monarca; si finisce piuttosto per aver dinanzi dei tipi: il re santo, il re pio, il re padre dei poveri, il re conquistatore, il re modello.
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Ancora pi difficile poi passare dal ritratto ufficiale, politico, diplomatico, militare, a quello personale e intimo: se il re degli atti e del pensiero sfugge, quello dei sentimenti resta inattingibile. Al punto tale che forte sarebbe, nel biografo serio, lintenzione non gi di comporre forzosamente le differenti voci degli informatori bens di esacerbarne divergenze e differenze fino a proporre del biografato una pluralit dimmagini tutte plausibili eppure tutte differenti tra loro, in un inaccordabile caleidoscopio dinterpretazioni luna refrattaria allalterit dellaltra: un po come hanno fatto Orson Welles in Citizen Kane e Arsenio Frugoni nella sua biografia di Arnaldo da Brescia.
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Disperante fascino dei modelli.
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E non alludiamo certo alla statura dei biografanti: Frugoni e Welles stanno troppo in alto per un
normale studioso. Alludiamo al biografato. Chi si accinga oggi a raccontar la vita di un sovrano
medievale ne ha dinanzi almeno due: se si vuole, due casi limite. Il Federico Secondo di Ernst Kantorowicz,
con tutta la sua carica nietzscheano spengleriana, e il Luigi Nono di Jacques Le Goff, che attraverso la
scomposizione tipologica delle fonti riesce a fornire alla fine un ritratto ben radicato in una storia che
resta, nonostante tutto, scienza della ricostruzione di un passato vero.
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Accettando linvito dellEditore a tracciare una biografia di Carlo che potesse proporsi come lavoro di sintesi e di divulgazione, non avevamo e non abbiamo da parte nostra n ambizione di confrontarci con chicchessia, n obiettivi di carattere strettamente scientifico da raggiungere. Per questo abbiamo proposto una linea fortemente radicata nei fatti, priva di quelle note che di solito irritano o intimidiscono o stancano il lettore non specialista mentre, quando non servano di corredo a lavori strettamente scientifici, deludono e lasciano insoddisfatto il lettore un po pi competente e impegnato: abbiamo affidato a una breve Nota critica il compito di servir da viatico a chi volesse o dovesse per qualche motivo saperne di pi.
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Nelle nostre pagine ci siamo limitati a segnalare, con discrezione, i momenti nei quali il modulo narrativo non pu bastare e occorre passare a quello problematico, anche a costo di provocare il lettore pi spiccio o pi pigro, quello che alla storia chiede solo di dire nel modo pi chiaro come le cose sono veramente andate e per questo riceve spesso delusioni proprio da parte dei biografi pi onesti. La biografia definitiva su Carlomagno, forse, non sar scritta mai. La nostra  opera aperta e riflessione su altre opere aperte. Ne sia consapevole il lettore.
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Parte prima. I FATTI.
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Capitolo 1.
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LALBA DELLEUROPA.
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Il 476: un Anno Zero? Cos, nonostante tutto, si ostinano ancora a presentarlo parecchi
manuali scolastici di storia, impegnati a guardare la storia da un angolo di visuale centrato
sullOccidente e a seminare di cesure il corso degli eventi. Sembrerebbe, a seguire certe magari
implicite affermazioni, che con questa data finisca un mondo di luce e di civilt e si apra invece unet
buia di barbarie e di lotta per la sopravvivenza. Le cose stanno altrimenti.
Limpero romano, punto necessario di partenza del nostro discorso, non fossaltro perch
rimane sempre sullo sfondo, come termine dispirazione e anche di paragone, era entrato in una crisi
difficilmente reversibile molto prima del 410, data del celebre saccheggio della citt di Roma da parte
del visigoto Alarico. Eppure, dalla dissoluzione della pars Occidentis dellimpero e dallincontro con le
magmatiche culture germaniche, stava nascendo quel che noi oggi chiamiamo Europa. Fu un processo
lungo, violento, contorto e per certi aspetti ancor oscuro: ma anche illuminato dalla luce di una grande
civilt di cui limpero carolingio costituisce uno dei momenti pi qualificanti.
La Grecia conquistata soggiog il feroce vincitore.  nota questaurea massima di Orazio, il
quale voleva cos indicare la rivincita che la cultura greca si era presa su quella, pi rozza e brutale, del
potente vicino romano. Ma con landar del tempo, mano a mano che listituzione imperiale andava
affermandosi e radicandosi, il vero vincitore si rivelava lOriente. Limperatore romano and
somigliando nei secoli sempre meno ad Augusto e sempre pi ad Alessandro; e, attraverso di lui, a
Dario o a Serse: basileus piuttosto che princeps.
Il fascino dellOriente premeva sulle regioni occidentali del Mediterraneo da molti secoli. Gi
Alessandro Magno, una volta realizzato il suo impero, nello sforzo di creare una sintesi tra la cultura
greca e quella persiana aveva iniziato ad assumere atteggiamenti tipici della regalit di stampo
orientale, del tutto estranea alla mentalit ellenica: il re vi appariva come una sorta di personaggio
divinizzato, ieratico e distante. I suoi successori non tardarono a seguirne lesempio: Tolomeo dEgitto,
per esempio, aveva presto dimenticato di essere un generale macedone per assimilarsi agli antichi
faraoni, come illustrano le immagini di alcuni templi in cui egli e i suoi successori appaiono in vesti e
atteggiamenti da sovrani egizi. Alessandro stesso aveva avviato anche questo discorso, imponendo la
sua divinizzazione come Amon Ra.
Qualcosa di simile era fatalmente accaduto anche a Roma; Caligola e Nerone, che la tradizione
storiografica di segno senatorio e aristocratico tacci di follia, avevano probabilmente come colpa
principale laver per primi, e prematuramente, tentato di realizzare questa trasformazione, superando
le origini repubblicane e senatorie del principato e immettendovi un elemento divino: un errore
costato la vita gi allo stesso Cesare e che il pi prudente Augusto aveva ben curato di evitare.
Il quadro sociale del ceto dirigente nellet dellimpero era articolato, almeno a partire dal I
secolo, in due ordini principali: fra i cittadini romani adulti (quattro milioni circa di maschi al principio
del I secolo) emergevano gli ordini senatorio ed equestre, qualificati da una cospicua ricchezza e dal
riconoscimento ufficiale. Laristocrazia senatoria era inquadrata nel senato di Roma, che reclutava i
propri membri per cooptazione (talvolta anche per designazione imperiale), mentre i cavalieri erano
scelti dallimperatore. Diversa anche lorigine dei patrimoni: il primo ordine basava la sua ricchezza
essenzialmente sulla propriet fondiaria e tendeva allereditariet, mentre il secondo, dal quale
limperatore traeva prevalentemente i quadri burocratici centrali e periferici, alimentava il proprio
patrimonio anche per mezzo di speculazioni commerciali e finanziarie.
Nel Terzo secolo, con lestensione della cittadinanza romana a tutti i sudditi di condizione libera, i
ceti dirigenti assimilarono una larga parte delle aristocrazie locali provenienti dalle diverse citt dellimpero.
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Si andava cos rafforzando il quadro gi immaginato e delineato da Augusto: unintegrazione
fra apparato politico e ceti sociali egemoni attuata grazie al compromesso fra lautonomia delle citt e il
dispotismo imperiale, appoggiato dallesercito. Una situazione gi caratteristica dei regni ellenistici: ma
perfezionatasi nel mondo romano grazie alle presenze mediatrici del principe e del ceto equestre, da lui
accuratamente controllato ed egemone nellapparato burocratico. I cittadini pi importanti dei vari
municipi avevano la speranza di essere innalzati dalla volont dellimperatore al rango di equites,
mentre a sua volta il servizio effettuato nellalta burocrazia imperiale poteva permettere limmissione
nel gruppo socio istituzionale pi elevato: il senato.
Naturalmente, questo quadro non mancava di presentare vari problemi, che si aggravarono
sempre pi soprattutto a partire dal Secondo secolo. Anzitutto, si acu il contrasto tra lautorit del principe e
quella, sempre pi nominale, del senato: un autentico Leitmotiv di tutta la storiografia senatoria. Si
accrebbe inoltre il peso dellesercito, che tendeva a imporre la propria volont nella scelta degli
imperatori. Unanticipazione della crescente importanza di questo fattore si era gi avuta alla met del I
secolo, quando una congiura militare aveva abbattuto Caligola e innalzato al trono Claudio: il quale fu
 nonostante lastioso parere di Tacito e di Svetonio, un ottimo principe. Con il passare del tempo
accadde sempre pi di frequente che gli imperatori venissero imposti dallesercito. Progressivamente la
situazione precipit in unanarchia culminata nella crisi del Terzo secolo. La condizione delle plebi rurali e
urbane, il cui disagio  gi palpabile nelle opere di Marziale e Giovenale, si era fatta sempre pi
pesante fino a degenerare negli ultimi secoli dellimpero: allorch un numero sempre pi ingente di
artigiani e contadini prese a sottrarre preziose linfe vitali al servizio militare per rifugiarsi nelle villae
dei proprietari dei latifondi e prestarvi opera in cambio di sostentamento e protezione.
A tale quadro gi potenzialmente instabile venne ad aggiungersi un nuovo, pericoloso elemento
di destabilizzazione: la pressione delle genti barbare a nord est del limes. Si trattava soprattutto di
popolazioni germaniche, e a dire il vero non era proprio una novit: Roma laveva conosciuta fin quasi
dallinizio della sua storia, ma per un lungo periodo era riuscita, a parte qualche rovescio, a tenerla a
freno, spesso con sistemi sbrigativi come il massacro dei cimbri (celti) e dei teutoni (germani)
compiuto dal console Caio Mario.
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I germani appartenevano, come i greci e in parte gli italici, al ceppo linguistico indoeuropeo. Agricoltori, allevatori e cacciatori, essi erano prevalentemente seminomadi e vivevano raccolti in trib guidate da unaristocrazia guerriera. Dallet di Augusto in poi, fino a circa la met del Terzo secolo, si verific lungo la frontiera del Reno e del Danubio un alternarsi di incursioni germaniche e di controffensive romane. Nel suo De origine et situ Germanorum, meglio noto come Germania, Tacito parla di questi popoli con una qualche ammirazione, quasi ad ammonire quella Roma, che egli vedeva, con una certa dose di retorica  gi avviata lungo la pericolosa china della corruzione, a non sottovalutare un avversario dalle energie fresche e per certi versi pi sane.
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Il moralista Tacito tendeva a esagerare: ma in questo si rivel osservatore attento e buon profeta, sia pur non troppo ascoltato. Cpita, ai profeti. Il Terzo secolo registr la svolta decisiva nei rapporti tra limpero e i germani. Grazie anche alla comparsa di un nuovo e bellicoso popolo, i goti, le incursioni cominciarono a cambiare carattere: non pi isolate scorrerie a scopo soprattutto di rapina e di saccheggio, ma esiti dellattivit coordinata di leghe militari con ampia capacit di penetrazione. In questa fase comparvero anche i franchi, che troviamo uniti agli altri germani occidentali e agli svevi nelle ondate dinvasione della Gallia; in seguito, arrivarono sino allItalia.
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Verso la fine del secolo, grazie soprattutto a Diocleziano, limpero riusc a riprendersi; anche la strategia nei confronti dei germani conobbe allora un mutamento sostanziale. Poich il metodo esclusivamente difensivo aveva mostrato i suoi limiti, si cerc di attrarli nellorbita di Roma. A tale scopo, si seguirono due strade. Anzitutto limmissione massiccia nel territorio controllato dallimpero e nelle sue stesse istituzioni di elementi barbarici, alcuni dei quali col trascorrere del tempo assunsero unimportanza sempre pi rilevante fino a conseguire alte cariche: soprattutto a partire dai tempi di
Costantino (306 337), che introdusse la separazione tra le carriere dei funzionari civili e quelle dei militari.
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Quindi, anche per ripopolare le zone che erano state maggiormente devastate, si procedette
alla costituzione di colonie di prigionieri, come gli alamanni e i franchi in Gallia. Di conseguenza i
contatti del popolo franco con la romanit, iniziati in modo conflittuale, approdarono presto a una sorta
dintesa: non per nulla agli inizi del drammatico Quinto secolo troveremo i franchi alleati dellimpero
nellultimo tentativo di difesa del limes nordoccidentale. Una sorta di presagio? Difficile dirlo, anche
perch su questi primi rapporti le informazioni non sono molte n del tutto chiare. Certo, per, i franchi
ebbero fin da allora modo non solo di cogliere ma anche in parte di assorbire il richiamo della civilt romana.
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Non insisteremo qui sulle cause che portarono alla caduta dellimpero romano: o meglio, alla
fine della sua parte occidentale. Di ci si  molto parlato, e comunque limpero non cadde affatto: si
ridefin, scegliendo di emarginare progressivamente la sua parte pi povera e sottosviluppata, cio il
nord ovest di quel mondo mediterraneo che ne restava lo scenario. Dallaltra parte del Mare nostrum,
nel 330 Costantino aveva fondato sul Bosforo, sul sito dellantica Bisanzio, la citt di Nuova Roma,
destinata pi tardi, durante il regno di Teodosio, a diventare la seconda capitale dellimpero sotto il
profilo formale (ma in pratica lo era gi da quando Costantino vi aveva trasferito la sua residenza) e a
venir chiamata Costantinopoli. La divisione dellimpero in due parti, pur gi tentata, avrebbe dovuto
essere almeno nelle intenzioni soltanto amministrativa: limpero veniva infatti concepito come una sola
unit, idea questa che avrebbe resistito per diversi secoli, anche dopo leclissi della parte occidentale.
Non si tratta di una pura faccenda di denominazione: se non si tenesse ci ben presente, non si
comprenderebbe latteggiamento che la capitale dOriente avrebbe pi tardi manifestato nei confronti
del neonato impero carolingio. N, ancor prima, si sarebbe in grado di valutare compiutamente il gesto
di Odoacre, al quale i posteri daranno unimportanza che sicuramente i contemporanei non avvertirono.
Inviando nel fatidico 476 le insegne dellimpero dOccidente allimperatore dOriente Zenone,
Odoacre non intese compiere alcun passo rivoluzionario: ma soltanto ribadire come lautorit di un solo
imperatore fosse sufficiente, dato appunto il concetto dimpero come uno e indivisibile.
Non cera n poteva esserci, da parte dei vari popoli germanici che dallinizio del Quinto secolo si
succedettero a ondate in Occidente, alcuna volont distruttiva nei confronti dellimpero. Anzi, essi
ambivano semmai a esser inquadrati e riconosciuti allinterno della struttura imperiale stessa. Quel che
determin la dissoluzione dellimpero in Occidente fu il collasso delle sue istituzioni e delle sue
strutture sociali, lo sclerotizzarsi della classe dirigente e laccumularsi di una serie di problemi
demografici, economici e militari difficilmente risolvibili.
Primo fra tutti, quello dello sviluppo elefantiaco del latifondo. Quando pensiamo a una villa del
tardo impero possiamo figurarci una residenza signorile, schiavi e coloni che provvedono praticamente
a tutte le necessit fino a creare un sistema economicamente chiuso, ma anche vastissime estensioni di
terra che a volte includono intere regioni.
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Gi nel I secolo il Satyricon di Petronio ce ne d uno spiritoso esempio, presentandoci un rozzo
proprietario terriero che si vanta di non conoscere neppur lesatta estensione delle sue terre. Al di l
della rappresentazione caricaturale, Petronio non esagerava. Se questa era la situazione gi ai tempi di
Nerone, alla fine del Quarto secolo e ai primi del Quinto il latifondo aveva ormai cancellato praticamente del
tutto la piccola propriet contadina, tradizionale serbatoio dellesercito romano, e provocato la
scomparsa della figura dellagricoltore soldato su cui si era fondata lantica forza romana.
Ne derivava la necessit di arruolare nellesercito elementi barbarici che in breve tempo
raggiunsero anche posizioni di primissimo piano, come prova il celebre caso del vandalo Stilicone.
Allinizio del Quinto secolo nuove, massicce incursioni barbariche crearono gravi problemi nelle strutture
difensive dellimpero, soprattutto nella sua parte occidentale: quando con lassassinio di Stilicone,
eliminato nel 408 dagli intrighi di una corte sempre pi imbelle e corrotta, venne a mancare il sostegno
di un valido generale, fu linizio della fine. Presto la pars Occidentis sarebbe stata preda di vari capi
barbari che si sarebbero insignoriti di intere regioni fondandovi regni propri, sia pure sotto la sovranit
puramente nominale dellimpero; oppure si sarebbero combattuti tra loro per il controllo della corte
dislocata a Ravenna, ormai del tutto incapace di dominare la situazione.
Nella parte orientale dellimpero, nata come quella occidentale nel 395 alla morte di Teodosio,
le cose stavano diversamente: il governo era pi solido; le strutture burocratiche e la corte avevano un
maggior controllo della situazione demografica, politica ed economica; la presenza del grande latifondo
era meno pressante che in Occidente. Inoltre, limpero dOriente inaugur una doppia politica: da una
parte non esitava a pagare tributi ai barbari confinanti pur di garantirsi il mantenimento della sicurezza;
dallaltra era in grado di promuovere una reazione antibarbarica molto pi radicale ma dalle
conseguenze meno traumatiche che in Occidente. Tra la fine del Quarto e linizio del Quinto secolo, ad esempio,
migliaia di goti che stazionavano a Costantinopoli vennero massacrati senza piet e ogni loro influenza
fu di fatto cancellata, mentre lesercito si riorganizz in modo da impedire lascesa di elementi
barbarici agli alti gradi militari.
Fu proprio quanto era accaduto in Bisanzio a provocar a Ravenna quellopposizione al
compromesso con i barbari che port alla rovina di Stilicone; ma il capo goto Gainas non aveva mai
avuto in Bisanzio il peso che il generale vandalo aveva in Occidente: e lambiente politico militare
dOriente si trov assai meglio in grado di far quadrato attorno al proprio sovrano e di controllare la
situazione. La dinastia teodosiana pot cos reggersi a Costantinopoli per circa sessantanni.
Nel Quinto secolo, dalla sintesi fra le diverse realt in conflitto, nacquero i regni romano barbarici 
che si sostituirono alla compagine imperiale: goti in Italia, vandali in Africa, visigoti in Spagna e nella
Gallia meridionale, solo per ricordare i pi importanti. Nella maggior parte dei casi, non vi fu alcuna
integrazione tra germani e latini: i barbari si governavano con leggi loro proprie, basate sulla
consuetudine. La religione praticata era il cristianesimo: tuttavia la maggior parte dei germani (con una
rilevante e importantissima eccezione, come vedremo) era stata evangelizzata da missionari ariani.
Larianesimo, una delle tante confessioni fiorite nei primi secoli del cristianesimo, ma per molti aspetti
la pi duratura e importante, vedeva nel Cristo una sola natura: quella umana. Quandesso fu dichiarato
eretico, molte genti germaniche vi erano gi state convertite ed erano assuefatte a considerare il Cristo
attraverso la sua prospettiva.
Dal canto loro, le genti latine continuavano a seguire il diritto e le tradizioni religiose loro
propri: frattanto, una pi o meno lenta integrazione reciproca procedeva, in modi e secondo tempi che
non siamo in grado di ricostruire in dettaglio. Con il passare del tempo la Chiesa romana andava
acquistando sempre pi forza e autorit, avviandosi quindi a diventare, come avremo modo di vedere
meglio in seguito, uno dei pilastri del nuovo assetto socio politico istituzionale. In Occidente, esisteva
una sola Chiesa diocesana che potesse aspirare al titolo di patriarcale in quanto fondata da un apostolo:
quella di Roma, aureolata comunque dal nome e dallautorit dellimpero.
Infatti, se la pars Occidentis si trovava priva di un sovrano, rimanevano in cambio sempre ben
vivi e presenti il concetto e lidea dimpero; e se i reges germanici ambivano spesso a riconoscimenti
da parte della corte bizantina, a Costantinopoli non venne mai meno la coscienza in forza della quale i
basileis si considerarono non gi gli eredi, bens i continuatori della tradizione romana: e ci anche
dopo che linvasione longobarda prima e la nascita dellimpero romano germanico poi ebbero reciso
quasi del tutto i legami con la pars Occidentis. Se ne sarebbe amaramente e a sue spese reso conto, nel
968, il vescovo di Cremona Liutprando, incaricato dallimperatore Ottone Primo di combinare il matrimonio
del proprio figlio con una principessa bizantina: il povero prelato si vide trattare con il massimo
disprezzo, soprattutto quando os riferirsi al suo sovrano Ottone usando il titolo di imperator.
N a Costantinopoli ci si era rassegnati troppo di buon animo allidea di aver unautorit
puramente nominale sulla pars Occidentis. Anzi, si attu un tentativo concreto di ricostituire anche
politicamente lunit del vecchio mondo romano. Se esso avesse avuto un successo pi stabile, ci
avrebbe impresso al corso della storia europea una direzione completamente diversa da quella che
effettivamente ebbe: perch la storia, sia chiaro, non solo si pu, ma si deve fare con i se e i ma.
Nel 527 saliva al trono imperiale Giustiniano. Liquidato nel 532 un conflitto che da tempo opponeva
Bisanzio ai persiani e represse con durissima energia le opposizioni che si erano manifestate allinizio
del suo regno (la cosiddetta rivolta della Nika), il nuovo imperator (non si aveva ancor labitudine di
chiamarlo almeno ufficialmente con lappellativo greco di basileus) pot avviare il suo progetto pi
audace e ambizioso: la riconquista dellOccidente.
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Nel 533, nonostante le perplessit di molti fra i suoi collaboratori che temevano il ripetersi del clamoroso fallimento di un tentativo effettuato nel 468, limperatore incaric il generale Belisario di riconquistare lAfrica vandalica. Fu un successo fulmineo; il regno vandalico era quello dove lintegrazione tra occupanti e popolazione locale era stata pi fragile, sia per motivi religiosi, sia perch i vandali si erano impossessati di larga parte delle propriet terriere. Ci facilit non poco lesito del conflitto, che restitu a Bisanzio il controllo non solo del Nordafrica, ma anche delle coste meridionali
della penisola iberica. Un successo che consent la liberazione del Mediterraneo dalla pirateria e la protezione delle regioni costiere e delle libere comunicazioni tra loro.
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Di ben altra durata e drammaticit fu invece la lotta per la riconquista della penisola italica, la
cosiddetta guerra greco gotica: durata con vicende alterne diciotto anni, tra il 535 e il 553, essa cost a
Bisanzio un terribile sforzo politico militare e lasci lItalia stremata e impoverita. Alla fine, tuttavia, il
successo fu totale. Nei progetti di Giustiniano linstaurazione di un governo locale a Ravenna, ultima
capitale dellimpero occidentale e residenza dei re goti, con giurisdizione sin ai confini con la Gallia 
avrebbe dovuto diventare il tramite per una pi consistente egemonia imperiale fino alloceano
Atlantico. Non per nulla Giustiniano instaur uno stretto controllo anche sulle isole del Tirreno, sulle
Baleari e sulle coste iberiche meridionali; in tal modo lintero mondo latino germanico avrebbe dovuto
piegarsi alla supremazia romano orientale.
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Mai, prima del nostro regno, Dio aveva permesso ai romani di compiere tante conquiste! Cos
esclamava limperatore in una delle sue leggi, le Novellae, poste a coronamento della grande e duratura
collezione giuridica, il Corpus iuris civilis, che rappresenta la codificazione definitiva del diritto e che
tanta parte ebbe, alcuni secoli pi tardi, nella rinascita del diritto romano in Occidente.
I risultati effettivi dellambizioso e poderoso sforzo giustinianeo di riconquista furono invece
assai pi precari. Le spossate risorse dellimpero non consentirono allimperatore di portar a termine il
suo programma attaccando franchi e visigoti; daltra parte, la politica repressiva e la dura pressione
fiscale attuate nei territori riconquistati gli alienarono ben presto, soprattutto in Italia, il favore delle
popolazioni sulle quali erano ricadute molte delle spese di guerra nonostante le drammatiche condizioni
in cui il conflitto le aveva lasciate. Gi nel 568 i longobardi, genti germaniche insediate in precedenza
nellarea danubiana (ma originarie probabilmente della regione alle foci dellElba), che avevano avuto
scarsi contatti col mondo romano, strapparono lItalia al dominio bizantino, con leccezione di alcuni
territori fra cui Ravenna, parte dellItalia meridionale, la Sicilia e, fatto molto importante, Roma.
Proprio nel periodo della dominazione longobarda in Italia lautorit del pontefice (titolo questo
originariamente spettante a tutti i vescovi, e che non indicava niente di pi dellautorit vescovile)
divenne qualcosa di ben pi forte di un potere spirituale, sostituendosi gradualmente a quella sempre
pi nominale di Bisanzio. I contrasti continui tra il vescovo di Roma e i longobardi spinsero la Chiesa
di Roma a cercar quellappoggio del regno dei franchi che, come vedremo, divenne determinante per il
corso della storia europea. In tal modo il pontefice inaugur una nuova tattica: agendo quasi come un
sovrano temporale egli, per salvaguardare i propri territori e le proprie prerogative, seppe inserirsi
abilmente nel gioco delle rivalit tra i grandi potentati della sua epoca.
Per Bisanzio, invece, la riconquista dellunit dellantico mondo romano rimase semplicemente
un sogno destinato a sbiadire sempre pi fin a scomparire, nella misura in cui la sua sovranit
abbracciava solo alcune regioni orientali dellEuropa e parte dellAsia Minore; era anzi lAsia la sua
autentica frontiera. Vi fu ancora per un istante un raggio di speranza, con il regno tra il 610 e il 641, di
un altro grande basileus: limperatore Eraclio.
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In un momento drammatico, in cui limpero bizantino si trovava sottoposto a una nuova
pressione dei longobardi che tentavano di strappargli i residui territori in Italia, ad incursioni vare e
slave nella penisola balcanica e alloccupazione di Siria, Palestina ed Egitto da parte del rivale impero
persiano, Eraclio riusc a capovolgere completamente una situazione che pareva ormai disperata,
giungendo a invadere la Persia e costringendola a capitolare nel 628. Sembrava che i tempi fossero
ormai maturi anche per una controffensiva contro i longobardi e per una ripresa del vecchio progetto
giustinianeo. Ma in quella circostanza si abbatt sullimpero bizantino un nuovo formidabile nemico,
destinato a impegnarlo in una lotta mortale per tutto il resto della sua esistenza: lIslam.
Nel 634, appena due anni dopo la morte di Muhammad (un nome che gli italiani sono abituati a
storpiare in Maometto), gli arabi conquistarono la fortezza bizantina di Bosra, in Transgiordania. Da
allora, nel volgere di pochi anni, intere porzioni dellimpero vennero rapidamente occupate: la Siria con
Damasco (635), la Palestina con Gerusalemme (638), lEgitto (641).
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La stessa sorte tocc anche allimpero persiano, mentre nel corso dei due secoli successivi vennero conquistate anche la Spagna e la Sicilia. Costantinopoli divenne cos la capitale di un impero esclusivamente greco, assillato dai problemi delle frontiere sudorientali: anche la sua presenza in Italia si and sempre pi riducendo. Un celebre studioso belga, Henri Pirenne, ha visto nellinvasione islamica il dissolversi vero e proprio del mondo antico: distruggendo lunit mediterranea, lIslam avrebbe creato una frattura molto pi grave e profonda di quella verificatasi con le invasioni germaniche del quinto sesto secolo. Non and forse proprio cos, e difatti la tesi pirenniana viene tuttora fatta oggetto di discussioni continue (il che ne prova comunque la validit di fondo): lavvento dellIslam fu in ogni modo un elemento determinante per la fine della supremazia bizantina in Occidente. Leredit di Roma non era tuttavia ancora morta: altre mani, e con un differente e nuovo spirito, lavrebbero raccolta di l a poco.
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CAPITOLO 2.
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I FIGLI PRIMOGENITI DI ROMA.
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Alle origini i franchi non si differenziavano molto dagli altri germano occidentali che i romani
definivano, con orgoglioso disprezzo, barbari : cio stranieri e come tali caratterizzati dal loro latino
stentato e quasi balbuziente. Li troviamo per la prima volta a contatto con limpero verso la met del terzo 
secolo, nel momento cio dellavvio in grande stile delle incursioni germaniche. Pi che un popolo 
dotato didentit linguistica propria, i franchi erano una lega di trib (sicambri, brutteri, catti e ceruschi)
formatasi proprio verso il Terzo secolo, molto probabilmente a scopi militari, ma che si rivel assai salda e
duratura. I primi decenni della loro storia restano piuttosto oscuri; alla fine del Terzo secolo colonie di
prigionieri franchi vennero insediate in Gallia, ma ampia fu anche la loro infiltrazione nellesercito
romano, dove nel secolo successivo alcuni franchi, secondo lo schema che gi conosciamo 
raggiunsero anche alti gradi.
Allinizio del quinto secolo i franchi vivevano ormai in Gallia come foederati: cio come popolo
alleato dellimpero a cui era concesso, a determinate condizioni, di insediarsi in una precisa regione e
sfruttarne le risorse agricole. Il loro atteggiamento sembrava improntato a un sostanziale lealismo: nel
406 parteciparono, anche se con scarsi risultati, alla difesa del limes renano contro gli alani, gli svevi e i
vandali. Nel 451 furono ancora a fianco dellultimo grande generale dellimpero dOccidente, Ezio,
nella battaglia dei Campi Catalaunici contro gli unni di Attila; in seguito per, di fronte al totale
dissolversi dellautorit dellimpero in Gallia, furono costretti a pensare alla loro propria sicurezza.
Sinsediarono allora saldamente nellarea a ovest del Reno meridionale: i franchi occidentali, o salii,
nella valle della Schelda attorno a Cambrai, Arras, Tournai e Tongres; i franchi orientali, o ripuarii,
nella regione della Mosella presso le citt romane di Treviri, Colonia, Magonza, Metz. Sebbene
questultima fosse senzaltro la zona pi importante, non  di l che inizi la vera e propria storia, anzi
lepopea, del popolo franco. Fu invece un piccolo regno salico, quello di Tournai, a divenire
protagonista: qui nacque infatti verso il 466 quel Clodoveo destinato a divenire il fondatore della
dinastia dei merovingi, cui si deve lavvio della potenza franca. Era nipote del semileggendario
Meroveo (Merowech), morto nel 457, eponimo della famiglia che secondo la tradizione germanica
vantava antenati dorigine divina: per questo i franchi ritenevano che solo quella stirpe fosse adatta, per
la sacralit insita nel suo sangue, a portar la corona. Sarebbe stato questo radicato convincimento a
mantenerla sul trono per diverso tempo anche dopo la scomparsa della sua potenza.
I franchi avevano laspetto che ci  stato tramandato dal vescovo e poeta Sidonio Apollinare:
alta statura, capelli rossi acconciati in modo da tenere rasa la nuca, occhi azzurri; non avevano barba
ma baffi sottili che pettinavano spesso; di carattere fiero e bellicoso, erano famosi per labilit con cui
maneggiavano la loro arma da lancio, unascia, che da loro prese appunto il nome di francisca.
Il giovane Clodoveo, asceso al trono nel 481, realizz una grande impresa: nel giro di un
trentennio non solo riusc a saldare insieme i piccoli regni in cui erano divise le trib franche, ma anche
a sconfiggere visigoti, alamanni, turingi, burgundi e perfino i romani, che possedevano ancora una
provincia nella valle della Senna, ormai naturalmente amministrata in modo autonomo dal governatore Siagrio.
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Clodoveo adott una politica piuttosto sbrigativa. Poco pi che ventenne si alle con il re di
Cambrai per occupare la regione di Siagrio; quindi lo derub della sua parte di bottino e pi tardi lo
fece assassinare. Nel 491 disperse la trib che era a capo della confederazione dei ripuarii, facendo
attenzione a non lasciare in vita nessuno che fosse di stirpe regale. In questo modo egli riusc a
consolidare il suo potere su quasi tutta la superficie della Francia e su una parte della Germania
odierne. Tra laltro fu lui a scegliere per la prima volta come capitale Lutetia, lattuale Parigi.
Le sue azioni sembrano esser state guidate da un progetto ben preciso: trasformare le sue
conquiste in un regno saldamente unito.  in questa prospettiva che va inteso un suo gesto gravido di
importanti conseguenze: la conversione al cristianesimo nelle forme propostegli dal vescovo di Roma.
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Abbiamo visto come la maggior parte dei popoli germanici fosse giunta al cristianesimo attraverso larianesimo e come ci costituisse una delle pi importanti ragioni della mancata integrazione con lelemento romano; in Africa questo fu un motivo non secondario della fragilit del regno vandalo e della sua caduta sotto lurto bizantino. Tra i conquistatori germani e i conquistati romani si stabiliva una difficolt di rapporti causata non solo dalle differenti convinzioni religiose, ma anche e soprattutto dalla difficile convivenza tra due distinte gerarchie ecclesiastiche.
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Clodoveo, una volta cacciati i visigoti dalla Provenza e sottomessi i burgundi della valle del Rodano, aveva invece evidentemente intuito limportanza di esser accettato da quella popolazione gallo romana che coltivava le fertili valli del sud: non  certo un caso che egli si facesse battezzare nel Natale del 497 (o 498) a Reims, dal vescovo Remigio, prima di conquistar le regioni della Gallia dove la Chiesa romana era abbastanza influente da poter diventare una potente alleata. Del resto, la diocesi episcopale della citt di Roma egemonizzava in Gallia unottima organizzazione, basata soprattutto sulle sedi vescovili, e aveva pertanto una grande autorit morale e sociale: la popolazione gallo romana, di base etnica in parte celtica ma profondamente romanizzata nellidioma e nei costumi, guardava a essa, ora che le istituzioni pubbliche della pars Occidentis si erano disgregate, come alla sola sicura autorit.  alla conversione di Clodoveo che i franchi dovettero la loro fama di figli primogeniti della Chiesa di Roma.
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Che Clodoveo sentisse piuttosto forte lesigenza di presentarsi di fronte ai romani del meridione
di quella che oggi chiamiamo Francia come sovrano per cos dire legittimo,  provato anche dal fatto
che, come del resto altri principi germanici, egli fece richiesta allimperatore dOriente Anastasio della
dignit consolare. Ottenne il titolo di proconsole e le relative insegne; alcune cronache gli attribuiscono
addirittura la denominazione, evidentemente iperbolica, di Augusto, che non  credibile abbia mai
portato e che difatti non compare mai negli atti ufficiali. Finch i capi germanici aspiravano a un ufficio
che, tutto sommato, riconosceva formalmente lautorit imperiale, esso veniva concesso: ma un titolo
come quello di Augusto avrebbe implicato una sorta di pari dignit rispetto allimperatore che
Costantinopoli non poteva n voleva certo avallare; allo stesso modo non lavrebbe riconosciuta
neppure pi tardi a Carlomagno e ai suoi successori.
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Un problema che invece Clodoveo non riusc a risolvere, e che avrebbe pesato a lungo sui destini del regno franco anche dopo la proclamazione dellimpero, fu quello della successione. La corona era infatti considerata propriet personale del sovrano, ma non esisteva alcuna pratica ereditaria consolidata: neppure quella, in tempi successivi ritenuta ovvia e naturale, della primogenitura. Il paese doveva quindi essere spartito fra i vari eredi. Pertanto alla sua morte il regno perse fatalmente
lunit e si trov a esser suddiviso fra i quattro figli. Delle relazioni che intercorsero tra loro  stata data leloquente definizione di fraternit temperata dallassassinio. La storia del secolo successivo alla morte di Clodoveo fu in effetti un complicato susseguirsi di divisioni e riunificazioni quasi sempre sanguinose.
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Nel sesto secolo il regno risultava diviso in due fondamentali parti: la Neustria, imperniata sul
bacino della Senna e gravitante su Lutetia, caratterizzata da una forte compenetrazione franco romana;
lAustrasia, estesa dal bacino della Mosa fin oltre il Reno, con centro prima a Reims poi a Metz,
popolata in gran parte da germani: fu soprattutto questa regione a esprimere quellaristocrazia militare
germanica da cui sarebbe scaturita la dinastia carolingia. I confini tra Neustria e Austrasia restarono
comunque assai fluidi a causa delle intricate vicende che opposero tra loro i vari sovrani merovingi.
Accanto a esse vera la Burgundia, che prendeva il nome dal popolo che laveva dominata fino alla
conquista merovingia del 532 534: estesa dal bacino del Rodano sino alla parte meridionale
dellodierna Champagne, era anchessa caratterizzata da una convivenza sostanzialmente pacifica e tesa
alla progressiva integrazione tra la popolazione latina e quella germanica. Infine lAquitania, strappata
ai visigoti da Clodoveo, era una regione a forte impronta gallo romana con scarsi insediamenti franchi,
destinata a passare spesso da uno dei regni principali allaltro o a essere spartita tra questi. Gli aquitani,
che avevano conosciuto prima di quello franco il dominio visigoto, erano tuttavia inquadrati dai
latifondisti dorigine senatoria romana; lo stesso vale per la Provenza, la regione a est del basso corso
del Rodano, che i franchi ottennero fra 535 e 537 dagli ostrogoti, i quali fino a quel momento lavevano
dominata ma erano minacciati ora dalla guerra che limperatore Giustiniano stava conducendo contro
di loro. Daltro canto, la tendenza alla divisione dei possessi familiari e le feroci discordie avevano
molto diminuito lautorit della corona franca proprio mentre il regno si andava estendendo.
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Era fatale che, in un contesto di questo genere, laristocrazia finisse col rafforzarsi notevolmente rispetto al potere regio: il quale aveva un gran bisogno, nelle continue lotte dinastiche, del maggior appoggio possibile, che era poi costretto a ripagare in concessioni di terre e privilegi. Eginardo, un importante biografo di Carlomagno a lui contemporaneo vissuto circa tra 770 e 840, cos riassume con efficacia la situazione allinizio della sua opera dedicata al grande imperatore:
La stirpe dei merovingi... gi da parecchio tempo aveva perduto vitalit, e niente dillustre la distingueva se non il vano titolo regale. Infatti le ricchezze e il potere del regno erano nelle mani dei Prefetti di Palazzo, chiamati Maggiordomi; a essi apparteneva il sommo potere pubblico.
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Si tratta, naturalmente, di un giudizio da prendere con una certa cautela. In realt, vedremo fra breve che i merovingi conservavano perlomeno un forte motivo di ascendente sui loro sudditi, del quale non sarebbe stato troppo facile liberarsi: quello della sacralit del sangue regio. Il Prefetto (o Maestro) di Palazzo era in principio lamministratore della domus (casa) del re; poich per, come abbiamo visto, il regno era considerato propriet personale del sovrano, di fatto il suo patrimonio veniva a coincidere con il regno stesso; per cui chi ne amministrava i beni si trovava investito di ampi poteri anche pubblici.
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Nel 613 il merovingio Clotario Secondo di Neustria riusc a diventar sovrano di tutti i franchi grazie
allaiuto di due esponenti della nobilt austrasiana, un Arnolfo e un Pipino di Landen. Li ricompens
confermando il primo vescovo di Metz, capoluogo dellAustrasia, e nominando il secondo Maestro di
Palazzo della medesima regione; in pratica, consegn loro le chiavi della parte orientale del regno.
Vediamo pi da vicino questi due personaggi. Levento che li port alla ribalta della storia fu
uno dei soliti disordini che affliggevano periodicamente la dinastia merovingia: una delle lotte fra i vari
regni franchi. Brunechilde regina dAustrasia (m. 613), reggente prima per conto dei figli, quindi 
caduti costoro in battaglia, dei nipoti, aveva tentato di unificare sotto il potere austrasiano tutti i
principati franchi, ma la nobilt le aveva fatto mancare il suo appoggio. La personalit di questa donna,
figlia di un capo visigoto, rimane avvolta nel mistero. Fu mossa, come sostengono alcuni, solo
dallavidit e dagli interessi personali? O siamo invece dinanzi, come affermano altri, a una figura
straordinaria e di notevole ingegno, che tent di dare un indirizzo unitario e razionale al potere franco
in Gallia? Comunque sia, il Quarto libro della Cronaca detta di Fredegario, redatto attorno al 658 660, ci
fornisce un quadro raccapricciante della sua fine e allo stesso tempo una vivida immagine dei costumi
di quel tempo:
Quando Brunechilde comparve di fronte a Clotario... questi le enumer dieci re franchi morti
per sua colpa... Poi la fece torturare in differenti maniere per tre giorni: prima la legarono su un
cammello che la condusse per lintero esercito, poi le legarono i capelli, un braccio e un piede alla coda
del cavallo pi selvaggio, e cos fu percossa dagli zoccoli della bestia in corsa, finch il suo corpo non
fu fatto a pezzi.
Erano stati proprio Arnolfo e Pipino, capi della nobilt austrasiana, a consegnare a Clotario Secondo la
sventurata regina.
Arnolfo, vissuto allincirca tra il 580 e il 647, era probabilmente oriundo di una trib della valle
della Mosella; dopo una rapidissima carriera a corte fu eletto nel 612 vescovo di Metz, pur non essendo
neppure sacerdote e avendo moglie e figli. Aveva la fama di essere un uomo religioso nel vero senso
della parola, dotato di una piet sincera e fervente. Allinizio il nuovo compito non lo entusiasm
affatto, anzi lo sgoment: avrebbe preferito ritirarsi dal mondo e darsi a una vita interamente di
preghiera, raggiungendo i monaci irlandesi che dal 590 si erano insediati in prossimit dei Vosgi. Ma
infine accett. La cattedra episcopale di Metz era di grande importanza in quanto la citt era la capitale
dellAustrasia. Inoltre il rilievo della dignit vescovile faceva s che essa venisse ad assumere spesso
anche una funzione amministrativa, ereditata dallepoca dellindebolimento del potere imperiale
romano. Ci era stato ben compreso dai sovrani merovingi gi a partire dal regno di Clodoveo: infatti i
re avevano voluto conservare il controllo delle nomine episcopali, nonostante gli usi canonici
prevedessero che il clero, il popolo e gli altri vescovi potessero scegliere liberamente. Infine, nel 614,
Clotario Secondo rese ufficiale con un editto la necessit della sanzione reale per le nomine episcopali. Oltre
che capo del clero e pastore dei fedeli, il vescovo merovingio era dunque un amministratore che si
occupava della sua citt e affiancava il sovrano nellattivit politica: infatti Arnolfo accumul funzioni
religiose e amministrative, conservando al tempo stesso le mansioni, da lui gi detenute, di domesticus
e di palatinus. Inoltre, quando Clotario Secondo decise di insediare a Metz il proprio figlio Dagoberto, appena
decenne, per soddisfare il particolarismo della nobilt austrasiana, egli fece di Arnolfo il precettore del
giovane principe e in pratica il reggente del regno. Tuttavia, gli affianc Pipino come Maestro di Palazzo dAustrasia.
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Pipino Primo, detto il Vecchio o di Landen, nato nel 580 e morto nel 640, proveniva da una
grande famiglia di proprietari terrieri che possedeva immense tenute nella regione della Mosa. Una
cronaca del tempo ce lo presenta come un uomo molto saggio, un consigliere prudente e fedele.
Fra Arnolfo e Pipino si stabil molto di pi duna salda alleanza: il figlio del primo, Ansegisel,
spos Begga, figlia del secondo. Fu lunione delle due famiglie a dar origine alla stirpe chiamata, dal
nome dei due progenitori, arnolfingio pipinide e che pi tardi sarebbe stata conosciuta come carolingia.
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La strada per laffermazione della nuova dinastia non manc tuttavia dincontrar ostacoli. Nel
629, alla morte di Clotario Secondo, Arnolfo realizz il suo vecchio sogno: si ritir nel monastero di
Habendum (Remiremont), dove mor in fama di santit. Pipino avrebbe dovuto trovarsi a governare da
solo: ma il nuovo re Dagoberto non aveva nulla in comune con il ritratto del sovrano merovingio
tratteggiato da Eginardo. Forse proprio per non esser troppo legato al suo Maestro di Palazzo,
Dagoberto lasci Metz per Parigi portando con s Pipino; ma qui egli non sembrava avere alcuna
autorit, anzi appariva quasi prigioniero del suo sovrano. Questi, daltra parte, scelse i suoi
collaboratori pi fidati tra le famiglie autrasiane rivali dei pipinidi. Nel 639 per, dopo soli dieci anni di
regno, Dagoberto mor lasciando i figli in tenera et. Pipino sembrava in procinto di recuperare la sua
autorit; senonch un anno dopo, nel 640, egli segu il suo sovrano nella tomba.
Bisogner arrivare a Pipino Secondo detto di Hristal, figlio di Ansegisel e di Begga, perch si
realizzi la piena e ormai irreversibile affermazione della famiglia arnolfingio pipinide. Prima di lui un
figlio di Pipino Primo, Grimoaldo, era riuscito verso il 643 a ottenere la carica di Maestro di Palazzo. Aveva
per commesso un tragico errore: aveva creduto, a torto, di essere abbastanza forte da poter assicurare
direttamente, con un colpo di mano, il trono a suo figlio Childeberto. La mossa fall, e Grimoaldo fu
costretto a subire la feroce reazione della nobilt franca, ancora fortemente legata al carisma del sangue
regale e ostile al troppo ampio potere degli arnolfingi: sia lui sia il figlio furono crudelmente uccisi intorno al 656.
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Segu un ulteriore periodo di disordini, caratterizzato da un lungo succedersi di sovrani (molti
dei quali morirono in tenera et), da riunificazioni e scissioni fra i principali regni franchi e da lotte fra
le grandi famiglie aristocratiche per il controllo del potere. Finalmente, con la battaglia di Tertry
(presso Saint Quentin) del 687, Pipino Secondo riun di nuovo nelle sue mani, grazie anche al ritrovato
appoggio della nobilt austrasiana, quello che era stato lintero regno di Clodoveo. Egli non commise
lerrore di Grimoaldo: govern in nome del merovingio Teodorico Terzo e quindi dei suoi successori che,
con una sola eccezione, regnarono piuttosto poco e scomparvero in giovane et. Dalla sua capitale di
Metz Pipino, ricoprendo le cariche di Maestro di Palazzo di Neustria e di Austrasia, resse la Gallia per
ventisei anni. Mise al sicuro il paese dai nemici esterni (soprattutto frisoni e alamanni) che avevano
approfittato del periodo di torbidi; affid le principali cariche laiche ed ecclesiastiche a uomini a lui
fedeli; e, fatto interessante, fu il primo della sua casata a iniziare una politica despansione
religioso culturale che si potrebbe forse definire missionaria.
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I monaci irlandesi si erano gi talvolta addentrati nelle foreste dellattuale Germania per
spargervi i semi del Vangelo, con alterni risultati. Pipino, evidentemente anche al fine di rafforzare con
lausilio del potere ecclesiastico le sue recenti vittorie su alamanni e frisoni, cerc di attuare una
penetrazione pianificata e sistematica: venne creata la diocesi di Utrecht, che egli affid
allanglosassone Willibrord. Il Maggiordomo franco chiese per questa investitura episcopale il
consenso del pontefice: Sergio I non solo accett, ma nomin il missionario arcivescovo del popolo dei
frisoni, creando cos una nuova provincia ecclesiastica direttamente soggetta allautorit romana.
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Ci favor il rafforzarsi di quelle relazioni fra i pipinidi e Roma che di l a poco ebbero sviluppi importantissimi. Nel frattempo altri missionari vennero inviati in Westfalia e in Baviera. Fu con Pipino Secondo che la figura del sovrano merovingio assunse definitivamente i contorni tratteggiati dal biografo di Carlomagno. Il potere era ormai stabilmente nelle mani della famiglia austrasiana; oltre a Eginardo, anche gli Annali di Metz (nono secolo) descrivono efficacemente la situazione:
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Tutti gli anni, per le calende di marzo, il Maestro di Palazzo Pipino Secondo riuniva unassemblea
generale dei franchi secondo il costume degli antichi. Data la reverenza dovuta al titolo di re, egli la
faceva presiedere dal re in persona fino a quando costui non aveva ricevuto da tutti i potenti tra i
franchi i doni annuali e tenuto un discorso in favore della pace e della protezione della Chiesa... A quel
punto Pipino rimandava il re alla sua villa reale di Mamaccas per esservi custodito con onore e
venerazione mentre lui governava il regno dei franchi.
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Si tratta di un quadro un po pi rispettoso in confronto a quello di Eginardo, il quale descrive
con malcelato disprezzo gli ultimi sovrani merovingi che si contentavano di avere la barba lunga e la
chioma fluente, allora considerate simbolo di regalit e segno del potere carismatico dorigine divina
che la permeava, e viaggiavano su un carro tirato da coppie di buoi guidati da un bifolco, alluso
rustico. Il dotto monaco del secolo Nono sembra dimenticare o ignorare il carattere magico religioso del
diritto di sangue al trono e il carisma che, nonostante la cristianizzazione, i sovrani della vecchia
dinastia continuavano evidentemente a incarnare. Non si spiega altrimenti perch tanto Pipino Secondo quanto
il suo successore Carlo Martello si guardassero bene dal cingere essi stessi la corona.
Pipino Secondo mor nel dicembre 714 lasciando un nipote in tenera et, Teodoaldo, oltre a un figlio
illegittimo, Carlo, anchegli giovanissimo. Di un altro figlio illegittimo, Childebrando, si perse subito
traccia. Il Maestro di Palazzo aveva designato il nipote come suo erede: ma immediatamente la nobilt
di Neustria si ribell contro legemonia della famiglia austrasiana, ne sconfisse le forze a Compigne
(715) e pose sul trono un sovrano (naturalmente merovingio) col nome di Chilperico Secondo, sotto la
consueta tutela di un altro Maestro di Palazzo, Ragenfredo. Fu cos che entr in scena colui che sarebbe
stato leponimo della dinastia carolingia, Carlo, detto poi Martello (Piccolo Marte) in seguito alle
numerose vittorie da lui conseguite.
Il nome Karl era del tutto nuovo nella famiglia arnolfingio pipinide e in genere nellonomastica
franca; secondo un aneddoto alquanto incerto, quando a Pipino fu annunciata la nascita di un maschio
questi rispose: Poich  un maschio, Maschio sia il suo nome. Negli idiomi germanici la parola karl
aveva difatti, con molte varianti, un significato che rinviava alla virilit.
La questione del nome era importante. Se Pipino avesse accordato al piccolo nato fuori dal
talamo legittimo un nome tradizionale nella sua famiglia, questa scelta sarebbe apparsa come una
forma di legittimazione; il che del resto non sarebbe stato strano: n per i costumi dellepoca, n in
considerazione del fatto che egli mancava di un diretto e legittimo erede. Invece prevalsero forse
considerazioni e pressioni di carattere familiare: il nome Carlo, pur benaugurante, avrebbe dovuto
servir da segno dillegittimit e dunque dinferiorit. Le cose andarono in modo del tutto diverso.
Assicuratosi il ruolo di Maestro di Palazzo in Austrasia, pur contro la volont della vedova di
Pipino, nel 719 Carlo riusc a occupare anche la posizione di Maestro di Palazzo nella stessa Neustria,
accettando Chilperico Secondo come unico sovrano dei due regni. Si tratt con ogni probabilit di un
compromesso con laristocrazia neustriana e forse di una soluzione di ripiego che, favorendo un
illegittimo uscito comunque dal lignaggio pipinide, accontentasse moderatamente sia i sostenitori, sia
gli oppositori del potente lignaggio.
Questa fu lultima grave turbolenza con cui i Maestri di Palazzo arnolfingio pipinidi dovettero
fare i conti; ma le varie crisi succedutesi nel corso del tempo avevano determinato il sorgere di parecchi
principati indipendenti, con cui Carlo avrebbe dovuto continuamente misurarsi.
Carlo Martello sembra per molti versi una prefigurazione del suo grande discendente. Valoroso
capo militare e accorto uomo di stato, lo vediamo impegnato su molti fronti, sia allinterno sia
allestero, al fine di conferire una definitiva stabilit alla sua dinastia e di porre le premesse per la
creazione della grande potenza del regno franco. Se anche le scelte dei due furono per molti aspetti
diverse, in qualche caso addirittura antitetiche (per esempio nella politica verso i longobardi e il
papato), nondimeno Carlo Martello fu il primo della sua famiglia a concepire e attuare una politica di
vasto respiro, per quanto spesso vi fosse costretto soprattutto dallincalzare degli eventi. Ebbe inoltre in
comune con il suo discendente una notevole capacit di valutare correttamente gli eventi e di muoversi
di conseguenza con prontezza e tempestivit.
Anzitutto, per consolidare il suo potere in Neustria, aveva bisogno di uomini fidati. Seguendo le
orme paterne egli distribu loro cariche laiche ed ecclesiastiche, facendo per anche in modo di
vincolarli a s con durevoli legami di fedelt. Per far questo ricorse a un elemento che per molti secoli
avrebbe avuto, nel bene e nel male, un ruolo chiave nellassetto istituzionale europeo: il vassallaggio.
Non si tratt certo di una sua invenzione. Gi da prima chi si trovava a essere isolato non aveva
molte possibilit di affermazione: soprattutto in un contesto come quello germanico, in cui si dava
enorme importanza ai legami familiari e tribali. Del resto, le continue lotte interne allaristocrazia e le
varie scorrerie soprattutto saracene, se da un lato facevano diminuire drammaticamente le garanzie di
sicurezza per la collettivit, dallaltro comportavano la continua esigenza di avere un certo numero di
uomini armati a disposizione. Non mancava chi si rendeva praticamente schiavo di un protettore
potente: ma la fierezza e lo spirito di libert delle genti germaniche portavano a privilegiare e a
perfezionare un altro tipo di soluzione, tendente alla creazione di un patto leale tra uomini liberi. Gi
Tacito, nei capitoli 13esimo e 14esimo della Germania, aveva parlato del comitatus: il gruppo di guerrieri
vincolati volontariamente a un capo con e per il quale combattono. Tra i franchi si chiamavano
antrustiones, cio membri della trustis, termine dorigine germanica il cui etimo rinvia al concetto di
 fedelt : essa devesser considerata la forma franca del comitatus germanico, quanti costituivano il
seguito armato del re; ma si dava anche il caso di uomini liberi al servizio di altri personaggi di rilievo.
Per indicare questi ultimi si cominci a usare, accanto ad altri, un termine che avrebbe conosciuto una
grande fortuna: vassus, derivato dal celtico gwas, ossia ragazzo o servitore. Il fatto che nellambito
di un costume germanico venisse impiegato un termine celtico, tratto cio dalla lingua delletnia
assoggettata,  spia delloriginaria umilt di quella funzione.
Le Formulae Turonenses, una raccolta di modelli per la redazione di atti giuridici composta
allinizio dellottavo secolo, ci tramanda le clausole di un contratto di accomandatio, latto cio con cui
ci si affidava allautorit di un altro:
Chi si accomanda alla potest altrui. Al tal signore magnifico io, il tale. Poich si sa benissimo
che io non ho di che nutrirmi o vestirmi, ho chiesto alla piet vostra, e la vostra benevolenza me lo ha
concesso, di potermi affidare e accomandare al vostro mundio, e cos ho fatto; cio che tu debba
aiutarmi e sostenermi, tanto per il vitto quanto per il vestiario... e, finch vivr, ti dovr prestare il
servizio e ossequio dovuti a uomo libero e non dovr sottrarmi per tutta la vita alla vostra potest o
mundio, ma dovr rimanere finch vivr nella vostra potest e protezione.
Si trattava di un atto inizialmente solo privato, con il quale ci si raccomandava alla protezione
(il mundio) di un potente. Presto questo genere di legame si diffuse nei confronti dei re merovingi; ma
con la loro decadenza ci si rivolse sempre pi spesso ai Maestri di Palazzo. Se latto appena citato si
riferisce a persone di umili condizioni, esso nondimeno esprime bene lo spirito sul quale pi tardi si
sarebbe basato il cosiddetto sistema feudale: un patto tra uomini liberi, ciascuno dei quali d allaltro
qualcosa, fondato principalmente sulla fedelt e sulla parola delle due parti. Naturalmente per, quando
il patto veniva stretto tra il sovrano e un nobile, o comunque tra un potente e un guerriero dalta
condizione, la ricompensa non poteva certo consistere in vitto e vestiario. Entrarono allora in gioco le
concessioni di terre, con le quali i re merovingi iniziarono a ricompensare i loro fedeli; da questi
cosiddetti beneficia veniva tratto non solo il mantenimento, ma anche il necessario per armarsi.
Tuttavia, furono proprio queste continue concessioni di terre la causa del progressivo indebolimento dei
re merovingi: Carlo Martello, pur disponendo di possessi fondiari notevolissimi, si guard bene dal
ripetere lo stesso errore. Egli trov dunque una soluzione geniale, sulla quale in gran parte si edific la
potenza carolingia: utilizz i beni della Chiesa, cio le cospicue propriet terriere di cui erano dotati
abbazie e vescovati. Nelle pagine di molti autori ecclesiastici si colgono note di biasimo che
stigmatizzano tale comportamento, anche perch ne consegu un aggravamento dello stato di decadenza
in cui negli ultimi decenni versava la Chiesa franca.
Di contro, durante il governo di Carlo lazione evangelizzatrice prosegu pi fervida che mai; la
concessione dei cosiddetti precaria verbo regis era una misura imposta dalle circostanze che contribu
a impedire il disgregarsi del regno franco in un momento assai delicato e serv a collegare con
sicurezza gruppi familiari importanti e influenti al Maestro di Palazzo che li aveva beneficiati,
raccordando definitivamente le loro fortune alle sue. Minacciati dalleventualit di dover restituire alla
Chiesa le terre concesse in precarium, i beneficiari guardavano al potere di Carlo come alla pi valida
garanzia di solidit delle posizioni acquisite. Il sistema precarile risolveva daltronde anche i problemi
militari. Non era pi sufficiente, difatti, attenersi allantico costume germanico della leva generale di
tutti gli uomini liberi: essa provvedeva il regno di fanti male armati e poco addestrati. Erano ormai
necessari guerrieri abili, che combattessero a cavallo e fossero dotati dun armamento pesante: elmo,
cotta di cuoio con rinforzi in metallo, scudo di legno, lancia e spada pesanti. Un equipaggiamento del
genere poteva valere una fortuna: fino a circa venti buoi. I contadini liberi furono quindi esentati dalla
leva; le prestazioni militari vennero richieste soltanto a chi possedeva abbastanza ricchezze da potersi
permettere armamento e addestramento. Nacque cos quella rigida distinzione tra il miles e il rusticus
che sarebbe stata tipica della societ cavalleresca fino al 13esimo secolo.
Quanto al Maestro di Palazzo, il primo compito importante che lo attendeva una volta afferrato
saldamente il potere era il consolidare le frontiere. Carlo Martello sconfisse i frisoni e i sassoni, che
avevano approfittato dei torbidi pi recenti per effettuare frequenti scorrerie in Gallia. Il regno franco
entr cos per la prima volta in contatto con i sassoni, ancora pagani; fu linizio di un lungo conflitto
che sarebbe stato definitivamente risolto, dopo alquanti anni di lotta, proprio da Carlomagno. Carlo
condusse inoltre lAlamannia e la Baviera sotto linfluenza franca, per quanto anche in seguito queste
regioni continuassero a creare parecchi problemi ai franchi.
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Allazione militare si affianc quella cristianizzatrice: Carlo concesse infatti il pieno appoggio alle missioni che stavano evangelizzando le terre dellarea corrispondente a una parte della moderna Germania e che contemporaneamente le portavano sotto linfluenza del regno franco. Ebbe grande rilievo in questo periodo la figura del monaco Winfrith, un figlio di quelle genti sassoni trasferitesi nel V secolo in Britannia, che oper soprattutto in Assia e in Turingia. La sua azione fu seguita con interesse anche dal pontefice Gregorio Secondo che nel 723 lo consacr vescovo con il nome di Bonifacio.
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Levento che sanc la fama di Carlo Martello per i secoli a venire, la sconfitta dei musulmani a Poitiers,  stato invece ormai da tempo ridimensionato. Dal 711 arabi e berberi avevano iniziato la conquista della penisola iberica e dal 718, rafforzati dalle molte conversioni degli iberici allIslam, lanciavano periodiche incursioni nel sud della Gallia, soprattutto in Borgogna e in Aquitania. Nel 732 Abd ar Rahman, nuovo governatore della penisola iberica per conto del califfo umayyade di Damasco, attravers i Pirenei con un potente esercito, puntando verso il santuario di San Martino di Tours, che
intendeva probabilmente spogliare, e saccheggiando tutto quello che trovava sul suo cammino. Il duca dAquitania Oddone, che gi negli anni precedenti si era scontrato vittoriosamente contro gli arabi, chiam Carlo in suo aiuto. Sulla via romana da Poitiers a Tours si verific uno scontro (secondo alcuni svoltosi il 25 ottobre del 732, ma da altri databile al 733) che in tempi moderni molti interpretarono, seguendo lo storico settecentesco Edward Gibbon, come un vero e proprio evento epocale.
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 pur vero che gi alcune fonti contemporanee, o di pochi anni posteriori, celebrarono levento
con grande enfasi. Fra gli altri un anonimo cronista cristiano di Crdoba che, dedicando un poema alla
battaglia, definisce gli avversari dei saraceni come Europenses, genti dEuropa, quasi a sottolineare
che in quelloccasione due mondi diversi si erano scontrati e che lidentit cristiana e quella europea erano una cosa sola.
Per sette giorni interi franchi e arabo berberi (o araboberbero iberici) si fronteggiarono.
Secondo la tradizione storiografica seguita fino ad alcuni anni or sono, lesercito di Carlo era appiedato
e temeva la mobilit dei cavalieri arabi i quali, a loro volta, non osavano attaccare la falange compatta
dei fanti franchi. Alla fine per furono gli arabi a muoversi per primi: una giornata intera di carica
contro la fanteria franca, che tuttavia non cedette e infine li respinse. Si disse che il bottino, per i
vincitori, era stato immenso.
Ma le fonti apologetiche non son degne di troppa fede. Non si  affatto sicuri che gli arabi, i
quali avevano passato i Pirenei, unarea poco adatta a essere varcata salvo a piedi, fossero a cavallo;
quella dellarabo sempre e comunque a cavallo  unimmagine creata dallorientalismo romantico. Pare
inoltre che la ritirata dei musulmani avvenisse di notte, senza un vero e proprio scontro frontale: forse
perch i capi musulmani, caduto lemiro in battaglia, si erano scoraggiati e anche resi conto che le loro
forze non erano sufficienti al proseguimento di quella che, pi che uninvasione, era stata unincursione
di portata relativamente modesta.
Comunque sia, lo scontro non fu certo risolutivo; ancora fino al 737 si susseguirono combattimenti che portarono alla liberazione di Arles e alla presa di Avignone; questultima, come scrive enfaticamente un cronista, cadde davanti alla sua [di Carlo] armata, come Gerico davanti alle trombe di Giosu. Poco dopo, un intero esercito musulmano fu distrutto vicino a Narbona e il suo condottiero Umar ucciso.
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Va tenuto presente che si trattava sempre di campagne militari e di scontri relativamente
modesti, che la memoria epica successiva ha dilatato ed esaltato. Forse  pi opportuno sottolineare che
Carlo approfitt di questa campagna per soggiogare il Mezzogiorno della Francia (Aquitania, Provenza
e Settimania) e la Borgogna. Lautorit del Maestro di Palazzo giunse cos fino alle rive del Mediterraneo.
Pochi anni prima, allestremit opposta del continente europeo, unaltra accanita battaglia
contro gli arabi veniva vinta dallimperatore bizantino Leone Terzo Isaurico: conclusa unalleanza con i
bulgari, questi era riuscito nel 718 a distruggere completamente una flotta araba che assediava
Costantinopoli; da quel momento e sino alla fine del regno dellimperatrice Irene (802) gli arabi furono
tenuti in scacco e costretti ad arretrare in Asia Minore, senza osare altri attacchi contro Bisanzio.
Questo evento storico fu senzaltro pi importante di quello di Poitiers, ma lOccidente gli ha accordato
a lungo un risalto assai minore: sulle prime, i meriti di Leone Terzo furono negati perch era in procinto di
cominciare la disputa sulliconoclastia; in seguito, la tradizione storiografica condizionata
dallimmagine del grande avo di colui che aveva rinnovato limpero in Occidente prefer ingigantire il mito di Poitiers.
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Fu appunto la questione delliconoclastia a provocare tra Leone Terzo e il papato quella rottura
destinata a preparare il terreno per la nascita dellimpero carolingio. Fino a quel momento il vescovo di
Roma aveva continuato a riconoscere nellimperatore di Costantinopoli il suo punto di riferimento
politico e il suo difensore; allo stesso modo, in linea di massima e salvo alcuni momenti di frizione, il
basileus conservava una speciale venerazione per il pontefice romano. Del resto, dei tredici papi saliti
al soglio pontificio dal 678 al 752, soltanto due erano romani o italici; gli altri erano siri, greci o siculi;
e la Sicilia, in quel tempo, era quasi del tutto ellenizzata.
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Nel 725 726 il basileus Leone Terzo avvi la sua lotta iconoclasta: proib cio il culto delle immagini sacre che fino ad allora nellimpero erano state oggetto di grande venerazione e ordin la distruzione delle raffigurazioni divine e umane. Ancor oggi, in alcuni mosaici provenienti dal Vicino Oriente, non  raro trovare i volti di Ges, di Maria e dei santi sostituiti da tessere policrome inserite a macchia.
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Esistono varie ipotesi per spiegare questa scelta: si  sostenuto, non senza una certa
superficialit, che limperatore fosse irritato per il veder attribuite le sue vittorie allintercessione di
vari santi e delle immagini miracolose; altri hanno pensato invece a un tentativo di avvicinamento
allIslam sunnita che, com noto, non ammette in linea di principio alcuna sacra raffigurazione di
esseri viventi, tanto meno della divinit, e a cui erano legati soprattutto gli anatolici dellest della
penisola;  probabile inoltre che le misure iconoclaste fossero volte a contrastare il potere di alcuni
monasteri, centri del culto delle immagini. Il risultato fu limmediato anatema del pontefice Gregorio Secondo
(di origine romana), che dichiar la decisione imperiale vera e propria eresia. Ne segu, nellItalia
ancora soggetta a Bisanzio, una rivolta contro il sovrano.
Non seguiremo qui le fasi di una lotta che avrebbe conosciuto momenti tragici e che a Bisanzio
si sarebbe poi protratta a lungo, con esiti drammatici. Quel che ora importa notare  che essa fin col
portare Roma fuori dallorbita imperiale bizantina: e questo proprio quando, grazie soprattutto a
Bonifacio, la Chiesa penetrava sempre pi in regioni occidentali fino ad allora a essa precluse mentre
lIslam laveva costretta ad arretrare da una larga parte del Mediterraneo. Non solo: tra le accuse che
Gregorio Secondo aveva scagliato contro limperatore cera anche quella di non saper difendere Roma dalla
minaccia dei suoi nemici, segnatamente di quei re longobardi che non avevano mai rinunciato al
progetto dimpadronirsi dellintera Italia centromeridionale. Cos, nel 739 papa Gregorio Terzo, forse
tramite Bonifacio, entr in contatto con Carlo Martello, ormai gi aureolato della fama di
conquistatore.
A partire dal 726 il re longobardo Liutprando aveva dato segni di voler sottomettere i ducati di
Spoleto e di Benevento, completando cos la conquista dellItalia del centro sud. Nel 738 Gregorio Terzo accolse a Roma il duca longobardo di Spoleto, appena sconfitto da Liutprando; per tutta risposta il
sovrano marci su Roma e la circond. Il pontefice, che non poteva chieder aiuto al basileus
scismatico, decise allora di rivolgersi a colui che in quel momento appariva come la personalit pi
forte dellOccidente: il Maestro di Palazzo dei franchi. Furono cos inviate a Carlo lettere di richiesta di
aiuto, insieme con unambasceria e alcuni doni, fra cui quello, simbolico, delle chiavi di San Pietro.
I rapporti tra franchi e longobardi erano per, in questo momento, tuttaltro che conflittuali: nel
734 il figlio di Carlo, Pipino, era stato inviato a Pavia e adottato da Liutprando; era venuto cos ad
assumere la dignit di principe regale, elemento questo non certo secondario per una dinastia che
regnava di fatto, ma non ancora di diritto. Inoltre Carlo aveva bisogno dellappoggio longobardo in
funzione antimusulmana: per cui accolse lambasciata pontificia con tutti gli onori, ricambi i doni ma
invi in aiuto solo molte buone parole.
Poco tempo dopo, tanto Carlo quanto Gregorio Terzo scomparivano; contemporaneamente moriva
anche il basileus Leone Terzo; il suo successore, Costantino V, sarebbe stato un iconoclasta altrettanto
determinato. Il nuovo pontefice, Zaccaria, vistasi chiusa la prospettiva di unalleanza tanto con i franchi
quanto con i bizantini, concluse una tregua ventennale con Liutprando. Ma il grande scontro e il
definitivo regolamento dei conti erano soltanto rinviati.
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CAPITOLO 3.
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DUE RE E ALCUNI MATRIMONI.
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Lultimo passo che rimaneva da fare ai Maestri di Palazzo era, ormai, eliminare la divaricazione
tra potere effettivo e regalit. Fu il successore del Piccolo Marte a compierlo. Gi, alla morte di
questi, gli erano stati tributati gli onori usualmente deputati ai sovrani: venne infatti tumulato a
Saint Denis accanto ai re merovingi, mentre sul Calendario del monastero di Echternach, dove si
annotavano gli eventi importanti, si provvide a registrare: Ottobre 741, morte del re Carlo.
Dopo la sua scomparsa, per quanto egli avesse ormai consolidato il potere dei pipinidi, non
manc la solita crisi dinastica. Secondo la ben nota consuetudine, Carlo aveva diviso il potere fra i due
figli legittimi, Pipino e Carlomanno: Pipino ebbe il titolo di Maestro di Palazzo della Neustria,
Carlomanno dellAustrasia. Essi avevano un fratellastro, di nome Grifone, il quale tent di rivendicare
una parte delleredit: fin rinchiuso nel castello di Chvremont, nei pressi di Liegi, mentre sua madre
fu reclusa in unabbazia. Fu invece una sorella dello stesso letto di Pipino e Carlomanno, Iltrude, a
causare i problemi maggiori: lasci infatti di nascosto il regno per sposare il duca di Baviera, Odilone.
Dallunione nacque un figlio, Tassilone, che incontreremo ancora sulla strada di Carlomagno. Vi
furono poi i consueti sussulti che scuotevano i principati minori a ogni successione. Comunque, nel 743
il potere dei due principi era gi saldo. Quale ulteriore legittimazione Pipino e Carlomanno insediarono
sul trono, col nome di Childerico Terzo, un principe merovingio, o almeno presunto tale: con lui si sarebbe
estinta la dinastia dei merovingi.
La convivenza fra i due fratelli non fu molto difficile perch essi si divisero saggiamente i
compiti. Erano del resto abbastanza diversi: Pipino Terzo, in seguito detto il Breve, era un uomo di Stato
abile e prudente, capace di agire quando necessario e di scegliere con accortezza il campo dazione. Il
fratello Carlomanno era invece molto religioso e si dedic soprattutto alla riforma della Chiesa franca,
resasi necessaria a causa della decadenza che aveva investito il clero, specie dopo le continue confische
di cui i beni della Chiesa erano stati fatti oggetto a partire dal governo di Carlo Martello. Dietro questa
iniziativa cera la spinta del vescovo Bonifacio, che in una lettera a papa Zaccaria datata intorno al 740
forniva un quadro poco edificante della situazione del clero:
I franchi... non hanno riunito un sinodo da pi di ottantanni; non hanno arcivescovi... nella
maggior parte dei casi, i seggi episcopali vengono abbandonati a laici avidi perch ne prendano
possesso, o a chierici adulteri, donnaioli, venali, perch ne usino in modo mondano.
Bonifacio lamentava poi le condizioni dignoranza spesso spaventosa in cui versava buona parte
del clero: le scuole ecclesiastiche create dai vescovi merovingi si erano progressivamente disgregate e
il latino, lingua liturgica e di cultura, era ormai mal conosciuto. Bonifacio riferiva al riguardo un
aneddoto significativo: un prete bavaro aveva celebrato un battesimo in nomine patria et filia (in nome
della patria e della figlia, scorrettezze grammaticali a parte).
Non pu pertanto stupire che gi nel corso dei secoli sesto e settimo ci fosse stata una ripresa (o
quanto meno si registrasse una permanenza) di credenze e di costumi pagani. Un documento di
questepoca, lIndiculus superstitionum, d un lungo elenco di pratiche non ortodosse: banchetti tenuti
presso chiese e tombe; sacrifici effettuati nelle selve e nei paraggi di pietre e fontane; rinascita persino
del culto di Mercurio e di Giove (vale a dire, probabilmente, dei loro omologhi celto germanici),
oltre a vari tipi di riti magici e divinatori.
Il problema della riforma della Chiesa franca venne affrontato in tre concili celebrati a breve
distanza di tempo: il primo allincirca nel 743, in una localit imprecisata; il secondo nel 744 a Les
Estinnes (Hainaut); il terzo nello stesso anno, a Soissons; questultimo fu presieduto da Carlomanno, il
quale agiva di concerto con il fratello e sotto lautorit morale di Bonifacio. Due erano i principali nodi
da sciogliere: primo, la condotta morale, la disciplina e la preparazione del clero; secondo, la spinosa
questione delle terre ecclesiastiche confiscate per compensare i vassalli dei Maestri di Palazzo. Si
trattava di problemi importanti la risoluzione dei quali avrebbe favorito nel tempo unintesa pi stretta
tra Roma e i franchi.
Per quanto riguarda la prima questione vennero prese misure che costrinsero i chierici a
condurre una vita pi consona al loro ruolo e alla loro missione: preti e diaconi falsi o fornicatori
vennero dovunque degradati. Fu fatto divieto al clero di prender parte ai combattimenti e di spargere
sangue, cosa che invece prima avveniva con frequenza. Si stabil che i chierici non potessero coabitare
con una donna, n tenere una vita troppo mondana; venne loro imposto un abito che li differenziasse
dai laici. Anche per quel che riguarda i monaci, si resero pi severe le norme contro chi avesse violato
la castit: per gli uomini era prevista la segregazione, mentre le monache di clausura resesi responsabili
di condotta indegna venivano sottoposte a pene umilianti. Dappertutto riprese vigore la severa regola
benedettina, mentre venne energicamente riaffermata, e ristabilita, lautorit episcopale sul clero.
Lesempio della riforma franca fu presto seguito un po dappertutto in Occidente.
La seconda questione si presentava pi complessa. Bonifacio, dintesa con papa Zaccaria,
avrebbe voluto che alla Chiesa venissero restituiti i beni, soprattutto terre, confiscati nelle varie
spoliazioni. Nel primo concilio Carlomanno era sembrato propenso a seguire questa linea: ma in
seguito, forse per lintervento del pi pratico Pipino, era tornato parzialmente sui suoi passi. Il togliere
le terre gi appartenute alla Chiesa a chi le aveva ricevute a titolo di compenso per la fedelt dimostrata
avrebbe infatti comportato linsorgere di molte controversie e la famiglia di Carlo Martello avrebbe
sicuramente perduto molti dei suoi sostenitori. Si giunse pertanto a un compromesso: il beneficiario
avrebbe conservato le terre ricevute, non per in piena propriet, ma versando un censo annuale per
ciascun bene ecclesiastico detenuto in possesso.
Avviata la riforma della Chiesa franca, Carlomanno sembr in un certo senso considerar
concluso il suo compito di reggitore temporale. Nel 747 infatti, seguendo la propria indole pia,
abbandon le sue funzioni politiche e si rec a Roma per ricevere la tonsura dal pontefice in persona; si
ritir quindi in un monastero sul monte Soratte. Pipino Terzo rimase cos il solo reggitore dei franchi.
Il potere era ormai nelle mani di un unico Maestro di Palazzo. Ma Pipino non si accontent
della sovranit di fatto; aveva deciso di avocare alla sua dinastia anche quella di diritto. I tempi erano
evidentemente maturi; lormai lunga permanenza al potere degli arnolfingi e la recente riforma della
Chiesa gli assicuravano le condizioni necessarie. Il ricordo del suo sfortunato avo Grimoaldo lo
induceva per ad agire con prudenza: anzitutto attivando una propaganda capillare, basata
sullinsinuazione che un sovrano che non faceva nulla era indegno di regnare; poi, chiedendo al papa
che legittimasse questo principio. Il rivolgersi al vescovo di Roma per risolvere una questione politica
non sarebbe sembrato congruo n plausibile in alcuna parte della Cristianit del tempo: tranne che nella
terra dei franchi, dove da oltre due secoli e mezzo la corona appariva strettamente legata allassenso e
alla benedizione dei pontefici.
Pipino invi quindi a Roma una delegazione guidata dal cappellano Fulrado e dal vescovo di
Wrzburg Burcardo: essi posero al pontefice il quesito riguardo ai re che erano nella terra dei franchi
senza esercitare il potere, se fosse cosa buona o cattiva. Papa Zaccaria, che non difettava certo di
cultura teologica ma nemmeno di fiuto politico, e che aveva cominciato a preoccuparsi per le manovre
del nuovo re longobardo Astolfo, non ebbe dubbi. Seguendo Agostino, cos rispose:
Conviene chiamare re colui che detiene il potere regale piuttosto che colui il quale tale potere
non ha.
Forte del parere del pontefice, Pipino pot finalmente compiere il grande passo. Nel novembre
del 751 gli aristocratici franchi riuniti a Soissons lo elessero re; segu poco dopo la sua unzione, forse a
opera dello stesso Bonifacio. Childerico Terzo, ultimo re merovingio, venne deposto e rinchiuso nel
monastero di Saint Bertin, dove sarebbe morto nel 755.
Levento segn una svolta capitale nella storia europea. Non si trattava soltanto di una
sostituzione dinastica, che sanzionava peraltro una situazione di fatto gi da tempo esistente. Il
principio della sacralit del sangue, che aveva tenuto i merovingi sul trono fino a quel momento, veniva
infatti sostituito da quello dellelezione divina attraverso il tramite pontificio.
Si spiega cos la cerimonia dellunzione (gi inaugurata da Clodoveo e dai re visigoti in
Spagna), le cui radici liturgiche affondano nellAntico Testamento: nel Primo Libro dei Re Saul e
David diventano sovrani dopo essere stati unti dal profeta Samuele. Si trattava dimporre
definitivamente un nuovo concetto carismatico di sacralit regia, dimpronta nettamente e
inequivocabilmente cristiana, al posto di quella dinastica merovingia fondata su un presupposto mitico
pagano (vero  che gi Clodoveo era stato unto : ma allatto del battesimo, non gi della
consacrazione regia). Occorreva per fornire allinnovazione il massimo appoggio, crearle attorno il
massimo consenso, poich la rottura delle tradizioni genera sempre un trauma: per questo la cerimonia
fu ripetuta due anni dopo dal pontefice in persona, nel corso di un altro evento per quei tempi
decisamente eccezionale.
Nellottavo secolo il vescovo di Roma non viaggiava spesso fuori dai confini della sua diocesi 
n aveva motivo per farlo, anche a causa dello stato della viabilit dellepoca. Se continuava infatti a
sussistere il vecchio tracciato stradale romano, le sue condizioni erano tuttavia alquanto disastrate e gli
itinerari si snodavano per regioni a lungo rimaste deserte e quindi selvatiche e insicure. Era s accaduto
pi volte che un pontefice si recasse in Oriente: ma non nei territori dellex impero dOccidente
occupati da germani; n egli aveva mai avuto ragioni per tali viaggi.
In quel momento il papa comprese tuttavia che, per salvare la sua libert e la sua autorit in
Italia e a Roma, egli aveva bisogno di un appoggio forte e deciso. Fu per questo che Stefano Secondo,
succeduto a Zaccaria nel 752, si decise a raccogliere il frutto della strategia del suo predecessore.
La sua situazione era particolarmente difficile: il re longobardo Astolfo stava cercando di
consolidare il proprio potere nella penisola italica e nel 751 era riuscito a impadronirsi di Ravenna. La
disputa sulliconoclastia che opponeva Roma a Bisanzio impediva al papa di ottenere un qualche aiuto
da parte dellimperatore, il quale daltra parte avrebbe contestato al vescovo romano i diritti
sullesarcato e sulla pentapoli (cio sulle terre romagnolo marchigiane gi soggette al potere dellesarca
imperiale di Ravenna e che i longobardi avevano strappato allimpero e poi ceduto al pontefice, fino a
quando Astolfo non le aveva di nuovo occupate). Memore forse del sostanziale rifiuto che Carlo
Martello aveva opposto a Gregorio Terzo, Stefano Secondo decise di non affidarsi a unambasceria, bens di
recarsi di persona dal nuovo re dei franchi, divenuto tale anche grazie allappoggio della Chiesa.
Quello che intraprese fu un viaggio aspro e difficile; il papa varc le Alpi presso il passo del
Mons Iovis (il Gran San Bernardo), sostando allabbazia di San Maurizio, e il 6 gennaio del 754 venne
ricevuto dalla corte franca a Ponthion, sulle alture della Marna. Ad accoglierlo, oltre al sovrano, cera
uno dei due figli di Pipino: Carlo, allora un ragazzo secondo alcuni di sette, secondo altri di dodici anni.
La scena dellincontro  fissata dalla tradizione: il re cavalc incontro al papa, si gett poi ai
suoi piedi e per un certo tratto condusse il suo cavallo per le briglie. Quindi, nella cappella del palazzo
reale, il pontefice lo supplic piangendo affinch intervenisse in suo aiuto a proteggere contro le
minacce longobarde lintegrit del patrimonio di San Pietro, le terre che dal 728 in poi i sovrani
longobardi avevano riconosciuto quali propriet della Chiesa di Roma. Stefano riusc a ottenere anche
la promessa della devoluzione dei territori italici appartenuti a Bisanzio.
Pipino decise dimpegnarsi: ma aveva bisogno del consenso dei grandi del suo regno. Questi
non erano particolarmente entusiasti di affrontare una guerra in Italia, per di pi contro un antico
alleato; tuttavia, allassemblea di Quierzy (nellaprile del 754) il sovrano riusc a strappar loro il consenso.
Dopo la realizzazione dellaccordo, Stefano Secondo consacr nuovamente Pipino nellabbazia di
Saint Denis; confer lunzione anche ai suoi figli Carlo e Carlomanno e benedisse la regina Bertrada.
Un contemporaneo, monaco di Saint Denis, descrivendo la cerimonia nella Clausula de onctione
Pippini riferisce che il papa fece divieto a chiunque, sotto pena dinterdetto e di scomunica, di mai
osar scegliere un re nato da sangue diverso da quello dei principi che la divina piet si era degnata di
esaltare e con lintercessione dei santi Apostoli confermare e consacrare per mano del beato pontefice,
loro vicario. In questo modo, la nuova sacralit per diritto divino veniva definitivamente sanzionata.
Non solo: avendo tra laltro avuto forse notizia che il basileus aveva riunito a Hiera, nel
febbraio 754, un concilio teso a confermare la scelta iconoclasta, il papa attribu al re e ai suoi figli il
titolo di patricii dei romani, cio di tutori della cittadinanza di Roma. Il significato di questo gesto 
chiaro: il pontefice contava ormai su Pipino e i suoi figli per proteggere lUrbe, mentre il papato usciva
ormai definitivamente, almeno sul piano politico, dallorbita di Bisanzio e si arrogava alcune
prerogative imperiali. Basti pensare che soltanto allesarca bizantino di Ravenna era toccato in
precedenza, per delega imperiale, il titolo di patricius Romanorum. Pipino diventava dunque quel che
prima era stato lesarca: il protettore di Roma, ma in virt di una delega del papa anzich dellimperatore.
La spedizione dei franchi in Italia si articol in due momenti: nella primavera del 755 fu
temporaneamente occupata la capitale longobarda, Pavia e il papa rientr trionfalmente a Roma.
Astolfo promise allora solennemente di cedere Ravenna al pontefice; Pipino, soddisfatto della sua
parola, si ritir. Ma allinizio dellanno successivo Astolfo tent nuovamente unavanzata. Il papa
rinnov ai franchi il suo accorato appello; comparve addirittura una lettera attribuita a San Pietro, dove
insieme con le suppliche cera una minaccia terribile: La vostra disobbedienza alle mie esortazioni vi
costerebbe lesclusione dal regno di Dio e dalla vita eterna. 
Pipino decise dintervenire nuovamente e Pavia venne posta sotto assedio. Ma durante il
conflitto accadde un fatto nuovo: il basileus Costantino Quinto rivendic presso il re franco le terre che
questi aveva promesso al papa. Il fatto che una missione diplomatica imperiale gli si rivolgesse, sia
pure in termini che erano pi dintimazione che non di ricerca daccordo, costituiva un notevole
riconoscimento dellimportanza e della legittimit del neosovrano franco. Tuttavia, Pipino ribad
fermamente le proprie intenzioni. Sapeva bene che il sovrano iconoclasta, minacciato da quello
scomodo vicino che era il califfato abbaside, non avrebbe potuto reagire granch alla definitiva perdita
di Ravenna, cui in realt si era da anni rassegnato.
Cos, dopo la capitolazione di Astolfo, le chiavi delle diverse citt promesse al papa furono
solennemente deposte dallabate Fulrado sullaltare di San Pietro in Vaticano, come atto di donazione
perpetua. Nacque in tal modo il primo nucleo del futuro Stato della Chiesa: oltre che dal ducato di
Roma, esso era costituito da ventidue citt situate nellesarcato di Ravenna, nellEmilia e nellantica
pentapoli bizantina.
Nel 756 Astolfo mor; il papa caldeggi lelezione a re dei longobardi di Desiderio, duca di
Tuscia, il quale promise solennemente di rispettare gli impegni del predecessore e addirittura
dingrandire la compagine delle terre pontificie; neppure questi, per, avrebbe mantenuto la parola
data.
Intanto, mentre Pipino veniva indicato con titoli quali nuovo Mos e nuovo David, Carlo e
Carlomanno ricevettero la simbolica adozione paterna da parte del papa. Il successo della politica
pipinide in Italia fu per turbato da alcuni avvenimenti interni, che avrebbero avuto ripercussioni anche
sul periodo successivo. Il duca dAquitania Waifars (745 768) mostrava infatti mire indipendentistiche.
A partire dal 760 il sovrano franco dovette effettuare ogni anno una campagna in quella regione,
conquistandola citt dopo citt, a prezzo di gravi danni e distruzioni. Anche la Baviera creava
preoccupazioni, a causa dellatteggiamento ambiguo del duca Tassilone: nel 757 egli aveva prestato
giuramento di fedelt a Pipino e ai suoi figli, ma nel 763 si rifiut di seguire il suo sovrano in
Aquitania, pur avendo partecipato in precedenza ad altre spedizioni. Era un comportamento grave, che
Tassilone avrebbe mantenuto anche in seguito: con le conseguenze che vedremo.
Con Pipino Terzo il cammino del suo lignaggio era giunto al culmine. Una solida dinastia si era
instaurata tra Gallia e Germania: ammantata di una nuova autorit sacrale, essa era avallata dalla
Chiesa di Roma. Oltre che sulle terre in Italia, il potere ecclesiastico, che la corona controllava in
accordo col papa, il cui antico primato morale sulle altre sedi diocesane si stava mutando quindi in
vero e proprio potere egemonico, contava nella Gallia stessa su un apparato ben organizzato ed
efficiente, che di l poteva gettare una solida testa di ponte per levangelizzazione della Germania.
Pipino avvi anche relazioni con alcuni potentati musulmani, inaugurando una politica che il suo
successore non avrebbe mancato di sviluppare. Nel 768 una delegazione del califfo abbaside di
Baghdad trascorse un inverno intero a Metz. La cosa  particolarmente significativa se si tiene presente
che pochi anni prima, verso la met del secolo, gli abbasidi avevano eliminato il califfato umayyade di
Damasco e trasferito pochi anni dopo in una citt di nuova fondazione, Baghdad, la loro capitale.
Ormai il centro dellIslam si era spostato dalla Siria verso la Persia. Ma un superstite della dinastia
spodestata si era rifugiato a Crdoba fondandovi un emirato che rischiava di procurare preoccupazioni
sia al re franco sia al califfo. Venivano intanto inviate ambascerie a Pipino anche da Costantinopoli, nel
tentativo dingraziarsi una potenza che non si poteva pi ignorare e di fatto stava creando un potere
effettivo di tipo nuovo in Italia e nellEuropa occidentale.
Quando, nellestate del 768, Pipino Terzo mor e fu sepolto in Saint Denis, il regno franco era
ormai la monarchia pi forte tra quelle che, nella pars Occidentis, avevano riempito il vuoto lasciato dallimpero.
Ho creduto che non avesse senso scrivere della sua nascita, infanzia e anche della sua
fanciullezza perch nessun autore ne fa mai menzione e oggi non si trova pi nessuno che possa dire di
essere informato su questo periodo della sua vita.
Cos Eginardo apre il sipario sulla vita di quel Carlo che i posteri indicarono con lappellativo di
 Magno : e cos facendo si scosta notevolmente dal suo modello, Svetonio, il quale invece non
trascurava mai alcun particolare.
Sulla nascita di Carlo sappiamo davvero poco. Intanto regna lincertezza sulla data e sul luogo:
le date pi probabili sono il 742 (sulla base della testimonianza di Eginardo) o il 747 748; egli
dovrebbe essere maggiore, ma di non molto, di suo fratello Carlomanno. Il matrimonio dei suoi genitori
 comunque datato al 749: Carlo sarebbe stato dunque un figlio illegittimo, la cui posizione sarebbe
stata poi regolarizzata dalle successive nozze.
Non si trattava comunque di una vicenda insolita. Per esempio, il fatto di essere un illegittimo
non aveva impedito a Carlo Martello di raggiungere un rango elevato. Le consuetudini nuziali dei
franchi erano alquanto libere e il loro comportamento sotto il profilo morale avulso dalle restrizioni
sostenute dalla Chiesa. La quale, a sua volta, allepoca era ancora lontana dalladottare
quellatteggiamento rigoroso che in seguito avrebbe assunto e dal conferire al matrimonio un carattere
indissolubile e un valore sacramentale. Occorre tuttavia ricordare che Carlo Martello, per quanto
notevoli possano essere state le sue imprese, non era arrivato fino a cingere la corona. Suo nipote Carlo
avrebbe invece conseguito il titolo di imperatore:  allora plausibile lipotesi che la nascita al di fuori
del matrimonio spingesse i biografi a ometterne la data, specie dopo che il mondo franco ebbe aderito
pi strettamente e coscientemente ai parametri etici elaborati e indicati, per quanto non ancor
codificati, dalla Chiesa? Difficile dirlo, anche alla luce del fatto che spesso le cronache dellepoca
lasciano piuttosto nel vago i dati anagrafici, come pure i particolari circa la giovane et dei grandi
personaggi che ne sono protagonisti.
Comunque stiano le cose,  certo che Carlo balz sulla scena della storia praticamente gi
adulto, per quanto giovanissimo. Poco o nulla si sa dei suoi rapporti con il padre, che pare fosse un
uomo freddo e dal carattere piuttosto chiuso. Diversamente dovevano andare le cose con la madre, la
regina Bertrada o Berta, secondo gli Annali di Saint Bertin (nono secolo) figlia di un Cariberto di Laon.
Come vedremo tra breve, Bertrada ebbe un peso determinante nella politica dei primi anni di regno del
figlio; inoltre la sua figura fu circondata presto da un alone quasi mitico. Cantata nelle chansons come
 Berta dal grande piede, la regina si trova al centro di un romanzo damore e davventura risalente
alla seconda met del 13esimo secolo, che descrive in modo alquanto avventuroso la storia delle sue nozze con Pipino.
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Leducazione di Carlo non fu certo quella di un letterato. Sappiamo che non riusc mai a
imparare a scrivere se non quel che gli era sufficiente per vergare la propria firma; aveva tuttavia una
conoscenza corrente del latino. Il suo vero tirocinio si svolse per nellambito della corte e, soprattutto,
delle spedizioni militari: impar larte della caccia, lequitazione e naturalmente luso delle armi.
Affront il campo di battaglia la prima volta adolescente o giovanissimo in Aquitania, dove il padre lo
condusse nel 761; nel 764 fu poi affidata a entrambi i fratelli lamministrazione di alcuni territori.
La morte di Pipino fu inaspettata e repentina. Per quanto riguarda le disposizioni testamentarie,
egli non si comport in modo diverso dai suoi predecessori: il regno venne diviso tra i due fratelli. Il
territorio assegnato a Carlo era disposto ad arco attorno a quello del fratello. Esso comprendeva la parte
occidentale e settentrionale del regno: si estendeva dalla Turingia alla Guascogna e includeva la Frisia,
lAustrasia (la regione originaria dei carolingi) e la Neustria. Quello di Carlomanno abbracciava le
regioni centromeridionali. LAquitania venne affidata a entrambi i fratelli. Le capitali, Noyon di Carlo e Soissons di Carlomanno, erano molto vicine tra loro. Una spartizione piuttosto strana, le cui ragioni di fondo restano ignote.
Carlo, poco pi che ventenne, dovette fronteggiare i primi problemi in quellAquitania che
Pipino da poco sembrava aver definitivamente domato. Grazie alla fecondit del suo territorio, la
regione era assai prospera e rappresentava una delle principali fonti di reddito del fisco regio: questo
spiega perch i sovrani franchi tenessero tanto a conservare il dominio. Tra le regioni della Gallia,
lAquitania era tuttavia quella che forse recava pi profondamente limpronta romana e ci la rendeva
particolarmente resistente a piegarsi al potere franco.
La rivolta scoppiata nella regione divent il primo banco di prova dellarmonia fra i due fratelli.
Poich era affidata a entrambi, lintervento avrebbe dovuto esser congiunto: invece fu il solo Carlo a
occuparsene. I due sovrani si incontrarono in territorio aquitano, a Duasdives. Non sappiamo che cosa
si dissero: resta il fatto che Carlomanno torn indietro, mentre Carlo prosegu da solo la sua spedizione.
Decisione presa di comune accordo o esito di un litigio? Eginardo parla esplicitamente di aiuto negato;
ma, senza mancar di testimoniare il cattivo rapporto tra i due fratelli n di evidenziare il grande spirito
di sopportazione del suo signore, egli attribuisce gran parte della responsabilit ai consiglieri di corte:
 Molti sostenitori di Carlomanno brigavano per rompere laccordo, fino al punto che certuni pensarono
anche di spingerli a farsi guerra. Carlo condusse la spedizione, continua Eginardo, con energia e anche
con grande rapidit: nel luglio del 769 essa era gi terminata.
Rispetto alla politica italica di Pipino vi fu invece uninversione di tendenza. Molti storici
attribuiscono il cambiamento soprattutto allintervento della regina madre, Bertrada, che Carlo avrebbe
assecondato per il desiderio di procurarsi delle solide alleanze. Comunque sia, esso rappresent solo un
intermezzo, che tuttavia rischi di compromettere larmonia con il vescovo di Roma. Bertrada si
preoccupava anzitutto del rapporto tra i due fratelli; a Selz, nella Bassa Alsazia, incontr Carlomanno e
lo persuase a riconciliarsi con Carlo. Subito dopo, fu probabilmente la stessa regina madre a
promuovere una politica di alleanza matrimoniale con il regno longobardo. Entrambi i re franchi
sposarono cos altrettante figlie del sovrano longobardo Desiderio: Carlomanno prese in moglie
Gerberga, Carlo una fanciulla il cui nome non  del tutto certo, che le fonti chiamano Desiderata (pi
che un nome sembra un patronimico) e che una tradizione, che gli italiani ben conoscono grazie al
Manzoni, denomina Ermengarda. Anche il duca di Baviera, Tassilone, aveva sposato una figlia di
Desiderio, Liutberga: egli si trovava cos a essere, oltre che cugino, anche cognato dei re franchi. Daltra parte la sorella di Carlo, Gisela, avrebbe dovuto sposare lerede al trono longobardo, il principe Adalgiso (o Adelchi).
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Quali i motivi di tale politica filolongobarda, e quale il reale atteggiamento di Carlo?
Eginardo si limita a una notazione molto asciutta:... egli spos su consiglio della madre una figlia del
re longobardo.  difficile chiarire esattamente le ragioni dellatteggiamento di Bertrada: ammesso che
veramente essa sia stata, come molti in effetti pensano, ispiratrice di questa politica. Non bisogna del
resto dimenticare che i rapporti tra i franchi e i longobardi non erano stati sempre conflittuali: al punto
che lo stesso intervento di Pipino in Italia non aveva mancato di causare qualche perplessit tra non
pochi dei suoi consiglieri. Inoltre, anche Carlomanno aveva mostrato fin dallinizio una certa
inclinazione filolongobarda; e lo stesso Tassilone era sposato, come si  detto, con una figlia di
Desiderio. Si pu pertanto supporre che in questa fase la regina madre volesse costruire un solido
 patto di famiglia che rinsaldasse i legami spesso pericolanti fra i tre sovrani, e al tempo stesso
evitasse una recrudescenza del conflitto italico che avrebbe potuto provocare nuove e pi pericolose
divisioni. Daltronde, va ricordato che non tutti i principi longobardi erano solidali con il loro sovrano:
la politica di distensione tra Carlo e Desiderio suonava anche come un messaggio rivolto loro. Non si
aspettassero, in caso di sommosse o colpi di mano, un aiuto dallOltralpe. Non per il momento, quanto meno.
Naturalmente lincognita di questo progetto erano i patti stretti con il papa e, di conseguenza,
quello che sarebbe stato il suo atteggiamento. Sembra che Bertrada lo avesse previsto: non solo infatti
forn piena assicurazione al pontefice Stefano Terzo che gli accordi tra lui e i franchi sarebbero stati
rispettati, ma insist presso Desiderio perch si desse seguito alla restituzione di alcune citt
dellesarcato al vescovo dellUrbe; la regina stessa si rec in pellegrinaggio a Roma per illustrare al papa la situazione.
Questi per non dimostr alcun entusiasmo: si trovava di fatto completamente accerchiato e non
considerava troppo affidabili le promesse di Desiderio. Il pontefice era preoccupato a tal punto da
esprimersi in una lettera con toni quasi apocalittici:
Che follia  questa, il vostro nobile popolo franco, che illumina tutti i popoli, e la vostra
splendida e nobile stirpe regale insozzata dal popolo puzzolente e infido dei longobardi, che non pu
esser neanche annoverato fra le nazioni e dal quale  risaputo provengono i lebbrosi; infatti nessun
uomo ragionevole pu credere che re tanto gloriosi si possano macchiare con un contatto cos
esecrabile e abominevole. Che cosha in comune la luce con loscurit, quale parte ha il credente con il miscredente?
Ma, in questo nuovo precario equilibrio, la politica matrimoniale fin per trasformarsi in
elemento di rottura. Allatto del matrimonio longobardo, Carlo era gi sposato: si era unito a una
fanciulla franca, Imiltrude, dalla quale aveva avuto un figlio di salute assai delicata, Pipino detto il
Gobbo. Si trattava per di ununione del tipo che la Chiesa tollerava ma tacitamente gi disapprovava:
Imiltrude era probabilmente una moglie di rango subordinato, una Friedelfrau, che aveva cio contratto
con lo sposo un vincolo solo temporaneo, facile da rescindersi. Secondo gli antichi costumi diffusi fra
tutte le genti germaniche, lunione tra uomo e donna aveva il semplice valore di contratto privato e il
ripudio era quasi automatico qualora la donna non avesse dato figli alluomo. I franchi si erano
convertiti sin dalla fine del Quinto secolo,  vero: ma, si pu dire, in massa, sullesempio del loro re. La loro
cristianizzazione riguardava le istituzioni ecclesiali e le forme liturgiche: poco per corrispondeva a un
costume intimamente conosciuto, accettato e vissuto. Lesclamazione commossa tradizionalmente
attribuita a re Clodoveo che ascoltava il racconto della Passione del Cristo, Ah, se fossi stato laggi io,
coi miei guerrieri franchi!, pu ben corrispondere a una leggenda, ma la dice lunga, e
sostanzialmente d unidea non lontana dalla verit, sui modi secondo i quali la nuova fede era stata
accettata, magari (anzi senza dubbio) con fervore e sincerit. In ogni modo, la Chiesa di Roma era gi
incamminata nel senso duna progressiva cancellazione delle consuetudini nuziali germaniche a favore
semmai di quelle romane, che sostenevano la monogamia e non erano inclini a rendere troppo facili
ripudio e divorzio. In et merovingia, tali tendenze non avevano fatto breccia: ma i parvenus pipinidi
sapevano di dover pagare alla Chiesa di Roma certi prezzi per la loro legittimazione; e gi Pipino Terzo
aveva a suo tempo ammonito popolo e aristocrazia a conferire al matrimonio un pi stabile valore.
Carlo dovette quindi allontanare Imiltrude per unirsi a Desiderata. Sembra tuttavia che egli non
fosse affatto entusiasta n delle nozze, n delle conseguenze che esse comportavano. Sua sorella
Gisela, dal canto suo, non spos mai Adelchi: pare anche a causa della decisa opposizione del fratello.
Su questo non manc di fiorire una leggenda. Carlo avrebbe amato Gisela di un amore non
propriamente fraterno, al punto che dai due sarebbe nato un figlio, Rolando: questo spiegherebbe il
particolare attaccamento del sovrano al suo paladino. Di certo c solo che Gisela prese i voti e divenne
badessa del monastero femminile di Santa Clotilde a Chelles, sulla Marna. Comunque, nel Natale del
770,  la data proposta dalla tradizione, le nozze tra il re franco e la principessa longobarda vennero
celebrate. Lanno seguente per, con un atto clamoroso, Carlo ripudi la sposa e la rinvi a Desiderio.
Si  molto discusso sui motivi di questa mossa: si  parlato di avversione personale di Carlo nei
confronti della sposa. Poco si pu dire su ci, in mancanza di documenti sicuri; non  comunque
improbabile che il re si sentisse soffocato dalla rete tessutagli intorno dalla madre, la quale rischiava di
alienargli lamicizia del pontefice e di lasciare mano libera ai progetti di Desiderio in Italia. Forse
contarono entrambi i fattori, rafforzati magari da un terzo: lamore per unaltra donna, la sveva
Ildegarda. Carlo dovette comunque superare le resistenze, anche aspre, da parte di sua madre e di
alcuni consiglieri che ritenevano vergognoso il ripudio di Desiderata e ne temevano le conseguenze.
Desiderio cercava intanto di stringere i rapporti con Carlomanno per riequilibrare la situazione e
forse anche per architettare la vendetta. Ma il 4 dicembre 771 il fratello di Carlo mor e questi si ritrov
cos a esser lunico sovrano di tutti i franchi.
...
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CAPITOLO 4.
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ALLA CONQUISTA DI UN IMPERO.
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Queste sono le guerre che il potentissimo re Carlo condusse per 47 anni... nelle diverse parti del
mondo con grandissima perizia e altrettanta fortuna. Con esse Carlo ampli il regno dei franchi, che
aveva ricevuto gi grande e forte dal padre Pipino, con tanto onore da aggiungergli quasi il doppio dei territori.
Cos Eginardo conclude il breve excursus sulle guerre del suo sovrano, mettendo in evidenza che esse venivano a coprire, in pratica, lintero arco del suo regno. Il 771, anno della morte del fratello, rappresenta nella vita di Carlo unautentica cesura. Luomo che abbiamo visto nei suoi primi anni cauto e quasi succube del disegno materno rivel a quel punto una decisione e un impegno davvero eccezionali.
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Carlomanno aveva un legittimo erede, bench questi fosse ancora minorenne. Egli spir il 4
dicembre; nel giro di appena venti giorni il fratello ne occup il trono.  vero che lassetto giuridico
franco non era molto preciso riguardo ai diritti dei minori e che nelle consuetudini dinastiche si esitava
spesso tra il diritto del figlio fanciullo e quello del fratello del padre: ma casi di reggenza si erano gi
verificati. Non solo: alla nobilt essi riuscivano senza dubbio graditi, in quanto indebolivano fatalmente
il potere regio e favorivano lautonomia e linfluenza delle aristocrazie. Carlo naturalmente sapeva
bene tutto questo: si rec quindi velocemente a Corbanacum (Corbny, vicino a Laon) dove si svolgeva
una riunione dei grandi del regno; qui riusc a farsi riconoscere sovrano dalla stragrande maggioranza
di loro, sembra anche grazie allinfluenza del potente abate di Saint Denis, Fulrado, personaggio di
rilievo gi allepoca di Pipino.
La regina vedova di Carlomanno, Gerberga, e i suoi due figli vennero cos a trovarsi isolati;
sappiamo con certezza di un certo dux Autcharius che rimase loro fedele e li accompagn in Italia
presso Desiderio, dove trovarono rifugio: questo Autcharius sarebbe divenuto pi tardi l Oggeri il
Danese dellepica. Il regno dei franchi era pertanto di nuovo nelle mani di un unico sovrano; ma la
venuta in Italia di Gerberga e degli eredi spodestati complicava ulteriormente una situazione che si
stava facendo ancora una volta esplosiva. In un medesimo anno, colui chera rimasto lunico re franco
ripudiava una principessa longobarda e calpestava i diritti regali di unaltra, che le era sorella. Era un
evidente atto di rifiuto della politica degli anni precedenti e una sfida al padre delle due nobili dame, re
Desiderio. Ora, cera da aspettarsi solo la guerra.
La crisi scoppi nel 772 per risolversi in modo molto rapido con la fine del regno longobardo.
Eppure non c dubbio che esso avesse ormai messo in Italia radici piuttosto solide, anche se dallepoca
dellancora semileggendario Alboino erano trascorsi in fondo solo poco pi di due secoli. Almeno a
livello di classi dirigenti, i longobardi avevano finito col mischiarsi ai latini. La presenza di un Paolo
Diacono, attivo in quegli anni e dolente testimone della fine dellindipendenza del suo popolo, ci
dimostra non solo lesistenza di un ceto colto, ma anche lattenzione che le grandi famiglie riservavano
alla cultura. Paolo era infatti precettore di Adelperga, figlia di Desiderio; e, quando questa and sposa
al duca di Benevento Arechi Secondo, egli mantenne fitte relazioni con la corte ducale beneventana. Proprio
nellarea di Benevento si afferm una delle scritture librarie pi belle ed eleganti dellAlto Medioevo,
la cosiddetta beneventana. Sotto il profilo religioso, i longobardi erano ormai profondamente cristiani
e fedeli alle tradizioni e alla liturgia latine; le fondazioni di chiese e monasteri non erano infrequenti; e
fu la stessa moglie di Desiderio, la regina Ansa, a istituire con ricche donazioni uno dei pi importanti
monasteri femminili del tempo, Santa Giulia di Brescia.
Il principale problema dei longobardi era rappresentato dai difficili rapporti con il papato,
contrario al rafforzarsi nel centro della penisola italica di una monarchia forte, stabile e unitaria che
lavrebbe accerchiato e condizionato. Nel momento in cui linfluenza di Bisanzio era venuta meno,
questambizione longobarda si era scontrata fatalmente con lemergere di una nuova potenza egemone.
Da questo punto di vista la fuga della vedova di Carlomanno rappresent forse per Desiderio un colpo
pi duro del ripudio di colei che noi chiamiamo Ermengarda; se questo era stato difatti un pesante
oltraggio, quella forniva un pretesto a Carlo per ampliare il proprio dominio ben oltre il regno dei
franchi. In ogni caso, in questo modo il re dei longobardi veniva a trovarsi a contatto diretto con lex
genero, senza pi alcun diaframma protettivo.
Ma fu davvero questo il casus belli tra i due regni? Probabilmente; o perlomeno vi contribu in
maniera determinante. Vista tramontare la possibilit di unalleanza stabile con i franchi, Desiderio
decise di passare allattacco: per la realizzazione dei suoi sogni di egemonia italica, o anche per
lanciare implicitamente una sfida al monarca franco, o infine per prevenire una mossa ostile che sentiva
a sua volta come imminente. Tra laltro, il primo febbraio del 772 era salito al soglio pontificio un
personaggio non gradito a Desiderio: si trattava di Adriano Primo, legato a Carlo da vincoli talmente forti
che la leggenda li vorr addirittura fratellastri. In realt, Adriano proveniva da unantica famiglia
patrizia romana, era colto e ricco, profondamente consapevole dei diritti e dei doveri del suo ufficio,
animato dalla fierezza del retaggio di un passato glorioso.
Desiderio cerc a ogni modo di allontanare il pontefice da Carlo (o di accelerare la crisi?)
chiedendogli la consacrazione regale dei due figli di Carlomanno. Non riuscendo a ottenerla per via
diplomatica, decise di passare allazione: del resto, le terre soggette al vescovo di Roma erano ancora
deboli dal punto di vista militare e completamente circondate dai domini longobardi. Nello stesso 772 il
sovrano longobardo inizi dunque la campagna di guerra contro lesarcato, muovendo al tempo stesso
verso Roma e occupando intanto numerose citt delle Marche e dellUmbria. I patti stipulati dal suo
predecessore con il papa e con i franchi furono cos infranti: il pontefice veniva a esser completamente
accerchiato. Adriano per non si perse danimo: prepar Roma a resistere a un lungo assedio e, verso la
fine dellanno, invi unambasciata a Carlo chiedendo il suo aiuto per il servizio di Dio, la difesa dei
diritti di San Pietro e la consolazione della Chiesa. Lo scontro era ormai inevitabile.
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Carlo si mosse con circospezione e astuzia; doveva superare la riluttanza dei nobili del regno
dinanzi a una spedizione oltralpe; inoltre non pochi fra loro esitavano a entrare di nuovo in guerra
contro lantico alleato longobardo. Era dunque necessario che Desiderio apparisse come unico
responsabile del conflitto che stava per scoppiare. A questo riguardo, Carlo non solo invi in Italia
messi per sincerarsi delle reali condizioni dei territori della Chiesa, ma offr a Desiderio una forte
somma (si  parlato di quattordicimila solidi aurei: circa una sessantina di chili doro) in cambio del
suo completo ritiro da essi. Era una cifra molto interessante, tantopi che la circolazione di valuta aurea
si era alquanto rarefatta in Occidente a causa del contrarsi del commercio seguito alle conquiste
musulmane nellarea mediterranea di fine settimo ottavo secolo, del drenaggio doro diretto dallOccidente
in Oriente a fonte dellimportazione di merci costose e alla crescente tesaurizzazione delle riserve di
metallo pregiato. Tuttavia la proposta non solo fu respinta, ma provoc forse in Desiderio una falsa
impressione di debolezza da parte di Carlo.
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Nellestate del 773 lesercito franco si concentr quindi a Ginevra. Fu deciso un attacco su due
fronti: il sovrano in persona pass con lesercito il Moncenisio mentre unaltra armata varc il Mons
Iovis; il piano era di stringere i longobardi nelle due mascelle di una tenaglia. Eginardo non manca di
sottolineare, in un passo purtroppo scarno, quanto sia stato difficile il passaggio delle Alpi per entrare
in Italia e con quanta fatica furono superati dai franchi gli impervi gioghi dei monti, le vette che
spiccavano verso il cielo e le dure rocce.
Carlo giunse probabilmente verso la fine di agosto allabbazia di Novalesa, allimbocco della
valle di Susa: era quella la zona di confine tra il regno franco e quello longobardo. Qui il re sost
brevemente per decidere il miglior piano dattacco; intanto invi nuove offerte di trattative. A questo
punto le numerose versioni di quanto accadde in seguito trascolorano nella leggenda: secondo la Vita di
Adriano, Dio stesso sarebbe intervenuto in favore dei franchi scoraggiati infondendo il terrore in
Desiderio e in tutto il suo esercito, che si dette a una precipitosa fuga. Naturalmente questo in risposta
alle preghiere del papa, che sarebbe quindi stato il vero vincitore. Per altre cronache dellepoca, arcana
guida dei franchi sarebbe stato un candido cervo con quattro rami di corna, inviato da Dio. Nel
Chronicon Novalicense, posteriore di tre secoli rispetto agli avvenimenti, si parla di un misterioso
personaggio longobardo che, intervenuto in aiuto di Carlo, gli indic dietro lauto compenso un segreto
sentiero attraverso i monti che consent ai franchi di aggirare le chiuse fortificate. Questa versione
potrebbe contenere un nucleo di verit: sappiamo che presso i longobardi alcuni nobili non valutavano
negativamente la discesa del sovrano franco, se  vero che un documento del 772 prova lesistenza di
una sorta di congiura aristocratica contro Desiderio fondata sul presupposto dellintervento di Carlo.
Non ci sono comunque prove che vi fosse un vero e proprio partito francofilo allinterno
dellaristocrazia longobarda, n che la consapevolezza di ci abbia contribuito a far scegliere al re
franco la via della guerra. Certo, fra i potentes longobardi le rivalit reciproche erano molte e forti: le
vicende della guerra le incrementarono e ci spiega la scarsa resistenza della compagine longobarda ai colpi franchi.
Testi pi tardi parlano anche di un diacono Martino, mandato a guidare i franchi dallarcivescovo di Ravenna:  la versione che piacque al Manzoni, animato da qualche simpatia per i longobardi, nellAdelchi.
A prescindere da eventuali e non comprovati aiuti la colonna franca, discesa attraverso il Mons
Iovis e guidata da Bernardo zio di Carlo, colse alle spalle i longobardi: essi abbandonarono le
postazioni fortificate e ripararono a Pavia dopo uno scontro tra Giaveno e Avigliana (battaglia delle
Chiuse), che segn il tracollo del loro dominio in Italia.
Desiderio si rifugi dunque a Pavia, mentre suo figlio Adelchi ripiegava verso Verona con la
famiglia di Carlomanno; di l a poco, comunque, egli avrebbe abbandonato la lotta rifugiandosi a
Costantinopoli nella vana speranza di ricevere un aiuto proprio da parte di quei bizantini che erano stati
i tradizionali nemici del suo popolo. Dal settembre del 773 Carlo pose lassedio alla capitale
longobarda, che resist a lungo; il sovrano si fece raggiungere dalla moglie Ildegarda, la quale partor
durante lassedio una bambina morta per quasi subito. Nel frattempo venivano espugnate altre citt
longobarde tra cui, alla fine dellanno, Verona. Qui il re franco cattur la cognata Gerberga e i suoi figli
che, secondo le consuetudini, finirono i loro giorni in un monastero.
Tutto andava dunque nel migliore dei modi per Carlo. Desiderio stava per essere
definitivamente sconfitto, anche perch i suoi duchi si erano comportati in modo infido: quello di
Benevento non era intervenuto nel conflitto e quello di Spoleto aveva addirittura abbandonato lesercito
regio, facendo atto di sottomissione alla Chiesa romana. Scelte premeditate, concordate con il re dei franchi?
A questo punto Carlo si rec a Roma per assistere alle celebrazioni delle festivit pasquali del
774 e incontrare papa Adriano. Era la prima volta che un sovrano franco giungeva di persona
nellUrbe. Si  detto che fosse convocato dal nuovo pontefice, il che  verosimile visti i rapporti per la
campagna contro i longobardi e la presenza a Roma. Secondo altri, tuttavia, il pontefice fu forse colto
di sorpresa: ma si apprest a riceverlo con tutti gli onori che un tempo erano stati riservati allesarca
bizantino, quasi a sottolineare che il re franco aveva raccolto leredit di Bisanzio come protettore della
citt e della Chiesa di Roma. Il biografo di Adriano ci ha lasciato una descrizione dettagliata della
cerimonia: dapprima il papa invi alla volta del re i suoi dignitari; poi, quando il sovrano era a un
miglio a nord di Roma lungo la Via Cassia, gli si fecero incontro tutte le scholae della milizia cittadina
con i loro comandanti e gli allievi recanti in mano fronde dolivo che intonavano inni di lode. Inoltre
Adriano, comera costume quando si riceveva lesarca o il patricius, gli fece presentare le reliquie della
Santa Croce. A questo punto Carlo, sceso da cavallo, prosegu a piedi verso San Pietro dove il papa lo
attendeva con il suo clero, sulla scalinata del portico della chiesa.
Carlo si comport con umilt: ascese la scalinata un gradino dopo laltro e raggiunse il papa che
lo accolse con un abbraccio. Entrarono quindi insieme nella basilica, mentre tutto il clero pronunciava a
gran voce la formula liturgica allusiva al ruolo cristomimetico del sovrano: Benedictus qui venit in
nomine Domini. Il re stava facendo il suo ingresso in San Pietro come Cristo in Gerusalemme nella
Domenica degli Olivi.
Al di l dellaspetto simbolico, si poneva per il problema della definizione dei rapporti fra
regno franco e papato alla luce dei nuovi eventi e, cosa che naturalmente stava molto a cuore ad
Adriano, della conferma della donazione di Pipino. Il biografo pontificio si sofferma a lungo sui
colloqui che sarebbero avvenuti tra il papa e il sovrano nel giorno di Sabato Santo, sempre nella basilica di San Pietro.
Le promesse del sovrano franco sarebbero state al riguardo talmente generose da apparire
sconcertanti. Carlo avrebbe fatto aggiungere per mano del suo cappellano e notaio Itherio un altro
documento di donazione sul modello del precedente (quello di Quierzy) e avrebbe concesso al trono di
Pietro vastissimi territori, promettendone solennemente la consegna al pontefice. La signoria del
vescovo di Roma si sarebbe quindi allargata con linclusione non solo dellesarcato di Ravenna nella
sua antica estensione, ma anche della Tuscia fino a Luni, della Corsica, delle province del Veneto e
dellIstria, degli interi ducati di Spoleto e di Benevento. Pipino e Carlo avrebbero dunque donato al
papa quasi tutta lItalia centrosettentrionale, a eccezione della pianura padana, e una parte di quella centromeridionale?
Secondo il biografo pontificio, Carlo avrebbe firmato di sua mano il documento e lavrebbe
posto prima sullaltare di Pietro, poi sulla sua tomba. Ma anche la donazione di Carlo, come gi quella
di suo padre,  andata perduta. C chi si  meravigliato di questa scomparsa; per i papi infatti niente
poteva essere pi importante di quei due documenti. Oltre a ci la notizia della donazione di Carlo e i
suoi termini sono testimoniati solo da parte pontificia.  quindi lecito dubitare riguardo allesistenza
del documento, e comunque alla sua autenticit: nulla infatti autorizza a pensare che le scelte di Carlo
andassero in quella direzione. Resta il fatto che pi tardi, nei giorni delle festivit pasquali del 781, egli
conferm il dominio del vescovo di Roma su alcune citt, fra cui Perugia, Ravenna e Bologna,
concedendo addirittura qualche rettifica confinaria; e che nel 787 cedette al papa con una donazione
altre citt nella Tuscia e nel Beneventano.
Ma torniamo a quei giorni del 774: nel giugno, la capitolazione di Pavia e la resa di Desiderio
posero definitivamente il regno dei longobardi nelle mani di Carlo. A far precipitare la situazione era
intervenuta unepidemia di peste, che aveva costretto Desiderio a uscire personalmente dalla citt per
trattare la resa. Lassedio era durato in tutto circa otto nove mesi; il cronista noto come monaco di San
Gallo ci ha lasciato una descrizione fantasiosa, dai toni quasi epici, della forza e dellimpressione
spaventosa che lesercito franco aveva destato negli assediati. Particolarmente deffetto  la
presentazione del re franco: un colosso interamente ricoperto di ferro, attorniato da guerrieri pure di
ferro. Dopo la resa, Desiderio fu rinchiuso nel monastero di Corbie, dove fin i suoi giorni.
 Karolus gratia Dei rex Francorum ac Langobardorum ac patricius Romanorum. Questo il
nuovo titolo che il sovrano franco assumeva; e intanto si cingeva la fronte della corona di ferro,
simbolo del potere sul regno longobardo. Egli si limitava infatti a sostituirsi ai precedenti sovrani,
lasciando ai vinti le loro leggi e consuetudini. Pochi erano i franchi discesi in Italia: e, per quanto in un
secondo momento altri ne affluissero per riempire i vuoti istituzionali lasciati dal passaggio di poteri, si
pu dire che nella sostanza tutte le genti di stirpe longobarda, a cominciare dallaristocrazia, restassero
al loro posto. Solo i fedelissimi di Desiderio dovettero andarsene: ma la struttura federale del regno
rendeva tutto meno drammatico, e del resto non poche erano state le defezioni dal campo longobardo a
quello franco dopo la caduta di Pavia. Laffinit e la lunga consuetudine politica e diplomatica tra i due
popoli consentiva che il passaggio di poteri avvenisse con pi facilit. La dinamica dei legami di
fedelt personale faceva s che anche il tradimento apparisse come una sorta di ridefinizione dei
rapporti di forza e di dipendenza; molti dovevano gi essere i matrimoni misti tra famiglie franche e
famiglie longobarde, e ancor pi ve ne sarebbero stati in seguito. In regioni come la Tuscia si sarebbe
continuato per oltre tre secoli a usar indifferentemente, per indicare il massimo rappresentante locale
del pubblico ordinamento, il titolo longobardo di duca e quello franco di conte della marca vale a dire
 di frontiera (marchese, margravio).
La conquista di Pavia non aveva comunque di per s automaticamente comportato fin da subito
la sottomissione dellintero regno. Restavano infatti alcuni focolai dopposizione e di rivolta: quello pi
importante era nel Friuli, dove il duca Rodgaudo, che pure godeva della fiducia del sovrano franco, si
ribell nella speranza di riconquistare per s il trono longobardo. Egli cerc di associare a s alcuni
duchi longobardi del nord e della Tuscia e Arechi Secondo di Benevento in una generale sollevazione
antifranca appoggiata da Costantinopoli, dove aveva trovato rifugio il figlio di Desiderio. Il piano
tuttavia non riusc a causa dei dissidi interni tra i duchi, alcuni dei quali avrebbero voluto Adelchi sul
trono: una soluzione inaccettabile per Rodgaudo.
La rivolta si limit dunque allarea del Veneto. Nel 776, avutane notizia, Carlo scese
precipitosamente in Italia. Lo scontro cruciale si ebbe probabilmente presso il Livenza, uno dei
principali fiumi del Friuli. Si tratta di un episodio tutto sommato non molto chiaro: ne esistono infatti
due versioni completamente diverse. Secondo i cronisti franchi i duchi longobardi furono duramente
sconfitti e persero addirittura la vita nello scontro; ma un monaco longobardo vissuto sotto limperatore
carolingio Ludovico Secondo (824 875) e continuatore della Historia Langobardorum di Paolo Diacono parla
al contrario di un loro successo, che avrebbe costretto il sovrano franco ad accettare un compromesso:
il mantenimento della dignit e del ruolo dei ribelli in cambio del loro giuramento di fedelt.
Difficile stabilire la verit, in mancanza di notizie obiettive sicure.  tuttavia significativo che
lanno successivo Carlo imponesse ad Arechi di Benevento lobbedienza e il versamento di un tributo
quali condizioni per restare a capo del ducato: segno questo di un controllo regio ormai pressoch assoluto.
Tornato a Roma nella Pasqua del 781 insieme con la moglie Ildegarda, Carlo fece battezzare dal
papa un suo figlio di quattro anni, Carlomanno, cui venne ora imposto il nome di Pipino.
Contemporaneamente, il fanciullo venne consacrato re dItalia, mentre il figlio pi giovane, Ludovico,
otteneva la corona dAquitania.
Nel frattempo, per, il re aveva dovuto fronteggiare altre difficolt.
Nessun conflitto pi lungo, pi atroce, pi spossante fu intrapreso dal popolo dei franchi, perch
i sassoni, come quasi tutti i popoli germanici, erano sia feroci per natura sia dediti al culto dei dmoni e
nemici della nostra religione; n reputavano fosse azione disonesta violare o trasgredire leggi divine o umane.
Cos Eginardo, con un tono particolarmente drammatico, introduce il conflitto pi lungo e
discusso del suo sovrano: la guerra sassone, protrattasi per oltre un trentennio e arrivata a conclusione
solo a prezzo di grandi spargimenti di sangue. Essa  valsa a Carlo, da parte di molti storici soprattutto
tedeschi, laccusa di efferatezza: a parte le discussioni moralistiche sulle crudelt e sulle
 responsabilit, un discorso privo di logica storica, il dibattito propriamente storiografico sul
problema sassone  in parte ancora aperto.
Effettivamente, per lungo tempo latteggiamento che aveva caratterizzato Carlo nei riguardi del
popolo vicino e affine ai franchi era stato tuttaltro che intransigente. E che la svolta poi impressa alle
cose non avesse mancato di provocare dubbi e perplessit appare chiaro gi nel passo di Eginardo or
ora citato, dov facile scorgere una sorta di volont apologetica, fondata sullargomento della presunta
 malvagit congenita del popolo vinto.
Anche la questione sassone, come quella longobarda, non era una novit per i franchi. Gi i
merovingi si erano ripetutamente scontrati con questo popolo germanico. Il padre di Carlo, Pipino,
aveva dovuto rintuzzare alcune loro incursioni ed era riuscito a imporre loro dei tributi. Negli ultimi
tempi, per, le occasioni di conflitto erano diventate pi frequenti. Il territorio sassone, soprattutto dopo
le ultime fasi dellespansione franca, si era fatto pi vicino: infatti, con la sostituzione dei carolingi ai
merovingi, il baricentro del regno franco si era spostato dallarea della Senna verso il Reno, la Mosa e
la Mosella. Il territorio sassone si trovava a sua volta nella zona compresa tra il Reno, lElba, il Mare
del Nord e la foresta turingia: una regione corrispondente allattuale bassa Sassonia.
I sassoni per non erano un popolo compatto, inquadrato in una struttura civile pi o meno
definita, bens un insieme di trib sparse che tuttavia, allinizio dellottavo secolo, si erano unificate in tre
grandi gruppi: i westfalici, insediati tra il Reno e il Weser; gli angarici, nellarea centrale; gli ostfalici a
oriente, tra lo Harz e lElba. A nord, tra il Weser e lElba, cerano poi i wihmodi, e sulla riva destra
dellElba i nordalbingi, che giungevano fin quasi alla frontiera con la Danimarca. Le trib sassoni
erano organizzate in caste piuttosto rigide, a carattere endogamico: aristocrazia (Edhelingi), uomini
liberi (Frilingi) e servi (Liti). Non esistevano vere e proprie istituzioni monarchiche: un capo assoluto
poteva emergere sugli altri in casi eccezionali, ma ordinariamente il potere era concentrato
nellassemblea degli uomini liberi.
Nonostante il loro frazionamento, i sassoni disponevano di un forte sentimento didentit
etnoculturale e di una notevole coesione religiosa, simile a quella degli altri popoli germanici pagani e
non intaccata dal cristianesimo. Il loro santuario principale, situato presso il castrum di Heresburg, era
lIrminsul (termine significante Colonna del Cielo : in tedesco moderno Himmels Sule). Si trattava di
un albero sacro o di un grande tronco secco che si riteneva sostenesse la volta celeste o fosse comunque
il simbolo del pilastro cosmico; si pu pensare a qualcosa di molto vicino a quel che nelle fonti norrene
 lYggdrasil. Rodolfo, monaco di Fulda che redasse la sua cronaca circa un secolo dopo la guerra, lo
descrive come un tronco di legno eretto verso il cielo, di non poca altezza, che essi chiamavano
Irminsul, cio la Colonna di Tutto, come se sostenesse il mondo. Il santuario era corredato da un ricco
tesoro, frutto di varie offerte e di porzioni dei bottini depredati. Non sappiamo se vi si praticassero
sacrifici animali e umani, non ignoti alla tradizione alto germanica e nordica (come avveniva nella
 foresta sacra di Uppsala). Secondo la testimonianza di Sidonio Apollinare, i sassoni procedevano al
varo delle imbarcazioni facendo sacrifici umani e annegavano vittime per propiziarsi le divinit marine
prima di mettersi in navigazione. Ma nel caso dellIrminsul mancano informazioni cultuali specifiche.
Gi Carlo Martello e Pipino il Breve avevano organizzato spedizioni contro quegli scomodi
vicini: ma si era sempre trattato di campagne brevi, conclusesi con limposizione di tributi che
venivano per frequentemente elusi. Sembra anzi che allorigine della prima spedizione di Carlo contro
i sassoni vi sia stato il mancato pagamento di un tributo promesso a Pipino. Nel luglio del 772, dopo
aver tenuto unassemblea militare a Worms, Carlo aveva scatenato un attacco verso lAssia:
conquistate le fortezze di Syburg e di Heresburg, egli aveva proceduto alla distruzione dellIrminsul e
al saccheggio del tesoro ivi conservato.
Anche se il carattere di questa campagna fu pi simile forse a una spedizione punitiva che non a
un vero e proprio tentativo di conquista, con la distruzione dellalbero sacro il re franco intendeva
evidentemente inviare un segnale molto forte, quasi ad avvertire i pagani che era prossima unazione
missionaria. Non a caso, allora, fra 773 e 774, mentre Carlo era impegnato in Italia con i longobardi, i
sassoni replicarono con un gesto altrettanto significativo: ripresero Heresburg, sconfinarono in
territorio franco e attaccarono il monastero di Fritzlar in Assia, trasformandone la basilica in una
scuderia per i loro cavalli. Una risposta che non poteva essere pi chiara: alla quale Carlo, appena fu in
grado di farlo, si mostr pronto a ribattere con durezza.
Nel 775 il re prese infatti la decisione di assalire lo sleale e spergiuro popolo dei sassoni e di
non dar quartiere, finch essi non fossero stati o vinti e sottomessi alla religione cristiana, o
completamente distrutti.  quanto riferiscono in merito gli Annali di Eginardo.
Si tratt, in effetti, di una mobilitazione in grande stile: Carlo riusc a sconfiggere e a
sottomettere quasi tutte le trib. Alla forza delle armi il re non manc tuttavia di aggiungere la consueta
azione diplomatica, cercando di portar dalla sua parte quegli ambienti dellaristocrazia sassone che
sembravano pi inclini ad accettare legemonia franca.
Ma quando nel 776 egli si rec ancora in Italia per affrontare la rivolta friulana, la situazione
precipit di nuovo. I sassoni riconquistarono di nuovo la fortezza di Heresburg, simbolo della loro
indipendenza, e posero lassedio a quella di Syburg. Nellagosto dello stesso anno si ebbe una vigorosa
reazione di Carlo, che concesse la pace a dure condizioni: i sassoni, oltre a rinnovare il giuramento di
fedelt al re, dovevano lasciarsi battezzare, pena la morte, e cedere alcuni territori come garanzia. Il re
rafforz il presidio di Heresburg naturalmente tornato a lui ed eresse sulla Lippe una piazzaforte,
chiamata Karlsburg; qui, come narrano gli Annali del regno franco, una grande moltitudine di sassoni,
con donne e bambini, fu costretta a farsi battezzare e a consegnar ostaggi.
Lanno seguente sembr affacciarsi la possibilit di risolvere definitivamente la spinosa
questione sassone. A Padrabrunnen, la futura Paderborn, in una regione ricca di foreste, non lontana
da quella selva di Teutoburgo dove Arminio aveva annientato le tre legioni romane al comando di
Varo, provocando la disperazione di Augusto, il re franco organizz, nellestate del 777, una grande
assemblea dei franchi alla quale venne convocato anche il popolo sassone. Carlo sperava di far leva
soprattutto sulla nobilt sassone, forse meglio disposta ad accettarlo come signore; massiccia era anche
la presenza del clero, nelle file del quale figurava anche labate Fulrado di Saint Denis. Cera inoltre
una delegazione arabo ispanica giunta presso Carlo in ambasceria.
I sassoni affluirono in gran numero: vi erano rappresentanti di numerose trib e di tutti gli
ordini sociali. Ancora una volta, si ebbe un solenne atto di sottomissione: se non si fossero mantenuti
fedeli alla religione cristiana, i soggiogati ora sapevano che avrebbero perduto la libert personale.
Seguirono battesimi in massa mentre a Sturm, abate di Fulda, venne affidato il compito di organizzare
una missione presso i nuovi fedeli. Le antiche assemblee religiose delle trib vennero soppresse e
vietate, il che senza dubbio costitu un duro colpo per la coscienza etnica dei sassoni che proprio in esse
trovava la sua massima espressione. Una reazione era pertanto prevedibile; gli Annali dei franchi la
fanno intuire nel momento in cui registrano il nome di un capo sassone assente a Paderborn: Solo
Viduchindo rimase ribelle con pochi altri; egli cerc rifugio presso i popoli del Nord, i danesi. 
Viduchindo, destinato a diventare uno degli avversari pi temibili di Carlo, sar pi tardi
considerato un emblema, simbolo della volont, dellaspirazione alla libert, della fierezza del suo popolo.
Si ignora se egli avesse avuto qualche parte nelle rivolte precedenti, ma la sua assenza a
Paderborn lo lascia supporre. La sua azione inizia a esser documentata dal 778, anno in cui Carlo era
impegnato in Spagna. Da allora e sino al 782 fu un susseguirsi dincursioni, dincendi, di saccheggi e
delle relative rappresaglie da parte dei franchi. Nel 782 il re franco tenne una nuova assemblea alle
sorgenti della Lippe, dove ricevette altri giuramenti di fedelt e affid cariche comitali ad alcuni nobili
sassoni. Ancora una volta per gli Annali riferiscono che l vennero tutti i sassoni, tranne il ribelle
Viduchindo. Questi, rifugiatosi di nuovo presso i danesi, preparava unulteriore rivincita.
Infatti, non appena Carlo fu ritornato nel suo regno, Viduchindo rimpatri e ricominci a
esortare i sassoni alla rivolta. Intanto il re aveva appreso che una trib slava, quella dei sorabi, aveva
devastato con incursioni e razzie proprio il territorio dei turingi e dei sassoni. Probabilmente egli scorse
in questo attacco loccasione per riuscir a unire sotto le sue insegne sassoni e franchi. Invi tre suoi
collaboratori, il camarlengo Adalgis, il maresciallo Geilo e il conte palatino Worad affinch
chiamassero alle armi i franchi orientali e i sassoni al fine di organizzare una spedizione punitiva contro
gli slavi. Ma le cose non andarono come sperava.
Eginardo, ammesso che sia davvero lui il revisore degli Annali del monastero di Lorsch 
narra che i funzionari del re, giunti in Sassonia, vennero a sapere che i sassoni, istigati da Viduchindo,
avevano preso le armi contro i franchi ; messo quindi da parte il progetto di spedizione contro gli slavi,
si diressero con i franchi orientali nel luogo in cui i sassoni si sarebbero riuniti. In territorio sassone
incontrarono il comes Teodorico, imparentato con il re, che li consigli di effettuare una ricognizione
per scoprire il nascondiglio dei ribelli e di sferrare lattacco in caso di condizioni favorevoli. La gente
di Viduchindo fu individuata presso il massiccio del Sntel lungo il Weser; ma i funzionari franchi,
insofferenti di dover condividere con Teodorico il lustro della vittoria, attaccarono prematuramente:
... presero le armi e, come se non dovessero fronteggiare un nemico pronto a combattere ma
inseguire fuggiaschi per far bottino, si precipitarono... dove i sassoni erano schierati in ordine di
battaglia davanti al loro campo. Male comera cominciato, cos fin il combattimento: appena si
scontrarono vennero circondati dai sassoni e quasi completamente annientati.
Le perdite furono ingenti. Gli inviati Adalgis e Geilo restarono sul campo, insieme con quattro
comites e venti fra altri uomini illustri e nobili. La reazione di Carlo non si fece attendere a lungo. Egli
si precipit a Verden, alla confluenza tra lAller e il Weser. Qui, come riportano laconicamente gli
Annali del regno dei franchi, si riunirono di nuovo tutti i sassoni, consegnando 4500 persone coinvolte
nellinsurrezione. Questa volta Carlo non si accontent di promesse e giuramenti di fedelt: fece
decapitare tutti i prigionieri; sembra anzi che fosse egli stesso a dar inizio alle esecuzioni. Per lEuropa
dellottavo secolo, 4500 persone erano una moltitudine immensa; se teniamo conto che, secondo alcune
stime, nellottavo secolo la popolazione europea si aggirava attorno ai 25 30 milioni di persone,
possiamo valutare la portata delleccidio.
Tuttavia neppure questatto efferato sort un effetto risolutivo: dal 783 al 785 si registrano nuovi
combattimenti, sempre con Viduchindo a capo delle insurrezioni.
Ma in quellanno sembr che i sassoni fossero davvero esausti duna resistenza che non approdava a nulla. Si registr persino la resa di Viduchindo: dopo avergli dato garanzia dincolumit, Carlo fece venire il sassone ad Attigny con alcuni compagni. Qui il capo ribelle ricevette il battesimo: dopo questepisodio le sue tracce si perdono, per quanto non manchino su di lui notizie leggendarie. A Engerrn, in Westfalia, viene ancora ricordato il giorno della sua morte (il 7 gennaio): lanno preciso  invece ignoto, cos come il luogo della sua sepoltura, per quanto in una chiesa del villaggio vi sia un cenotafio che lo ricorda.
Intanto, nel 783, il re aveva subto due gravi perdite: erano difatti morte, a poca distanza luna
dallaltra, la moglie Ildegarda e la madre Bertrada. Nello stesso anno Carlo si rispos con Fastrada,
figlia del comes franco Rodolfo. Lutti e matrimoni non fermarono per i suoi progetti n la sua attivit.
Il 785 fu lanno della promulgazione del celebre Capitulare de partibus Saxoniae, un insieme di
disposizioni normative caratterizzate da particolare durezza. Si ordinava la pena di morte per chi avesse
violato o distrutto una chiesa, ucciso un ecclesiastico di qualunque grado o fosse stato infedele al re; ma
 nellintento di stroncare quei costumi pagani che non erano stati affatto abbandonati col battesimo 
anche per chi avesse mangiato carne nei giorni di magro, bruciato il corpo di un defunto secondo il
rito pagano o rifiutato il battesimo. Venivano inoltre istituite le decime a favore di chiese e sacerdoti.
Il capitolo conclusivo recita:
Proibiamo a tutti i sassoni di indire pubbliche assemblee, tranne nel caso in cui un nostro
inviato non li abbia convocati a nome nostro; ogni comes, nel territorio di sua competenza, riunisca i
placiti e amministri la giustizia. E i sacerdoti vigilino che non agisca altrimenti.
Il documento procur al re le vive felicitazioni di papa Adriano, che si rallegr per la
conversione dei sassoni avvenuta con il soccorso del Signore e lintervento di Pietro e Paolo, principi
degli Apostoli ; ma anche la riprovazione di un celebre amico e consigliere di Carlo, il dotto monaco
Alcuino di York, il quale cos si esprimeva al riguardo:
Ah, se a questo popolo fossero stati predicati il giogo leggero del Cristo con lo stesso calore con
cui viene preteso il pagamento delle decime e punita la pi piccola mancanza, esso non si sarebbe forse
sottratto al giuramento del battesimo... Certo, la decima  una buona cosa, ma  meglio perderla che
perdere la fede.
La pace dur pi o meno stabilmente sette anni, ma fin col rivelarsi ancora una volta effimera.
Nel 792 i sassoni si ribellarono di nuovo: Come il cane ritorna a ringhiare, recitano gli Annali di
Lorsch, essi tornarono al paganesimo inizialmente abiurato; ancora una volta abbandonarono il
cristianesimo e si allearono con le popolazioni pagane dei dintorni.
Da allora e fino al 797 si susseguirono nuove spedizioni, nuove battaglie e nuove sottomissioni.
Il sovrano franco ricorse persino alle deportazioni di massa: gi nel 795 abbiamo notizia della
deportazione di un gruppo di oltre 7000 sassoni. Era certamente una misura adottata proprio per
spezzare quella solidariet che costituiva il punto di forza delle leghe tribali. Anno dopo anno i sassoni
vennero sparpagliati in tutto il territorio corrispondente alla Germania attuale: Baviera, Turingia, Assia,
Franconia e cos via.
Con questi metodi il re franco riusc a ottenere il risultato voluto: prova ne  il fatto che nel 797
un pi mite Capitulare Saxonicum sostitu quello del 785. Di pari passo con la repressione cresceva
anche lattivit missionaria, affidata spesso ad affini etnici del popolo da convertire, i sassoni insulari
(discendenti di quelli emigrati in Britannia nel Quinto secolo), a volte condotta dagli stessi convertiti.
Difatti, gli ostaggi che i nuovi sudditi consegnavano a Carlo ogni anno, soprattutto in occasione delle
continue sottomissioni, venivano spesso inviati in monasteri, chiese e scuole vescovili, da dove molti
di loro uscivano convinti missionari. Ma si esiterebbe a definirli evangelizzatori, dal momento che i
vangeli erano ben poco usati in una cristianizzazione che faceva centro senza dubbio sulla figura
salvifica e trionfale del Messia, ma si serviva a livello liturgico non meno che omiletico soprattutto del
Vecchio Testamento, dei Profeti e dellApocalisse.
Il colpo decisivo agli estremi residui della volont dindipendenza sassone fu sferrato nell804
quando, in seguito a una nuova insurrezione dei nordalbingi, Carlo ordin una deportazione di massa
(Eginardo parla di 10.000 persone) che di fatto li disperse e li cancell. Fu, se non un genocidio, quanto
meno un etnocidio: fu cio la stessa identit culturale sassone a essere duramente colpita.
Nel frattempo, anche in altre aree si manifestava la resistenza allespansionismo franco.
Abbiamo gi visto come la Baviera, dominata dalla dinastia dei duces agilolfingi (con il termine dux,
ordinariamente italianizzato in duca, le fonti del tempo indicano i capi di unetnia) imparentati con i
carolingi, avesse dato pi di un motivo di preoccupazione al regno franco. Nel 757 il dux Tassilone Terzo
aveva prestato al padre di Carlo, Pipino, giuramento di fedelt; lo aveva per violato sei anni dopo in
occasione della spedizione in Aquitania. Al contrario dei sassoni, i bavari non erano insediati in un
territorio frazionato in regioni occupate da trib e pertanto non era loro possibile una concreta unit
dazione contro un nemico pericoloso: erano uniti sotto una dinastia e gi cristianizzati. Tassilone
accarezzava il sogno di poter costituire un regno pienamente indipendente; a questo riguardo aveva
condotto una politica despansione in Carinzia e nellalta valle dellAdige, soprattutto dopo
quellalleanza matrimoniale con il re Desiderio che aveva coinvolto anche Carlomanno e Carlo.
Questultimo, da parte sua, non aveva mai dimenticato le continue prove di slealt del dux bavaro: ma,
impegnato nella conquista dellItalia, non aveva ritenuto opportuno agire.
Tassilone non recedeva comunque dai suoi atteggiamenti ambigui. Assist senza intervenire alla
distruzione del regno longobardo, ma allo stesso tempo mantenne i rapporti con Arechi di Benevento.
Intanto per, di fronte ai crescenti successi del re franco, andava costituendosi anche in Baviera,
soprattutto fra lalta nobilt e lalto clero, un partito a questi favorevole, influenzato dal ruolo di
defensor fidei che Carlo stava inequivocabilmente assumendo. Nel 781, anno dellunzione regia dei
figli di Carlo da parte di papa Adriano, venne ingiunto a Tassilone di presentarsi a Worms al cospetto
del re; secondo gli Annali del regno dei franchi anche il pontefice invi, insieme con i messi del re, due
vescovi per ammonirlo ed esortarlo a riflettere sui suoi antichi giuramenti e a non agire diversamente
da quanto gi promesso sotto giuramento di fronte a re Pipino e al grande Carlo e ai franchi. Una nota
di straordinaria importanza, perch mostra come la collaborazione tra il papato e la potenza franca
fosse ben collaudata. Per il momento Tassilone si sottomise: consegn ostaggi e rinnov il suo
giuramento di fedelt.
Ma quattro anni dopo, nel 785, egli venne nuovamente convocato a Worms. Le fonti, che dal
781 tacciono del tutto sulla questione bavara, non ci aiutano nel chiarire i motivi di questa nuova
chiamata: sembra per che Tassilone, forse approfittando del prolungarsi della crisi sassone, avesse
tentato qualche manovra; in quellanno ci furono infatti incidenti di confine, presso Bolzano, tra
franchi e bavari. Comunque, non solo Tassilone rifiut di comparire, ma architett un intrigo dai
contorni piuttosto oscuri con i superstiti della famiglia reale longobarda che risiedevano allora a Salerno.
Evidentemente egli si era accorto che assistere passivamente alla distruzione del regno
longobardo aveva rappresentato un grave errore: ma era forse troppo tardi. Questa volta Carlo si
mobilit, forte del rinnovato appoggio del pontefice, che pure sulle prime aveva tentato un
accomodamento amichevole fra i due cugini. Nel 787 i franchi assalirono la Baviera da tre lati:
Tassilone si rese conto che n la nobilt n il clero bavari gli erano del tutto fedeli e, spaventato dallo
schieramento di forze franco, si rassegn a chinare di nuovo la testa. Il 3 ottobre del 787 si rec
pertanto al campo di Carlo sulla Lech e consegn al re franco il suo scettro, rinnovando nella forma pi
solenne latto di sottomissione. Carlo accett la resa; restitu al dux lo scettro, investendolo cos
nuovamente del potere sulla Baviera, ma sottolineando con forza la sua dipendenza dalla sovranit regia.
Tuttavia la pace dur poco. Lanno successivo Tassilone cerc lalleanza degli vari, contro i
quali Carlo stava allora combattendo. Il suo atteggiamento, per, trov discorde buona parte
dellaristocrazia bavara. Egli fu portato davanti allassemblea di corte di Ingelheim; di fronte a un
tribunale di nobili franchi, sassoni e longobardi venne accusato, dai suoi stessi grandi di Baviera, di
ribellione al re e di complotto con i nemici vari. Gli si rinfacciarono tutti i suoi spergiuri, a partire da
quello nei confronti di Pipino un quarto di secolo prima: il verdetto fu la pena capitale, commutata da
Carlo in reclusione in un monastero per lui e la sua famiglia.
Tassilone mor nel 794, probabilmente nel monastero di Lorsch; qui almeno, ancora nel 16esimo secolo, si mostrava il suo presunto sepolcro in pietra. La Baviera venne ridotta a provincia e affidata al
cognato del re, Geroldo, che la resse in qualit di praefectus (trattandola dunque come una marca);
laristocrazia bavara fu integrata nel governo della regione e il diritto bavaro rimase in vigore; il
territorio fu inoltre allargato con linclusione della provincia ecclesiastica di Salisburgo.
Alle questioni longobarda, sassone, bavara e vara si era andato intrecciando in quei medesimi
anni il rapporto con la Spagna musulmana: un rapporto il segno pi celebre del quale , tuttavia, quello
duna sconfitta di scarso rilievo sul piano militare ma di primaria importanza su quello della memoria e dellimmaginario.
.
In questo combattimento furono uccisi Eggiardo sovrintendente alla mensa del re, Anselmo
Comes palatino, Rolando prefetto della marca bretone e molti altri.
 sorprendente come una notizia cos scarna sia alla radice di uno fra i miti pi fortunati della
Cristianit occidentale. Si tratta dellepisodio di Roncisvalle, destinato a conoscere nei secoli successivi
una fortuna eccezionale. A ben riflettere, comunque, non pu stupirci che Eginardo, a prescindere da
quella che fu la precisa portata storica dellavvenimento, preferisca sorvolare. Fino a questo momento,
il cammino di Carlomagno era stato costellato di successi, alternati magari a qualche rovescio, ma
sempre coronati da vittorie definitive: la spedizione in Spagna fu, invece, un sostanziale, per quanto
non totale, fallimento.
Della battaglia, avvenuta tra gli anfratti dei passi pirenaici, al valico di Roncisvalle, lungo la
via di pellegrinaggio alla volta di Santiago de Compostela, ci ha tramando la data precisa un poeta
carolingio in un epitaffio: il 15 agosto 778. Anche qui Hruotlandus, prefetto della marca di
Bretagna (vale a dire comes cui era stata affidata una circoscrizione di confine)  soltanto un nome:
bisogner attendere l11esimo 12esimo secolo, con la famosa Chanson de Roland attribuita a Turoldo, per la
nascita del paladino nel mito; ma il protagonista di questa e di altre fortunate epopee poco o nulla avr
a che vedere con il personaggio storico, che rimane per noi solo un nome scolpito in unepigrafe. Prima
della Chanson, non troviamo esplicita traccia di una leggenda rolandiana; e, se anche vi  stata, doveva
trattarsi di qualcosa di molto diverso da quella che si  poi codificata grazie alla trasfigurazione di
Carlo e della sua corte operata successivamente dai poeti secondo la visione provvidenzialistica della
storia e sotto linflusso dellidea di crociata.
Alla dieta di Paderborn del 777 era presente come si  detto una delegazione di capi musulmani
spagnoli, guidata dal governatore di Saragozza Suleiman ibn Yaqtan al Arabi el Kelbi. La sua visita era
dovuta agli sviluppi della situazione creatasi nel mondo islamico dopo il 750, con lascesa al califfato
della dinastia degli abbasidi; la precedente dinastia umayyade era stata spazzata via e il suo unico
superstite, Abd ar Rahman, si era rifugiato in Spagna dove aveva dato vita allemirato indipendente di
Crdoba, al quale guardava tutto lIslam iberico. Naturalmente gli abbasidi erano suoi feroci avversari.
Contatti strategici tra Baghdad e il regno franco per contrastare il nuovo emirato cerano gi stati al
tempo di Pipino; ora Suleiman, ribellatosi al potere umayyade, una ribellione che il califfo abbaside
non poteva che veder di buon occhio, chiedeva laiuto di Carlo, garantendogli che le genti spagnole
sarebbero scese in campo a suo favore.
La situazione sembrava favorevole. Ma quando, lanno successivo, Carlo guid in effetti la
spedizione, egli si trov davanti una realt completamente diversa da quella prospettatagli. Espugn la
citt basca (e cristiana) di Pamplona, ma la sua marcia si arrest davanti alla saracena Saragozza che
contrariamente a quanto promesso non gli spalanc affatto le porte. Non  chiaro quali furono i motivi
del fallimento dellimpresa: forse un voltafaccia di Suleiman o un sovvertimento degli equilibri di governo interni alla citt. Comunque sia, Carlo, resosi conto della situazione, ebbe il buon senso di ordinare la ritirata.
Durante lattraversamento dei Pirenei, al passo di Roncisvalle, la retroguardia dellesercito
carolingio fu assalita e completamente distrutta dai baschi, che forse intendevano vendicare la presa di Pamplona.
Quale fu lesatta portata di questo scontro? La questione  tutto sommato ancora aperta.
Neppure su chi fossero effettivamente gli assalitori c per la verit sicurezza assoluta: certo comunque
non gli arabi, come invece riferisce la tradizione epica. Eginardo, nel gi citato passo della Vita Karoli, cos afferma:
... infatti, avanzando lesercito [di Carlo] in lunghe file, come consentiva langusta disposizione
del luogo, i Wascones tesero un agguato alla sommit del monte... effettuarono unincursione dallalto,
rovesciando nella vallata sottostante la scorta alle salmerie e quelli che... proteggevano il grosso
dellesercito e ingaggiata con loro battaglia li massacrarono fino allultimo.
 opinione comune che questi Wascones vadano identificati con i baschi, per quanto gli
annalisti carolingi tendano a confonderli con i guasconi del resto affini. Quanto alle proporzioni dello
scontro, probabilmente si tratt di un episodio piuttosto esteso, in cui fu coinvolto anche il grosso
dellesercito e non la sola retroguardia. Certo  che Carlo non pot vendicare laffronto; rinunci a
condurre una sistematica politica di conquista in Spagna, ma adott alcune sagge misure: per evitare
che linsuccesso avesse ripercussioni sulla sempre inquieta Aquitania e proteggerla da incursioni e
rappresaglie musulmane, nel 781 la elev a regno, affidandola al figlio Ludovico; e proprio lui e i suoi
consiglieri riuscirono, alla fine del secolo, ad allargarsi a sud dei Pirenei creando la cosiddetta marca
di Spagna, nucleo originario della Catalogna.
...
.
...
CAPITOLO 5.
...
.
...
IMPERATOR ROMANUM GUBERNANS IMPERIUM.
...
.
...
Piuttosto che frutto di un piano preordinato, lespansionismo di Carlo fu determinato, almeno in
una prima fase, dalla necessit di affrontare in maniera adeguata una serie di situazioni contingenti. Ad
esempio, lannessione del paese dei sassoni e della Baviera aveva posto i franchi a diretto contatto con
popolazioni slave e uraloaltaiche ancora nomadi, pagane, dedite alle razzie e tuttaltro che disposte a
riconoscere la loro supremazia: ne scaturirono altre campagne militari e nuove conquiste.
Le notizie sulle origini degli vari non sono numerose: si trattava di un popolo uraloaltaico
insediatosi dopo la seconda met del sesto secolo nellarea danubiana, dove aveva preso il posto di genti
germaniche quali i longobardi, depredando e asservendo le trib slave che vi abitavano; alla fine di
quel secolo, il loro dominio spaziava fra il Norico centromeridionale e la Pannonia settentrionale (il che
pi o meno equivale allarea tra la Croazia e lUngheria attuali): un territorio molto vasto, dunque, ma
privo di unorganizzazione unitaria.
La capitale vara, definita comunemente Ring (in tedesco anello), era una sorta di
accampamento fortezza che il cronista detto il monaco di San Gallo descrive come circondata da ben
nove cerchi concentrici di palizzate; situata probabilmente in una zona tra il Danubio e il Tibisco, essa
era la residenza del capo supremo o Khaghan (Khan dei Khan). Su questo modello erano
probabilmente costruiti tutti gli altri insediamenti degli vari.
Il Khan aveva una sorta di luogotenente, lo Jugur, mentre i capi delle pi importanti famiglie
(Tarkhan) costituivano nel loro insieme la nobilt.
Dai loro insediamenti gli vari si spostavano per continue scorrerie a scopo di saccheggio: le
cronache li descrivono come guerrieri daspetto spaventoso, dai capelli scarmigliati e intrecciati con
nastri, dalle facce devastate dalle cicatrici, dalle belluine urla di guerra. Un tipo di descrizione
verosimile, della quale tuttavia non c troppo da fidarsi: le fonti che trattano degli vari sispirano di
solito alle descrizioni degli unni del Quinto secolo, cos come in seguito altri cronisti utilizzeranno le pagine
dedicate a unni e vari per descrivere bulgari, ungari o mongoli. Daltro canto, si trattava in effetti di
genti affini tra loro per ceppo etnico, idiomi, consuetudini.
Secondo testimonianze bizantine, la tattica bellica degli vari consisteva nellattacco
improvviso e nella fuga repentina; essi attiravano il nemico in unimboscata, lo accerchiavano e con un
alternarsi di attacchi e ritirate e una pioggia di frecce lo riducevano allimpotenza. Nel settimo secolo gli
vari avevano dato non poco filo da torcere allimpero, se  vero che il basileus Eraclio, che pure si era
distinto per le imprese militari, ma che non poteva troppo dedicarsi alle frontiere settentrionali,
assorbito comera dal problema prima persiano, quindi arabo, era stato costretto a versar loro pesanti tributi in oro.
Alla fine dellottavo secolo, tuttavia, la compagine degli vari appariva in crisi; Bisanzio era
infine riuscita a domare la loro forza, e anche i loro attacchi contro la Baviera erano sempre stati
respinti dai duchi. Inoltre, quando Carlo si decise allintervento, una parte dellaristocrazia vara
sembrava cominciar a mostrare insofferenza nei confronti del Khaghan. Il re franco poteva giustificare
la propria campagna anche con motivazioni di tipo religioso: si trattava di gente bellicosa e pagana che
attaccava e depredava di preferenza chiese e luoghi sacri cristiani, ben sapendo che spesso proprio l si
potevano trovar tesori. E, proprio per il suo carattere religioso, Eginardo definisce la guerra vara la pi
significativa fra quelle condotte dal suo signore.
Tra il 789 e il 791, dopo una serie di trattative alternate a incidenti di frontiera, Carlo si decise
dunque a compiere una spedizione. Nellestate del 791 vennero mobilitate due colonne franche: una
guidata dallo stesso Carlo che avrebbe dovuto procedere lungo la riva destra del Danubio, laltra
destinata ad avanzare su quella sinistra; sul fiume, una flotta bavara comandata dal prefetto di
Baviera Geroldo trasportava salmerie e altre truppe. Una preparazione in grande stile, dunque,
strutturata pi per la conquista che per una semplice spedizione dimostrativa o punitiva. Inoltre
dallItalia, attraverso il Friuli, si un allimpresa anche il figlio di Carlo, Pipino, alla testa di un esercito longobardo.
La spedizione ottenne subito alcuni successi rilevanti: i franchi sfondarono le fortificazioni
erette dagli vari nella foresta di Vienna e Carlo giunse alla confluenza tra il Danubio e la Raab, mentre
anche lesercito italico guidato da Pipino riusciva a penetrare in territorio varo. Ma a questo punto fra i
cavalli dellesercito franco scoppi una terribile epidemia di epizoozia, che li decim. Data la tecnica di
combattimento degli vari, lausilio della cavalleria era indispensabile; venendo esso meno, Carlo fu
costretto a ritornare a Ratisbona, da dove contava di riprendere la campagna lanno successivo.
Il 792 e il 793 furono per anni gravidi di diversi e importanti avvenimenti: il sovrano franco
dovette intervenire in questioni religiose di qualche rilievo e fu costretto a fronteggiare, come
sappiamo, nuove rivolte dei sassoni; inoltre si trov ad affrontare una congiura familiare.
Dallunione con quella Imiltrude che Carlo aveva dovuto abbandonare per sposare la figlia di
Desiderio era nato un figlio, Pipino detto il Gobbo. Per quanto papa Stefano Terzo avesse dichiarato
Imiltrude consorte legittima nel tentativo di impedire le nozze longobarde, Pipino restava
sostanzialmente il frutto degli amori fra il re e una concubina. Egli fin quindi col trovarsi in una
situazione che, per le tradizioni e le concezioni giuridiche del tempo, era poco chiara: difatti era senza
dubbio il figlio maggiore di Carlo, ma tale condizione non gli forniva alcuna sicura posizione di
vantaggio; daltro canto il fatto di essere illegittimo, date appunto quelle tradizioni e concezioni, di per
s non lo poneva del tutto fuori gioco. Il problema pi grave, a quel tempo, erano semmai le sue
precarie condizioni fisiche, che lo rendevano inadeguato ad assolvere i compiti di guerra e di comando
e, pi in profondo, lo facevano sentire un segnato, un colpito dallo sfavore divino, uno che non
avrebbe portato fortuna al popolo che gli fosse stato affidato. Rabbia, frustrazione e rancore possono
esser forse le ragioni che spinsero il principe ad aderire alle istigazioni di alcuni nobili franchi
dissidenti, che volevano uccidere Carlo e innalzar lui sul trono. Fu un longobardo di nome Fardulf a
scoprire e denunciare, nellestate del 792, la congiura al re, ricevendone un alto compenso.
Carlo tenne corte di giustizia a Ratisbona: i congiurati furono condannati a morte, ma al re
manc il coraggio di decretare la suprema condanna per il proprio figlio; forse non era insensibile alle
sofferenze fisiche e morali del giovane, forse nutriva per lui uno speciale segreto affetto. La pena gli fu
quindi commutata nella reclusione a vita nel monastero di Prm, dove Pipino termin dimenticato i suoi giorni nell811.
La congiura ebbe leffetto di scuotere profondamente il sovrano, il quale invi subito messi a
tutti i suoi sudditi e soprattutto ai grandi per far rinnovare il giuramento di fedelt. Era infatti evidente
che almeno una parte dellaristocrazia manifestava tendenze centrifughe, preoccupata di un sovrano
che si dimostrava assai difficile da manovrare e controllare. Le concezioni germaniche della regalit
volevano che il re fosse, rispetto ai suoi nobili, un primus inter pares: inoltre, forse, molti aristocratici
franchi si sentivano fieri delle origini del loro rango e del loro sangue, ben pi nobile e antico di quello
del parvenu figlio dun Maestro di Palazzo.
Una volont autocratica, che gi dava segno di volersi orientare verso una soluzione anche
istituzionale di tipo nuovo? Sta di fatto che anche sotto altri punti di vista Carlo non sembrava
adeguarsi alla ristretta concezione barbarica duna sorta di re pastore, di sovrano patriarcale. Per
esempio, si occupava molto di costruire, edificare, realizzar opere che fossero di pubblica utilit e lo
facessero ricordare ai posteri. Come la grandiosa impresa concepita verso il 793 e destinata al
fallimento per linadeguatezza dei mezzi tecnici a disposizione: la creazione di unarteria navigabile dal
Mare del Nord al Mar Nero, da realizzarsi per mezzo della costruzione di un canale di raccordo tra il
Reno, il Meno e il Danubio. I grandi lavori di scavo per realizzare questopera vennero avviati
nellautunno del 793; ma, come narrano gli Annali di Eginardo, la naturale fangosit del terreno faceva
s che ogni notte si distruggesse il lavoro effettuato durante il giorno. Carlo dovette cos desistere
dallimpresa, che prova comunque non solo la sua lungimiranza e il suo desiderio di consolidare con
mezzi militari il potere sui territori sottomessi, ma anche un concetto del potere regio e una gestione del
territorio che nessun sovrano romano barbarico (a parte forse lostrogoto Teodorico) aveva mai mostrato.
Nel 795 ripresero le ostilit contro gli vari: approfittando di alcune loro rivolte interne
culminate nellassassinio dello stesso Khaghan, venne allestita una nuova spedizione, guidata dal re
dItalia Pipino (il giovane, figlio di Carlo e di Ildegarda), assistito dal duca Eric del Friuli e da un
principe slavo, il croato Voinimiro.
Lesito della spedizione fu questa volta trionfale. Venne conquistato lo stesso Ring, la capitale
degli vari, ricco delle prede di mille razzie. Il bottino riportato dovette suscitare presso i
contemporanei stupore e meraviglia, come ci narra Eginardo nella biografia del suo sovrano:
In seguito alla guerra, la Pannonia divent quasi del tutto spopolata, tutta la nobilt unna [cos
Eginardo definisce gli vari alla luce delle comuni origini etniche] scomparve travolta, tutte quante le
ricchezze vennero saccheggiate: tutta la ricchezza e i tesori in lungo tempo accumulati furono portati
via... Infatti [ai franchi] sembrava di essere stati fino a quel tempo quasi poveri, tanto oro e argento fu
trovato nella reggia, tante spoglie preziose conquistate nei combattimenti, per cui a ragione si pu
credere che i franchi abbiano giustamente portato via agli unni quanto essi ingiustamente avevano
depredato ad altri popoli.
Ben quindici carri si resero necessari per trasportare ad Aquisgrana lingente bottino, che fu
almeno in parte elargito alle chiese, ai poveri, allo stesso pontefice romano. Tuttavia, tra il 797 e il 799
gli vari insorsero di nuovo. Nei combattimenti che ne seguirono, persero la vita due fra i migliori
condottieri franchi: Geroldo, cognato di Carlo e suo luogotenente in Baviera, cadde in uno scontro che,
ironia della sorte, cost ai franchi soltanto tre morti; Eric, il duca del Friuli che era stato il vero
conquistatore della capitale vara, per in un agguato tesogli dai croati mentre stava probabilmente
organizzando una spedizione punitiva contro di loro. Alla fine di queste nuove spedizioni, la guerra
vara era terminata: con un esito talmente drammatico che un proverbio russo tramandato nel tempo
dice, di chi  sparito senza lasciar traccia, che  scomparso come gli vari. Una testimonianza,
questa, senza alcun dubbio eloquente e significativa.
Alla fine dellottavo secolo, il cammino compiuto dal sovrano franco poteva ben dirsi
impressionante. La Sassonia era ormai sottomessa, la Baviera ridotta allobbedienza, il regno
longobardo unito alla corona franca, il dominio varo scomparso e assorbito. Il regno dei franchi
comprendeva dunque tutta lantica Gallia, la Germania occidentale e lItalia settentrionale: aveva cio
pi che raddoppiato la sua estensione dai tempi di Pipino il Breve. Si trattava, ormai, della sola grande
monarchia dOccidente; i rapporti con la Chiesa erano improntati a una salda e stabile sintonia, e si pu
dire che il regno franco avesse, in Occidente, lo stesso peso della monarchia del basileus in Oriente
(certo, erano Oriente e Occidente a non esser omogenei). Fu forse questo a far sorgere lidea che il
titolo di re fosse ormai insufficiente?
La via che port allassunzione della dignit imperiale venne segnata da due eventi importanti:
il primo riguardante limpero dOriente, il secondo il papato. Le relazioni con Bisanzio avevano per
forza di cose conosciuto, soprattutto ai tempi della guerra franco longobarda, momenti dattrito causati
da conflitti dinteresse; i contendenti erano per riusciti a evitare di far precipitare la situazione, di
giungere a un punto di non ritorno. Era tuttavia ormai impossibile non rendersi conto che un impero
dOccidente, di fatto, era tornato a esistere: anche se non coincideva affatto con lantica pars
Occidentis dellimpero romano, il cui baricentro era stato il Mediterraneo, perduto in gran parte dopo le
invasioni arabe. Che cosa sarebbe accaduto se a Bisanzio si fosse verificata una situazione, diciamo
cos, di sede vacante : o qualcosa che fosse comunque possibile far passare per tale?
Il violento conflitto iconoclasta, che aveva caratterizzato il regno di Leone Terzo Isaurico e di suo
figlio Costantino V, conobbe una battuta darresto alla morte di questultimo, nel 775, con lavvento al
trono di Leone IV. Scomparso prematuramente anche tale sovrano nel 780, era salita alla ribalta una
donna molto intraprendente e di grande energia: la sua vedova, la basilissa Irene, che assunse la
reggenza in nome del figlio dodicenne Costantino sesto. Irene, che gi aveva ispirato la politica del
marito, si spinse ancora oltre: avendo evidentemente compreso che non era pi possibile considerare
quello dei franchi alla stregua di uno dei tanti, effimeri regni germanici, cerc unintesa con Carlo,
tentando contemporaneamente di migliorare le relazioni con Roma gravemente compromesse proprio
dalla questione delliconoclastia. Questa donna, che i suoi contemporanei giudicavano indegna di
ricoprire la carica imperiale, aveva chiaramente compreso con grande lucidit che, senza un deciso
cambiamento di rotta, Bisanzio rischiava di perdere definitivamente qualunque influenza in Italia. Fu
cos che nel 781 essa cerc di stringere unintesa con i franchi, suggellata dal fidanzamento di suo
figlio Costantino con la figlia di Carlo Rotrude.
Tre anni pi tardi, nel 784, Irene, anche personalmente contraria alliconoclastia, costrinse
alle dimissioni il patriarca di Costantinopoli Paolo, che ne era invece fautore; e inizi una serie di
trattative con Roma e con i patriarchi orientali per un concilio ecumenico che annullasse i
provvedimenti iconoclasti del 754 e restaurasse la venerazione delle immagini. Il concilio fu convocato
a Nicea nel 787: ne scaturirono la condanna delliconoclastia come dottrina ereticale e la conclusione
che le immagini potevano essere oggetto di venerazione, anche se non di adorazione. Infatti la
venerazione (dulia) era diretta allimmagine in quanto segno della persona sacra rappresentata;
ladorazione (latria) era invece dovuta esclusivamente a Dio. Il legato pontificio, presente al concilio,
accett la distinzione senza riserve.
Si profilava cos la possibilit di una riconciliazione tra Roma e Bisanzio, cosa che daltronde
non poteva non causare qualche inquietudine alla corte carolingia: il ruolo di defensor fidei, cos
faticosamente acquistato da Pipino e da Carlo nei confronti del vescovo di Roma, sarebbe tornato al
suo antico detentore? Il sovrano franco, inoltre, non era stato informato della convocazione del
concilio, n vi era stato invitato alcun rappresentante della Chiesa franca. Vero  che, essendo il regno
carolingio in comunione con Roma, esso avrebbe dovuto sentirsi rappresentato dal legato pontificio;
ma ci non poteva esser sufficiente per chi si considerava ormai legittimamente investito del ruolo di
difensore della Cristianit latina. In ogni caso, veniva cos a costituirsi un eccellente pretesto di rottura.
La risposta franca si fece attendere fino al 791: ma, quando giunse, era stata perfettamente
meditata. Si dice che il sovrano franco abbia conosciuto gli atti del concilio di Nicea attraverso una
pessima traduzione in latino; e non  escluso che la sua severa posizione nei confronti del culto delle
immagini gli venisse anche dalla sua esperienza di governo e di missione. Avendo a che fare con
pagani politeisti e idolatri, come i sassoni e gli vari, limperatore era incline a pensare che fosse un
rischio proporre a quanti di loro erano stati battezzati, e non erano certo giunti al cristianesimo in
seguito a una volontaria maturazione, il culto di figure dipinte o intagliate, che potevano far nascere
equivoci sulla loro natura e richiamare alla mente di quelle genti i loro vecchi idoli.
Comunque sia, la replica alle soluzioni del concilio di Nicea fu senza dubbio ispirata, almeno
dal punto di vista teologico, da Teodulfo dOrlans e da Alcuino di York, personaggi di spicco
delllite intellettuale ed ecclesiastica franca.
Carlo contrattacc infatti tanto sul piano dottrinale quanto su quello diplomatico militare. Fece
redigere dai due dotti chierici una raccolta di scritti detta Libri carolini, che criticava le decisioni
conciliari accusando i bizantini di essere idolatri in quanto adoratori di immagini:
Non abbiamo niente in contrario, scrive Teodulfo, a che le immagini abbiano la funzione di
ornamento nelle chiese o per il ricordo degli avvenimenti passati, ma esigiamo... che la venerazione
superstiziosa venga estirpata.
Al concilio veniva inoltre negata validit ecumenica per lassenza dei rappresentanti franchi.
Anzi, esso era dichiarato addirittura illegittimo in quanto presieduto da una donna:
Noi troviamo sancito nei libri sacri che la donna fu data alluomo per propagare la specie, per
servirlo e anche per calmare la sua incontinenza; mai abbiamo letto che sia stata data a lui per
ammaestrarlo... per questo motivo lApostolo scrisse che la donna non deve mai insegnare, ma
soltanto imparare in silenzio e in devota umilt (Paolo, Prima Lettera a Timoteo, 2,12).
E ancora:
... la fragilit del sesso e lincostanza del cuore non permettono a una donna di assumere una
cos alta autorit in materia di fede o di governo.
Del resto, forse avvertendo la debolezza di questa tesi, i Libri carolini vanno ben oltre. Nella
prefazione si legge infatti una sorta di condanna in blocco dellimpero bizantino: larroganza,
lorgoglio, il desiderio di onori avevano spinto i monarchi e il clero dOriente ad abbandonare alla
corruzione le anime dei loro sudditi e a spezzare lunit della Chiesa di Cristo. Gli imperatori di
Costantinopoli avevano osato innalzarsi alla posizione di semidei, pretendevano di governare a fianco
di Dio, volevano essere chiamati divini (in realt, tra gli appellativi del basileus figuravano s i
termini filchristos e isapstolos, cio amico del Cristo e pari agli Apostoli, ma ovviamente non si
accampavano pretese di divinit). Polemiche strumentali e incomprensione della mentalit e delle
tradizioni orientali andavano di pari passo.
Tutte queste tesi vennero solennemente ribadite nel 794 durante il concilio convocato a
Francoforte, al quale presenziarono due legati pontifici e che fu presieduto personalmente dal sovrano
franco. Inutilmente papa Adriano aveva scritto a Carlo una lunga lettera in cui difendeva la legittimit e
la validit delle posizioni prese a Nicea dai teologi romani e definiva limperatrice una nuova Elena,
con riferimento alla madre di Costantino. Proprio un riavvicinamento del papa a Bisanzio era
probabilmente il timore principale di Carlo, che del resto iniziava ormai ad assumere atteggiamenti ed
espressioni sempre pi consone alla dignit imperiale: dal 794 si era insediato stabilmente ad
Aquisgrana dove aveva fatto costruire una grande reggia che, abbandonato il modello della residenza
itinerante tipica dellepoca merovingia, voleva essere una Nuova Roma e un contraltare al Sacro
Palazzo di Costantinopoli. Ledificio che a Costantinopoli ospitava la sala del trono, il Crysotriclinios,
o Triclinio Aureo, era costruito come una chiesa, e vi si tenevano anche funzioni liturgiche. Esso
aveva una pianta circolare che lo rendeva simile alla basilica gerosolimitana dellAnastasis e alla chiesa
di San Vitale a Ravenna che a esso, appunto, sispirava. Ebbene, Carlo fece costruire la Cappella palatina di Aquisgrana proprio seguendo questo modello; inoltre mostr di gradire che lo si chiamasse capo del popolo eletto e anche, alla stregua del basileus, rex et sacerdos. Le laudes regiae, composte attorno al 796 circa per esser cantate in occasione delle grandi feste liturgiche, oltre a esaltare
il papa celebravano il re, la sua discendenza e tutto lesercito dei franchi. Nel corso dellultimo
decennio dellottavo secolo, nella corrispondenza di Alcuino ed Eginardo con il loro sovrano, appare
sempre pi frequentemente laggettivo imperialis, allusione pi che trasparente alla nuova realt che
andava prendendo corpo.
Sul piano diplomatico militare, le risoluzioni del concilio di Nicea provocarono la rottura dellaccordo matrimoniale del 781 tra Costantino e Rotrude nonch uninvasione dellIstria da parte di truppe franche.
Nel 797, per, a Costantinopoli vi fu una rivoluzione di palazzo. Simili colpi di stato non erano
certo una novit per Bisanzio: non era tuttavia mai accaduto, nella storia di tutto limpero romano, che
una donna accedesse alla dignit imperiale.  vero che la basilissa godeva tradizionalmente,
nellimpero bizantino, di una situazione di privilegio e anche di uninfluenza politica ben maggiori che
nellantico impero romano;  ben nota lautorit dellimperatrice Teodora, che il malevolo Procopio
presenta come vera ispiratrice della politica del marito Giustiniano. Si era dato il caso di imperatrici
che avevano designato il successore per il marito defunto o esercitato il potere come reggenti in nome dei figli minori.
Daltronde, gli eventi che portarono allassunzione del trono da parte di Irene non furono affatto
pacifici. Il diritto era infatti dalla parte del figlio Costantino, cui la madre si rifiut di cedere il potere
quando questi raggiunse la maggiore et. Si formarono due partiti e si scatenarono lotte sanguinose;
finch, il 15 agosto 797, Costantino fu trascinato in catene al cospetto della madre e per ordine di lei
accecato con due ferri roventi. Irene assunse quindi il titolo di mgas basileus tn Romain. La notizia
di quanto era accaduto a Bisanzio suscit in Occidente grande sensazione; si inizi a parlare di
 illegittimit del regno di Irene e pertanto di vacanza del trono imperiale. Due anni dopo gli eventi
descritti, una celebre lettera di Alcuino a Carlo recitava:
Fino a ora tre persone sono state allapice della gerarchia del mondo. Anzitutto, il
rappresentante della sublimit apostolica, vicario del beato Pietro, principe degli Apostoli, di cui
occupa il seggio...; poi, il titolare della dignit imperiale che esercita il potere secolare nella Seconda
Roma: ma dappertutto si  sparsa notizia del modo empio in cui il capo di questo impero  stato
deposto, non da stranieri, bens dai suoi e dai concittadini. In terzo luogo segue la dignit regale che
Nostro Signor Ges Cristo ha riservata a Voi, affinch governiate sul popolo cristiano. Essa prevale
sulle altre due dignit, le eclissa in saggezza e le supera. Ora soltanto su di Te si appoggiano le Chiese
del Cristo, solo da Te si aspettano la salvezza, da Te vendicatore dei delitti, guida degli erranti,
consolatore degli afflitti e sostegno dei buoni.
Alla dignit imperiale di Carlo non mancava ormai che la sanzione de iure.
A offrirgliela fu il pontefice romano che successe ad Adriano I, con il quale Carlo era sempre
riuscito a trovare unintesa e cui egli si sentiva legato da un forte vincolo damicizia. Questi era morto
nel 795, dopo un pontificato di ventitr anni: un lungo periodo che aveva coinciso proprio con
lavvento al trono del monarca e la sua affermazione quale defensor fidei. Carlo ne fece celebrare la
memoria con messe di suffragio ed elemosine in tutto il regno.
Ma la testimonianza pi eloquente del suo cordoglio  unelegia, fatta comporre da Alcuino e
incisa su una lapide di marmo nero collocata sulla tomba di Adriano:
Io Carlo scrissi questi versi lacrimando per la tua morte, Adriano. Tu fosti per me un legame
daffetto grande e dolce, un padre venerato. E ora voglio che siano qui congiunti per sempre i nostri
nomi: Adriano e Carlo, io Re e tu Padre.
Al legame affettuoso che aveva caratterizzato il rapporto con Adriano segu un rapporto di
iniziale diffidenza con il suo successore. Leone Terzo non discendeva da una grande famiglia romana
come il predecessore: era un sacerdote di non illustri origini, che aveva fatto carriera nella burocrazia
del defunto pontefice. La sua elezione suscit quasi subito invidie e gelosie, anche per leliminazione
dal suo entourage di influenti personalit del precedente pontificato. Malumori, mormorazioni e gelosie
trovarono presto la via di Aquisgrana. Leone si comport peraltro con Carlo nel modo pi ossequioso e
deferente: si premur infatti di inviargli il verbale della sua elezione, le chiavi della confessio di San
Pietro e lo stendardo dellUrbe, a legittimare e ribadire linvestitura del sovrano franco in quanto
patricius Romanorum al patronato della Citt Eterna. Carlo, per parte sua, non si era dimostrato molto
cordiale: aveva raccomandato al pontefice di vivere in modo onesto e di osservare i canoni della
Chiesa. In una lettera al poeta di corte e diplomatico Angilberto, incaricato di unambasceria presso il
nuovo pontefice, leggiamo addirittura alcune note un po sconcertanti:
Se la divina misericordia governa la tua strada e ti conduce salvo al nostro signore apostolico,
nostro padre, allora, se il vostro colloquio lo consente, esortalo presto alla onoratezza in tutta la sua vita
e soprattutto allosservanza delle sacre leggi, nella guida devota della santa Chiesa di Dio... E
consiglialo con la massima urgenza di far cessare leretica vendita delle cariche che macchia il santo
corpo della Chiesa;  quel che spesso, come ben sai, abbiamo deplorato insieme.
Erano queste dunque le accuse che venivano mosse a Leone? Comunque sia, la situazione
precipit. Il 25 aprile del 799 accadde a Roma un episodio di sconcertante ferocia. Il pontefice si era
recato in processione per celebrare la festa delle Litanie Maggiori, che aveva lo scopo di attirare la
benedizione divina sulle messi: probabilmente un ricordo delle cerimonie pagane per la fertilit dei
campi che lantica Roma aveva tenuto ben vive. La processione sostava presso la chiesa di San
Lorenzo in Lucina: qui essa venne aggredita e dispersa da una banda armata alla guida della quale
verano a quanto pare due nipoti di papa Adriano, peraltro dignitari della corte papale. Leone fu gettato
a terra e percosso; si cerc anche di accecarlo e di strappargli la lingua, in modo da renderlo per sempre
inabile a esercitare lufficio pontificale. Ferito e sanguinante, il vicario di Pietro venne trascinato
prigioniero in un vicino monastero; ma le sue ferite dovevano esser meno gravi di quanto non
sembrassero e il tentativo di mutilazione era fallito: in seguito una leggenda lo volle risanato grazie a
un miracolo. Leone riusc a evadere e a rifugiarsi a Spoleto da dove, con laiuto del duca Giunigiso,
pot partire alla volta di Paderborn per cercare aiuto e giustizia dal protettore della Chiesa romana.
Ancora una volta Carlo vide dunque un pontefice supplice varcar le Alpi per implorare
soccorso. Ma questa volta il caso era, per certi aspetti, ben pi grave del precedente: non si trattava
infatti di un nemico esterno che premeva alle porte di Roma, ma di uomini della stessa corte papale che
avevano aggredito il pontefice nellesercizio delle sue funzioni. Contemporaneamente allarrivo del
papa, una fazione di aristocratici romani invi ambasciatori a Paderborn per accusare il papa di varie
colpe, tra cui quelle di lascivia e di spergiuro.
Carlo aveva ora due possibilit, nessuna delle quali priva di rischio: accettare che Leone venisse
deposto, concedendogli magari di ritirarsi in qualche angolo del suo regno; o reintegrarlo nelle sue
funzioni. Scelse la seconda soluzione, presumibilmente alla luce di un accorto calcolo politico: grande
sarebbe stato infatti il debito di Leone nei suoi confronti.
Il pontefice fu ricevuto a Paderborn con tutti gli onori, curato e rimesso in salute. Il sovrano
franco non manc tuttavia di nominare una vera e propria commissione dinchiesta, presieduta
dallarcivescovo di Salisburgo, Arnone, e dal proprio arcicancelliere, larcivescovo di Colonia
Ildebaldo: essa doveva accompagnare il pontefice a Roma e far piena luce su quanto accaduto.
Giunta a Roma, la commissione deliber a favore di Leone: qualunque atto compiuto da un
papa, si disse, non era sindacabile da un tribunale umano, ma solo da Dio. Si richiese a quel punto,
per, la presenza del sovrano franco, tanto per giudicare il delitto compiuto dalla fazione avversa a
Leone, quanto per sanzionare con la sua persona il verdetto della commissione e la piena restaurazione
del pontefice nelle sue funzioni. Carlo tuttavia prese tempo, e solo dopo un anno di trattative
diplomatiche affront il viaggio e fece il suo ingresso trionfale a Roma: era il 24 novembre dell800. Fu
accolto secondo il rito delladventus Caesaris, il cerimoniale riservato allimperatore: il papa gli and
incontro addirittura a dodici miglia dalla citt, il doppio di quanto previsto per un imperatore.
La prima questione che il sovrano dovette risolvere fu naturalmente la riabilitazione formale e
solenne di Leone: il primo dicembre convoc nella basilica di San Pietro unassemblea composta da un
grande numero di alti dignitari laici ed ecclesiastici, provenienti da tutte le contrade del regno. Ma dal
dibattito emerse che, constatata limpossibilit di processare un pontefice, Leone si sarebbe potuto (e
dovuto) discolpare tramite una Purgatio per sacramentum, una dichiarazione giurata in cui egli negava
di aver commesso le colpe imputategli. Si trattava pur sempre di unumiliazione per il papa che,
nonostante le sue proteste dinnocenza, dopo tre settimane di trattative dovette cedere: il 23 dicembre
con una solenne cerimonia giur di essere puro dagli addebiti che gli erano stati mossi, ottenendo la
piena reintegrazione grazie alla garanzia costituita dallavallo del re franco. Cera gi stato un
precedente del genere allorch Pelagio I, eletto papa nel 555 col sostegno di Giustiniano, aveva dovuto
discolparsi dinanzi a Narsete dal sospetto di aver avvelenato il suo predecessore.
La reintegrazione di Leone, peraltro, comportava non gi una pacificazione tra le fazioni
romane, bens la vittoria delluna sullaltra. Il re franco non aveva fatto da paciere: aveva scelto. I
congiurati, che durante le riunioni dellassemblea avevano disperatamente cercato, ma, sembra, con
scarsa efficacia, di provare le loro accuse, furono condannati a morte. Ma papa Leone, pronunciato il
giuramento e celebrato il Te Deum, li perdon e preg Carlo di risparmiar loro la vita. O forse era stato
tutto preordinato, era stato Leone a pretender la condanna formale dei suoi avversari salvo poi
impegnarsi a una messinscena che sollevasse il re dal dovere della condanna? Al papa era necessaria
ma anche forse sufficiente la piena vittoria, ma per lui sarebbe stato controproducente insistere su una
vendetta che avrebbe lasciato una traccia durevole di rancori nella citt. Quanto a Carlo, probabilmente
avrebbe preferito rimanere equidistante e mostrarsi clemente. Solo le insistenze di Leone lo avevano
obbligato, obtorto collo, a pronunciare una sentenza. Un elemento di attrito sintroduceva forse gi da
allora nei rapporti tra papa e re: una gran corrente di simpatia fra i due non cera del resto mai stata, lo
si  gi visto. Le incomprensioni sarebbero durate.
Che cosa avvenne in seguito, in quei due giorni che precedettero la fatidica notte di Natale?
Non si sa con certezza, in quanto le fonti recano testimonianze controverse. Secondo il redattore degli
Annali di Lorsch, in genere piuttosto attendibile, lassemblea, una volta accolto il giuramento di Leone,
deliber anche sulla questione dellimpero:
Poich nel paese dei greci non cera pi un imperatore ed essi erano tutti in mano a una
femmina, parve a Leone e a tutti i padri che sedevano in assemblea, cos come a tutto il popolo
cristiano, di dover dare il nome di imperatore al re dei franchi, Carlo, che occupava Roma, dove sempre
i Cesari avevano avuto costume di risiedere, e anche lItalia, la Gallia e la Germania. Avendo
acconsentito Dio onnipotente a porre questi paesi sotto la sua autorit, fu ritenuto giusto, in modo
conforme alla richiesta dellintero popolo cristiano, che anchegli portasse il titolo imperiale.
Lantivigilia di Natale ebbe luogo anche un altro evento importante: due legati del patriarca di
Gerusalemme giunsero a Roma per consegnare a Carlo le chiavi del Santo Sepolcro e della citt di
Gerusalemme. Carlo sarebbe stato dunque designato imperatore fin dal 23 dicembre? Ci contrasta con
la testimonianza di Eginardo.
Ma procediamo con ordine. La notte di Natale la basilica di San Pietro era stracolma di fedeli
che si inginocchiarono quando Carlo fece il suo ingresso indossando la veste di patricius dei romani.
Di quanto accadde a questo punto abbiamo quattro versioni: una di Eginardo, una del Liber pontificalis
e due degli Annali del regno franco (una delle quali scritta alcuni mesi dopo lincoronazione dal
monaco Richebodo, il quale riferisce fra laltro che lassemblea dei notabili aveva offerto a Carlo la
corona imperiale). Carlo rimase devotamente in preghiera per tutto il tempo del sacrificio eucaristico;
terminata la messa, davanti allaltare e alla tomba di Pietro, papa Leone gli pose sul capo una corona
doro, mentre i romani acclamavano: A Carlo Augusto, incoronato da Dio, grande e pacifico
imperatore dei romani, vita e vittoria. Era lacclamatio, indispensabile elemento dellelevazione al
rango imperiale fin dai tempi di Roma. In essa erano presenti i predicati gi appartenuti ai precedenti
imperatori e che confluirono poi nel titolo ufficiale di Carlo. Quindi il papa, secondo lusanza orientale,
si prostr ai piedi di Carlo in atto dadorazione (prosknesis): ci, almeno,  quanto riferiscono gli
Annali del regno dei franchi.
La cerimonia era di fatto, involontariamente?, il coronamento di un capolavoro di ambiguit.
Di certo, si trattava di un gesto di restaurazione e dinnovazione: rinasceva in Occidente un impero, che
per non poteva essere la ripresa di quello a suo tempo scomparso. Esso era nato direttamente cristiano
e latino, sotto la protezione e gli auspici del vescovo di Roma: per i romani, agli occhi dei quali
limpero non aveva mai cessato di esistere, ci significava lavverarsi di una speranza a lungo coltivata;
per i franchi, lassunzione di unautorit che nessuno tra i molti capi germanici discesi nellimpero nel
periodo del suo tramonto avrebbe potuto sperare.
Lasciamo parlare ancora le fonti. Nella sua Vita di Carlo, Eginardo, con quello stile asciutto e conciso che lo caratterizza, dopo aver spiegato le cause della discesa del sovrano franco a Roma scrive:
In questo periodo [egli] prese il titolo di imperatore e Augusto. Il che dapprima lo contrari a tal
punto che giunse a dichiarare che in quel giorno, anche se era una delle pi grandi festivit, mai
sarebbe entrato in chiesa se avesse potuto supporre qual era il progetto del pontefice.
Il resoconto del Liber pontificalis  invece un po pi ampio e meno contorto. Dopo il riepilogo
del processo di Leone, si nota:
In seguito, essendo arrivato il giorno di Natale di nostro Signor Ges Cristo, si riunirono tutti
insieme di nuovo nella medesima basilica del beato Pietro apostolo. E allora il venerabile e benefico
presule lo incoron con le sue mani con una preziosissima corona.
Quindi, dopo aver richiamato lacclamazione dei fedeli romani, si aggiunge:
Fu detto cos per tre volte, davanti alla sacra confessio del beato Pietro apostolo, invocando
contemporaneamente parecchi santi; e cos da tutti fu fatto imperatore dei romani. Subito il santissimo
sacerdote e pontefice unse re il suo eccellentissimo figlio Carlo con il crisma, nello stesso giorno del
Natale di Nostro Signore Ges Cristo.
Contrariamente agli Annali franchi, il Liber pontificalis non parla dunque della prosknesis da
parte del pontefice e daltronde, sottolineando le specificit del crisma e del giorno di Natale, sembra
quasi ricollegare lincoronazione di Carlo a quella tradizionale dei re franchi a Reims: e fare quindi di
Carlo, pi che un nuovo Costantino, un redivivo Clodoveo. Limpero rinasceva s, in tal maniera: ma
molto ridimensionato e dipendente inoltre dalla volont e dal potere sacramentale del papa. Dal canto
suo Eginardo, senza descrivere la cerimonia, esprime linsoddisfazione di Carlo per lincoronazione.
Un luogo comune retorico? Anche Cesare aveva rifiutato la corona. Da parte di altri, si  pensato che
Leone avesse colto di sorpresa il re, che non si aspettava, almeno in quelloccasione, un gesto del
genere. Hanno forse ben interpretato la ragione del malumore del re franco quanti hanno osservato
come la mano che porgeva la corona avrebbe potuto riprenderla: laccettazione da parte del sovrano
implicava la subordinazione al pontefice.
Si  parlato addirittura di una rivincita di papa Leone: che, imponendo di sua mano la corona sul
capo di Carlo, avrebbe solennemente riaffermato la propria autorit, compromessa da quanto era
accaduto in precedenza. Il re dei franchi poteva anche essere il massimo detentore del potere temporale,
il difensore della Chiesa; ma era in essa che risiedeva comunque la pi alta auctoritas, come sposa del
Cristo che nel vescovo di Roma aveva il suo massimo rappresentante in terra in quanto successore del principe degli Apostoli.
Difficile dire se allora Leone avesse gi in mente anche le implicazioni temporali di questo
ragionamento. Alla fine del Quinto secolo papa Gelasio, in una celebre lettera allimperatore di
Costantinopoli Anastasio, aveva formulato la teoria dei due poteri, dichiarando esplicitamente la
supremazia di quello spirituale. Leone Terzo avrebbe abilmente ripreso questo concetto, che invece in
Oriente non aveva attecchito in quanto il basileus non rinunci mai al suo diritto degemonia sulla
Chiesa? E lo avrebbe applicato direttamente al capo della Chiesa di Roma, cosa che Gelasio, il quale
si era limitato a parlare dei poteri spirituali e temporali, non era giunto a fare?  comunque logico
ritenere che Leone non avesse alcuna intenzione di giungere alla formulazione di una vera e propria tesi
ierocratica nellambito della quale limperatore non fosse altro che il braccio secolare del pontefice:
una tesi impensabile nellottavo secolo. Il desiderio del pontefice era quello di un maggiore equilibrio tra
i due poteri, nel quale il papa non si trovasse pi, comera accaduto al tempo della supremazia
bizantina, a dover dipendere dal sovrano anche in materia religiosa.
Su tutto lepisodio, comunque, lincertezza  diffusa e profonda. Quel che con tutta la
necessaria prudenza si pu affermare  che non sembra credibile che la cerimonia non fosse stata
accuratamente concordata fra Carlo e Leone: il fatto che il giorno scelto fosse quello di Natale stabiliva
come s detto unanalogia rispetto alle tradizioni franche, dal momento che tale festa era quella
privilegiata per le incoronazioni fin dai tempi di Clodoveo a Reims. Vero  che tale analogia era
suscettibile di differenti interpretazioni. Daltro canto, il papa aveva forse giocato allultimo istante il
tiro dellincoronazione del re per sua mano: essa sottintendeva che il diritto di conferire (e di togliere?)
la corona dimperatore di Roma spettasse al capo della sua Chiesa. Era uninnovazione inaudita, che
forzava forse un gesto concordato: la benedizione pontificia delle insegne imperiali allatto della loro
assunzione da parte di Carlo nel corso del sacro rito. Carlo avrebbe forse preferito autoincoronarsi,
secondo il modello bizantino; quanto alla scelta del giorno di Natale, lo stesso del battesimo di
Clodoveo,  possibile che con esso fosse il sovrano a voler istituire un rapporto profondo tra nuova
dignit imperiale e regno dei franchi.
La risposta davvero regia alla provocazione papale  forse contenuta del resto nellaccenno, da
parte degli Annali, alla prosknesis del pontefice dinanzi allimperatore: un gesto che mal si accorda
con il conferimento della corona, dal momento che postula un ordine inverso di superiorit gerarchica
rispetto a esso. Come controreplica a quella risposta, il Liber pontificalis tace sulla prosknesis: a meno
che non la richiami, pi semplicemente, perch essa, com verosimile, non c stata.
Quanto alle reazioni di Costantinopoli allepisodio romano, si prefer ignorare levento, in
quanto la carica imperiale poteva esser conferita esclusivamente dal senato e dallacclamazione del
popolo della Nuova Roma, sola capitale dellunico impero. Teofane, lunico cronista bizantino a
riferire lavvenimento del Natale dell800, narra sprezzantemente che Leone Terzo, completamente ignaro
del cerimoniale, avrebbe unto Carlo dalla testa ai piedi : somministrandogli cos non la consacrazione
imperiale, bens lestrema unzione...
Daltro canto lo stesso Carlo dimostr prudenza e nella formulazione del suo titolo espresse un
certo riguardo nei confronti di Bisanzio: Karolus serenissimus Augustus a Deo coronatus magnus et
pacificus imperator, Romanum gubernans imperium, qui et per misericordiam Dei rex Francorum et
Langobardorum (Carlo serenissimo Augusto, da Dio incoronato grande e pacifico imperatore,
reggente dellimpero romano e, per la divina misericordia, re dei Franchi e dei Longobardi). Non
dunque Romanorum imperator, imperatore dei romani, ma imperator Romanum gubernans imperium.
Pu sembrare un dettaglio: eppure, come vedremo meglio in seguito, fu proprio sulla base di questa
formulazione che si riusc a raggiungere un compromesso con Costantinopoli.
Gli ultimi anni di Carlo, oltre che da unintensa attivit legislativa e diplomatica, furono
caratterizzati dallesplodere di nuovi conflitti, spesso conseguenze o postumi di quelli precedenti. Si 
gi detto che la guerra contro i sassoni si protrasse fino ai primi anni del Nono secolo; nel 799 cera stata
anche una rivolta in Bretagna, prontamente repressa. Nell804, lanno della morte di Alcuino, i rapporti
con Bisanzio si inasprirono nuovamente fino a sfiorare lo scontro diretto. Ne fu occasione una
delegazione di Venezia e di Zara, che gravitavano nellarea dinfluenza bizantina, presentatasi da
Carlo per domandargli di prendere la stessa Zara sotto la sua protezione. Diversi anni trascorsero tra
scontri e trattative, ma il conflitto vero e proprio non esplose.
Il figlio Pipino, re dItalia, che in quegli stessi anni aveva con successo combattuto e respinto le
incursioni dei pirati musulmani sulle coste, non era mai riuscito a imporsi in modo decisivo contro
Bisanzio, dal momento che i franchi non disponevano di una flotta che potesse competere con quella
orientale. Pipino avrebbe comunque desiderato sottomettere Venezia e completare cos il controllo
della penisola: ma la citt lagunare resisteva nel suo attaccamento a Costantinopoli, avendo gi allora
compreso come ci non potesse che favorirla enormemente sul piano politico ed economico. Tuttavia
allinizio dell810 Pipino riusc a entrare nella laguna veneta e i veneziani furono costretti a
rinchiudersi a Rivo Alto (Rialto). Alla fine si arresero, ma dietro patteggiamenti a loro favorevoli.
Infine nell812 la questione fu definitivamente risolta: Bisanzio riconobbe Carlo come sovrano dItalia,
con lesclusione del Veneto e della Dalmazia.
In quegli anni unaltra minaccia venne da un nuovo nemico, che dopo la morte di Carlo si
sarebbe rivelato assai pericoloso per limpero. Nell808 Carlo apprese che il re danese Godefrid stava
marciando contro gli abodriti, una popolazione slava insediata a est dellElba e alleata dei franchi: invi
pertanto in quella regione il figlio Carlo con un contingente di truppe franco sassoni. Vi furono
battaglie con esiti alterni; nell810 i danesi, sbarcati in Frisia, ottennero qualche vittoria. A quel punto
Carlo decise di intervenire personalmente; ma il re danese cadde ucciso per mano dei suoi stessi uomini
e lanno successivo fu possibile concludere una pace momentanea.
Gli ultimi conflitti avevano fatto comprendere al vecchio imperatore che il punto debole della
sua potenza era il mare. Ordin quindi la costruzione di una flotta: tuttavia i franchi non seppero mai
fondare una potenza marinara.
Intanto, con lavanzar degli anni, Carlo iniziava a pensar alla sua successione. Secondo la
tradizione franca, prepar un piano di divisione dellimpero: i suoi tre figli legittimi sarebbero divenuti
sovrani (del resto, essi portavano gi il titolo regale e di fatto governavano come vicer). Nell806, di
fronte a unassemblea di alti dignitari dellimpero riunita a Diedenhofen, egli dispose la spartizione
territoriale: Neustria, Austrasia, Borgogna, Franconia, Sassonia e Turingia avrebbero costituito un
unico blocco nelle mani del figlio maggiore Carlo, che avrebbe ereditato anche la corona imperiale (per
quanto latto dell806 non sia affatto preciso al riguardo); a Pipino sarebbero andate lItalia, la Baviera
e il resto della Germania; Ludovico avrebbe infine ottenuto lAquitania, la Provenza e la marca di
Spagna. Nel preambolo veniva inoltre raccomandata la buona intesa e la solidariet fra i re:
raccomandazione che pi tardi i nipoti di Carlo si sarebbero guardati bene dal rispettare.
Tuttavia, un evento inaspettato sconvolse da subito i suoi piani. Tra l810 e l811 limperatore
fu colpito da un triplice lutto. Perse infatti tre figli: Rotrude, Pipino e Carlo. Secondo Eginardo la loro
scomparsa prov molto duramente il sovrano, che allora aveva quasi settantanni e pertanto, per gli
standards del Nono secolo, era ormai vecchio:
La morte dei figli e della figlia egli sopport con meno forza danimo di quella per cui di solito
si distingueva, spinto alle lacrime dallaffetto, in cui non era meno grande.
Di conseguenza, l11 settembre 813 si ebbe una nuova cerimonia, meno fastosa forse ma
altrettanto significativa rispetto a quella romana di tredici anni prima: ad Aquisgrana, di fronte
allassemblea dei notabili del regno, Carlo associ lultimo figlio maschio superstite, Ludovico, al
governo dellimpero; non solo quindi lo design suo erede, ma lo incoron a sua volta imperatore. Si
dice che egli ponesse personalmente la corona sulla fronte del figlio, senza mediazioni sacerdotali; o
secondo altre versioni, gli ordin di cingersela con le sue stesse mani. Una cosa  certa: non volle che si
ripetesse quanto era accaduto tredici anni prima a Roma e cur al contrario di sottolineare chiaramente
la legittimit e la piena autonomia del suo potere.
Questo fu, in un certo senso, il suo lultimo atto. Ludovico torn in Aquitania e Carlo rimase ad
Aquisgrana. Nel gennaio dell814 limperatore fu colto da febbri e da dolori al petto. Il 28 di quel
mese, alla nove del mattino, spir. Eginardo sostiene che la sua morte, al pari di quella dei Cesari di
Svetonio, era stata preannunciata da prodigi di varia natura: eclissi di sole e di luna, piccoli terremoti
(a ci si aggiunse un frequente tremito del palazzo di Aquisgrana e un continuo scricchiolio dei soffitti
nelle stanze dove solitamente risiedeva) e altro ancora.
Ma il prodigio pi grande erano state, in definitiva, la sua vita e la sua avventura. Subito dopo la
sua scomparsa sarebbero nati il mito e la leggenda; insieme forse con una profonda nostalgia per un
personaggio che lEuropa avrebbe rimpianto e sognato a lungo.
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Parte seconda.
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LIMMAGINE.
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CAPITOLO 6.
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LUOMO.
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Poco si conosce dellaspetto fisico e della vita privata di Carlo: troppo presto la sua figura 
passata dalla dimensione storica a quella del mito. Liconografia tradizionale, legittimata da modelli
splendidi, come il reliquiario argenteo trecentesco della cattedrale dAquisgrana, laffresco
quattrocentesco di Giacomo Jaquerio nel castello della Manta presso Saluzzo, il bel dipinto dei Musei
Vaticani e infine la celebre immagine di Albrecht Drer, presenta il sovrano franco fornito di una
lunga e fluente barba patriarcale, quella che nella Chanson de Roland  detta la barba fiorita. Ma
soltanto fra 11esimo e 12esimo secolo gli occidentali cominciarono, sotto linfluenza dei bizantini e forse dei
musulmani, divenuti intanto pi familiari, a portar la barba, fino ad allora poco usata nel costume
latino. Che poi gli imperatori romani antichi portassero la barba, era equivoco nato dal fatto che i
soldati di Roma tenevano in effetti la barba quando si trovavano impegnati in una campagna militare:
cos  ritratto Marco Aurelio nel monumento equestre che oggi  sulla piazza del Campidoglio e che
nel medioevo era conosciuto come equus Constantini, il cavallo di Costantino.
Carlo non portava la barba: se lavesse fatto, ci sarebbe stato molto strano rispetto ai costumi
del suo tempo e della sua gente. Del resto le poche fonti iconiche sicure, a lui di poco posteriori, sono
chiare su ci: la statuetta equestre di bronzo proveniente da Aquisgrana e oggi al Louvre, unopera del
nono secolo, ci mostra un uomo robusto e piuttosto tozzo, fornito di un rispettabile paio di baffi ma dal
mento raso. Un altro ritratto di Carlo, la miniatura duna Bibbia carolingia realizzata tra l870 e l875, 
assai simile: lo raffigura baffuto, robusto, dal collo taurino e dallevidente doppio mento. Tra leffigie
della statuetta e quella della miniatura corre una somiglianza molto forte, che si pu riscontrare anche
nei profili di certe monete argentee. Si pu sia pur con cautela affermare che la fisionomia di Carlo
quale la conosciamo da questi documenti iconici sia abbastanza realistica e precisa: e parrebbe ispirata
alle parole di Eginardo, a meno che gli uni e le altre non seguissero un archetipo comune.
Certo, gli stereotipi sono sempre in agguato. I cronisti medievali non scrivono la biografia dei
loro re: tracciano ritratti ideali dei tipi regi. Delluomo Carlo il solito Eginardo ci parla con
svetoniana abbondanza di particolari. Pur non giungendo ai livelli del suo modello, che arrivava a
enumerare le callosit sul corpo di Augusto, egli ci fornisce un ritratto piuttosto accurato, in parte
convenzionale, non privo per di tratti che  ragionevole ritenere realistici, del suo signore:
Fu di corporatura alta e forte, di statura notevole ma non sproporzionata.
Eginardo aggiunge che la sua altezza corrispondeva a sette dei suoi piedi : va detto che, per
tradizione, il piede imperiale era una unit di misura di circa trenta centimetri. Quando nel 1861 lo
scheletro di Carlo fu riesumato, laltezza risult essere circa 190 centimetri: il che conferma
linformazione fornita dal biografo ma ci lascia comunque stupiti. Per quanto i germani fossero in
effetti dalta statura, i dati antropometrici ricavabili dalle sepolture e dai relativi reperti osteologici
tenderebbero a farci ritenere che, nellottavo secolo, un uomo di quasi due metri non si potesse definir
soltanto di statura notevole ma non sproporzionata : in effetti, doveva esser quasi un gigante. Ma
lasciamo proseguire Eginardo:
La sommit della testa era rotonda, gli occhi assai grandi e vivaci, il naso un po pi lungo del normale, una bella chioma bianca, volto lieto e ilare, da cui la dignit e lautorevolezza dellaspetto guadagnavano moltissimo, stesse in piedi o seduto. Sebbene il collo potesse sembrare grasso e il ventre alquanto prominente, ci era tuttavia celato dalla proporzione di tutte le altre membra. Landatura era ferma, virile latteggiamento del corpo; la voce era chiara, ma un po sottile e non del tutto adeguata allaspetto.
Un ritratto a tutto tondo, simpatico, credibile, lontano da forme di perfezione stereotipa: ne
scaturisce una figura patriarcale e bonaria, perfino un po troppo casalinga per adattarsi allidea che
potremmo farci dellimperatore quando pensiamo al cavaliere di ferro di cui parlava il monaco di San
Gallo. Illustrandoci le sue abitudini, Eginardo ce lo descrive ghiotto di arrosti, buon cavaliere e
cacciatore, appassionato dei bagni termali, anche per questo prediligeva la sua Aquisgrana, celebre per
le calde sorgenti, ed eccellente nuotatore. Nel cibo e nelle bevande era piuttosto sobrio e pare
detestasse lubriachezza: lo dice Eginardo e non v ragione di non credergli, per quanto ci contrasti
con le abitudini della sua gente e con altri tratti del suo carattere, non privo di tendenze alleccesso.
Sobriet, e fedelt alle prische tradizioni del suo popolo, egli manifestava sicuramente (qui la
testimonianza del biografo risulta pi convincente) nel modo di vestire. Indossava infatti il costume
nazionale dei franchi: sul corpo una camicia di lino e i panni femorali, le brache al ginocchio, poi
una tunica bordata di seta e i calzoni; portava fasce attorno alle gambe e forti, solidi calzari ai piedi;
prediligeva infine un mantello azzurro cupo. Andava sempre cinto duna daga, elsa e cintura della
quale erano doro o dargento, vale a dire presumibilmente ricoperte dargento dorato; nelle occasioni
solenni, sfoggiava invece armi dallimpugnatura tempestata di pietre preziose. Si tratta di oggetti
doreficeria germanica che i nostri musei conservano in vari esemplari: possiamo cos farci unidea di
quelli che egli possedeva. Insomma, per quanto non disdegnasse qualche belloggetto, ogni forma di
lusso, prosegue Eginardo, anche qui a met strada fra lo stereotipo e il realistico, gli risultava
fastidiosa. Una virt romana la sua, quella della temperanza, a proposito della quale anche tradizioni
germaniche ed etica cristiana convergevano. Carlo detestava per il resto labbigliamento di foggia
straniera, che si rassegnava a indossare soltanto a Roma, dove lo fece per la prima volta su esplicita
richiesta di papa Adriano: una lunga tunica e una clamide, con calzari di foggia romana. NellUrbe, un
abito germanico sarebbe stato poco ben accetto; e daltra parte dal patricius ci si aspettava un
abbigliamento adatto alla funzione.
La semplicit che emerge da questo ritratto non deve trarre in inganno. Carlo voleva seguire
meticolosamente ogni cosa ed essere sempre al centro dellattenzione, nella vita pubblica come in
quella privata. Il suo sfoggiar fedelt alle tradizioni franche poteva anche corrispondere ai suoi gusti
personali, ma appare anzitutto e soprattutto una scelta politica; come quella di prender la corona
imperiale nel giorno della nascita del Re dei Re, che parrebbe fatto simbolico cristomimetico,
coincidente con quello tradizionale delle incoronazioni dei successori di Clodoveo. LImperator
Romanum gubernans imperium non dimenticava, n consentiva che i suoi fideles avessero su ci dubbi
di sorta, desser anzitutto rex Francorum.
Non amava la solitudine: gli piaceva esser costantemente circondato da amici, familiari e
consiglieri. Se a tavola voleva sempre con s le proprie figlie, grande era il seguito che lo
accompagnava a caccia e persino quando prendeva il bagno: sembra che fino a cento uomini
simmergessero in certe occasioni con lui nelle pur capaci piscine termali di Aquisgrana.
La sua era daltro canto la tipica famiglia di un capo germanico, un modello che, ancora una
volta, coincideva sostanzialmente con quello biblico e con quello della gens romana: numerosa e
stretta intorno al pater. Eginardo ci dice che non cenava n viaggiava mai senza i suoi figli, che furono
un bello stuolo e dei quali cur personalmente leducazione. Per quanto ci  noto, si  calcolato che
abbia avuto undici figli legittimi da due delle quattro mogli (cui bisogna aggiungere Pipino il Gobbo,
figlio di Imiltrude sposata secondo il rito franco) e numerosi altri, talora nati morti o periti
giovanissimi: un fenomeno comune allepoca, nati da rapporti con concubine e amanti. Anche in ci,
nei costumi sessuali, non si smentiva il vitale e sanguigno capo germanico, che in vecchiaia mal si
adattava alla dieta a base di carni bollite consigliatagli dai medici, mai da lui granch amate, al posto
dei prediletti arrosti di cacciagione. Che poi abbia avuto se non proprio consuetudini quanto meno
propensioni incestuose, nei confronti prima duna sorella, poi di qualche figlia,  diceria insistente,
che pu esser scaturita da una calunnia ma che non si pu verificare. Forse una certa passionalit
propria delluomo, qualche atteggiamento violento e geloso, pu aver contribuito al suo nascere. Uno
psicanalista aggiungerebbe che per pronunciarci, sia pure a livello ipotetico, con qualche sfumatura di
maggiore sicurezza, dovremmo sapere cose che non sappiamo, ma che possiamo scorgere in filigrana
 a proposito dei suoi rapporti con la madre Bertrada. Ma, dal punto di vista dellindagine storica, 
imprudente dire di pi.
Abbiamo gi visto come la figura della longobarda Desiderata (o Ermengarda), sposata per
ragioni esclusivamente politiche, sia molto difficile a precisarsi; da lei Carlo ebbe due figlie, Gisela e
Ildegarda. Qualcosa di pi possiamo dire in merito alle altre consorti: Ildegarda, impalmata nel 771 e
morta nel 783, fu forse quella cui fu pi legato. Gli dette quattro maschi (Carlo, Pipino, Ludovico, il
futuro successore, e Lotario) e due figlie, Rotrude e Berta. La regina Ildegarda accompagn spesso
Carlo durante le sue spedizioni, tanto che partor Adelaide proprio nellaccampamento sotto Pavia.
Nello stesso anno della morte di questa sua consorte, Carlo spos Fastrada, figlia di un comes
franco: una fanciulla appena adolescente, di salute cagionevole ma di grande bellezza. Secondo
Eginardo, il suo influsso sul marito sarebbe stato piuttosto negativo.  probabile che il biografo esageri,
forse spinto dalla diffidenza e dalla malevolenza che la distanza det fra il re e la nuova moglie
ispiravano nellentourage prossimo al sovrano; ma appunto tale distanza det pu essere stata
obiettivamente la ragione per la quale il sovrano si mostrava condiscendente con la consorte tanto bella
quanto delicata.  comunque poco credibile, per quanto il ruolo della regina alla corte franca fosse
tuttaltro che secondario, che spetti a Fastrada laver ispirato a Carlo azioni come il massacro di
Verden. La giovane sposa dette al suo re due figlie, Iltrude e Teodorada, futura badessa di Argenteuil,
ma nessun maschio: il che pare sia stato per lei motivo di grande rammarico.
Fastrada mor nel 794 e, tra quellanno e il 796, Carlo spos la sua quarta moglie (se non
vogliamo contare Imiltrude): Liutgarda, forse di origine sveva, forse alamanna (fra questi due popoli
vera grande affinit). Se Fastrada  passata alle cronache, a torto o a ragione, come una figura dai
contorni cupi, lultima consorte di Carlo ha avuto un destino esattamente opposto. Gli elogi di Teodulfo
e di Alcuino nei suoi confronti vanno ben oltre quanto richiesto dalletichetta di corte: ne vengono
decantate la mitezza, la bont, la benevolenza e lattenzione nei confronti di tutti nonch perfino una
certa raffinatezza e cultura. Secondo Alcuino, essa avrebbe anche esercitato un ottimo influsso su
Carlo. Nasce per la verit il sospetto che tutti questi lusinghieri apprezzamenti dipendano dal fatto che
Liutgarda era a sua volta molto influenzabile da parte dei dotti consiglieri di corte: cosa che la giovane
Fastrada non era stata.
Comunque, proprio in quellanno 800 cos gravido di eventi, la morte rap anche la signora
svevo alamanna, senza che avesse potuto dare al re alcun figlio.
Carlo, che aveva avuto tante regine, non ebbe mai al suo fianco unimperatrice: dopo la morte
di Liutgarda tenne con s solo concubine, dalle quali ebbe comunque altri figli. Due di essi fecero
anche una brillante carriera: Drogone fu arcicappellano di corte, abate di Luxeuil e vescovo di Metz;
Ugo abate di Saint Quentin e Saint Bertin e, poi, arcicancelliere del fratellastro Ludovico il Pio.
In ci distaccandosi alquanto dai costumi germanici, Carlo fece impartire unistruzione non
soltanto ai figli maschi, ma anche alle femmine. Tutti ricevettero la tipica formazione del tempo basata
sulle arti liberali del trivium (grammatica, cio lingua latina, dialettica e retorica) e del
quadrivium (geometria, aritmetica, musica e astronomia); i ragazzi erano inoltre addestrati, appena let
lo consentiva, a cavalcare, a combattere e a cacciare, mentre le ragazze apprendevano a filare e, come
dice Eginardo, a comportarsi con decoro (il che per la verit non sembra corrispondere al vero, viste
le dicerie che correvano sui loro costumi sessuali e sul fatto che limperatore ne tollerasse leccessiva libert).
Il comportamento di Carlo fu diverso nei confronti dei maschi e delle femmine. Infatti se i
primi, destinati a funzioni di governo, furono pi rigidamente sottoposti allautorit paterna, nei
confronti delle figlie latteggiamento del sovrano sembra in effetti essere stato molto pi aperto, fino a
sfociare come s detto in una condiscendenza che non manc di lasciar perplessi i contemporanei. Il
fatto  che egli, pur essendo personalmente molto sobrio, si pu dire non negasse alle figlie alcun
capriccio: lussuose toilettes, gioielli e libert di condotta quasi assoluta. Narra Eginardo che il sovrano
 non volle mai darne alcuna in sposa ad alcuno dei suoi n a qualche pretendente straniero, ma le tenne
tutte con s in casa fino alla sua morte, dicendo che non poteva fare a meno della loro compagnia. Per
questo, prosegue Eginardo, egli dovette subire alcune dolorose avversit, intendendo con ci che la
loro condotta morale fu tuttaltro che irreprensibile.  stata probabilmente questa forma di
attaccamento, nella quale sembra di poter intravedere una certa morbosit, a favorir le dicerie sui
rapporti incestuosi. Certo il conflitto tra la mentalit e le tradizioni germaniche da una parte, gli schemi
etici latino cristiani dallaltra, pu aver spinto gli scrittori ecclesiastici a caricare di tinte forti episodi e
dati caratteriali.
La ragione dellatteggiamento di Carlo a proposito delle mancate o addirittura rifiutate nozze
delle figlie fu comunque anzitutto, con molta probabilit, dordine squisitamente politico. Il signore
incontrastato dellOccidente, anche prima di cingere il diadema imperiale considerava un legame di
pari dignit solo quello con la casata imperiale bizantina: non aveva appunto esitato a dar il suo
consenso alle nozze di Rotrude (che era forse la prediletta; e, magari, appunto perch lo era) con
Costantino, ma esse non ebbero mai luogo. Temeva invece che eventuali generi elevati di rango solo
grazie agli sponsali potessero arrivare a esercitare uninfluenza incontrollabile sulla sua politica. A
riprova di ci starebbe il fatto che, quando nel 789 egli richiese per suo figlio Carlo la mano della figlia
di Offa, sovrano della Mercia (757 796), e questi gli domand come contropartita la mano della
principessa Berta per suo figlio Ecgrith, il sovrano franco consider tale richiesta come una vera e
propria arroganza e ordin per tutta risposta la chiusura dei porti franchi alle navi angle.
Le figlie, alle quali la via del matrimonio era preclusa per volont paterna, trovarono comunque
modo di consolarsi con vari amanti nella cerchia della corte, sotto lo sguardo, se non proprio
benevolo, quanto meno indulgente del padre che forse si sentiva responsabile della loro condizione di
nubili: daltronde, a corte i figli e i nipoti illegittimi non vennero mai discriminati. Tra le abitudini
patriarcali franche e le esigenze della grande politica si andarono allacciando intrecci continui.
Si  parlato fin qui della corte alludendo evidentemente allentourage del sovrano: i figli
legittimi e no, i parenti, i collaboratori, i comites (cio i compagni e collaboratori pi fedeli e devoti) e
quegli speciali fideles che oltre ad aver giurato fedelt personale al re, come tutti i vassi, si trattenevano
presso la sua persona e che per questo venivano chiamati palatini: un termine poi divenuto famoso
nella poesia epica grazie ai leggendari cavalieri del sire dalla barba fiorita, i paladini, ma che in
origine, evidentemente, presupponeva un palatium. Le corti dei monarchi germanici erano per mobili:
gli antenati di Carlo non avevano mai avuto una residenza ufficiale: grandi signori fondiari, erano
vissuti nelle numerose dimore sparse nelle loro propriet. Le residenze urbane e rurali di maggiore
estensione venivano daltronde comunemente denominate palazzi. Il Maestro di Palazzo carolingio si
spostava normalmente da una residenza allaltra a seconda delle circostanze e delle necessit. Neppure
Pipino aveva modificato questabitudine, dovuta anche al fatto che nel mondo franco una vera e propria
 citt capitale, nel senso moderno del termine (come poteva essere per esempio Costantinopoli), non
esisteva. Un palatium residenziale fisso e una capitale erano, nella mentalit germanica dei secoli tra il
quinto e lottavo nono, cose riservate allimperatore e ai suoi principali funzionari (come poteva essere, in Italia,
lesarca di Ravenna: finch ce nera stato uno).
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Nei primi anni di regno anche Carlo lasci intatta questa consuetudine; ma nel 794, considerando limportanza sempre crescente del suo regno e volendo almeno simbolicamente emulare il fasto dei sovrani bizantini, fece ingrandire la modesta residenza di Aquisgrana dove ancora esistevano le rovine delle terme romane. Essa divenne la residenza imperiale per eccellenza fino all870.
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Il palazzo di Aquisgrana era costituito da quattro gruppi di fabbricati, disposti su un grande
quadrato. A nord est era situata la sala di rappresentanza, affiancata da una torre per la custodia degli
archivi e del tesoro; a est dovevano esservi gli edifici dellabitazione del re; a sud est il complesso
balneare, che comprendeva parecchie piscine alimentate da una sorgente (detta di Quirino) che
forniva acque alla temperatura di 55 gradi; sul lato sud cerano infine gli edifici del culto, disposti a
forma di croce latina. Nel punto dintersezione fra i due bracci della croce sorgeva la celebre cappella
ottagonale dellarchitetto Eude di Metz, unico edificio oggi superstite. Naturalmente tutto linsieme era
collegato nelle sue varie parti e circondato da un muro con quattro porte, al di l del quale cerano le
case dei mercanti, il mercato, le residenze dei grandi dignitari laici ed ecclesiastici che afferivano a
corte. Il palazzo di Aquisgrana fu teatro di una feconda attivit culturale e religiosa, cui accenneremo tra poco.
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Per quanto negli ultimi anni di vita Carlo risiedesse piuttosto stabilmente ad Aquisgrana, egli fu
un attento amministratore di tutte le sue villae. Con questo termine non sintendevano soltanto le
residenze regali vere e proprie, ma in generale tutte le propriet fondiarie della corona. Anche una volta
divenuto imperatore, Carlo restava soprattutto il maggior proprietario terriero del suo regno: abbiamo
visto infatti come le ricchezze fondiarie avessero avuto un ruolo determinante nella fortuna della sua
famiglia. Un noto testo legislativo, il Capitulare De Villis, presenta con chiarezza un aspetto non
secondario della sua personalit: quello dellamministratore attento e scrupoloso, accurato fin nei pi
minuti dettagli. Lasciando da parte la questione se il Capitulare sia stato dettato veramente dal sovrano
franco o non si debba piuttosto al figlio Ludovico (ma, anche in questo caso, con ogni probabilit
vivente suo padre), non vi sono dubbi che in esso si rifletta il modus operandi di Carlo. Vogliamo che
le nostre villae, che abbiamo fondato perch sopperiscano ai nostri bisogni, ci servano con onest, e
non servano ad altri. Esse erano dunque il patrimonio della corona: le coltivazioni, le varie fasi della
vita agricola, lallevamento degli animali, la tenuta delle foreste di caccia, le condizioni di vita dei
contadini erano minuziosamente regolati, senza trascurare alcun particolare: neppure i nomi delle
differenti variet di mele da coltivare.
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CAPITOLO 7.
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IL POLITICO.
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Un gigante dai piedi dargilla. Cos qualcuno ha definito limpero carolingio, alludendo alla debolezza costituzionale, causa del crollo pochi decenni dopo la morte del fondatore. Pi che di crollo, tuttavia, forse sarebbe meglio parlar duna progressiva erosione. In fondo, la creazione di Carlo gli sopravvisse di quasi un secolo. E, daltra parte, non  forse corretto nemmeno parlare di una sua totale scomparsa: il Sacro Romano Impero, risorto sia pur con dimensioni ridotte gi con Ottone Primo e istituzionalmente definito con il suo solenne titolo solo a met del Trecento, continu infatti per un millennio, fino ai primi dellOttocento: quando Napoleone (deciso a sua volta a emulare il grande sovrano di mille anni prima) ne impose la scomparsa; ma il suo erede immediato, limpero austriaco prima e austrungarico poi, dur fino allinizio del 20esimo secolo.
Tuttavia, la realt effettiva della compagine creata da Carlo si dissolse molto presto. Essa
presentava alcune debolezze strutturali che, lui vivente, si erano fatte sentir poco; ma che, scomparso
lui, emersero in tutta la loro evidenza. Daltronde Carlo non poteva, pur con tutta la sua indiscutibile
capacit politica e la forza della sua personalit, sconvolgere gli usi e le tradizioni del suo tempo; n
sicuramente ebbe mai intenzione di farlo. Dal punto di vista politico istituzionale egli innov
abbastanza poco: semmai si limit a cercar di migliorare, con molta prudenza, quello che i suoi antenati
gli avevano trasmesso. Niente era pi estraneo alla mentalit franca di uno stato organizzato
burocraticamente; di uno stato cio non diciamo impersonale come quello moderno, ma anche
semplicemente dotato di una robusta macchina amministrativa gerarchicamente organizzata, qual era
stato limpero romano e quale restava, in quel periodo, limpero di Bisanzio. Sia luno sia laltro
trovavano nel princeps il loro vertice e la loro personificazione, ma la macchina statale esisteva
indipendente da lui; anzi, qualche volta era proprio questa macchina a creare il princeps.
Il regno e poi limpero franco erano invece concepiti come propriet personale del sovrano, da
spartire tra i vari eredi al momento della sua scomparsa e la cui gestione veniva affidata ai fideles in
cambio del servizio in armi e dietro giuramento di fedelt.  proprio questo concetto di fedelt che sta
alla base della costruzione carolingia: il rapporto tra il sovrano e la sua aristocrazia, dai gradi pi alti ai
pi modesti, era basato sul concetto del rispetto della parola data, simboleggiato dallaccomandatio,
che tratteremo in seguito.
 evidente che una societ basata su questi presupposti correva un forte rischio dinstabilit,
soprattutto se la figura del sovrano non disponeva di tempra e di carisma fuori del comune. Ma  anche
evidente che tra lottavo e il Nono secolo, nei territori che avevano fatto parte dellimpero romano
dOccidente, il concetto di pubblica autorit era ancora ben presente. Noi tendiamo a pensare al
medioevo come a qualcosa di prossimo allet moderna e separato da quella che definiamo antichit
romana da una rottura che viene ancor troppo spesso immaginata come un abisso. In realt, pochi
secoli erano passati dalla del resto per pi versi quasi inosservata fine delle istituzioni della pars
Occidentis: e, specie nel sud dellattuale Francia, laria che si respirava era ancora quella romana. Non
erano rimasti in piedi soltanto molti edifici, bens anche talune istituzioni o la memoria di esse; e le
stesse gerarchie della Chiesa latina perpetuavano termini e modelli romani. Soprattutto, viva e diffusa
era la concezione secondo la quale dallimpero non si era mai usciti: essa si sarebbe mantenuta intatta
(attraverso le varie forme di translatio e di renovatio proposte da teologi e giuristi) fino al
Tre Quattrocento. Da un certo punto di vista, il medioevo finisce quando affiora il senso della rottura 
rispetto allet antica. Ch a sua volta, attenzione!, il risultato di unesegesi piuttosto che la
considerazione obiettiva di un dato di fatto.
Limpero carolingio era costituito da un vasto coacervo di popoli che crescevano, come in una
sorta di mosaico, col procedere delle fortunate guerre di conquista. Nel tentativo di gestire un insieme
tanto composito, il sovrano franco si rifece anzitutto al potere tradizionale di Bann (banno), termine
che nelle antiche lingue germaniche indica, con molte varianti, il diritto di convocazione e di punizione.
Nel mondo franco, esso si estese in generale a indicare la facolt di dare ordini e divieti; prerogativa
che il re poteva concedere ad alcuni dei suoi fideles. Si trattava in definitiva di unalta autorit politica,
giudiziaria, legislativa e militare che con Carlo assunse anche un carattere religioso: abbiamo gi visto,
ma un po meglio vedremo a suo tempo, comegli interpretasse il suo ruolo di defensor fidei anche
quale diritto a intervenire nella direzione delle istituzioni ecclesiastiche e persino in materia di fede.
Il volere del sovrano veniva espresso mediante Capitularia, ordinanze reali suddivise in una
serie di articoli (capitula) redatti in vari esemplari, uno dei quali era conservato negli archivi della
reggia. Essi venivano di solito stilati al termine dellassemblea annuale del popolo franco, il campo
di marzo o riunione generale dellesercito, che col diffondersi delluso di combattere a cavallo era
divenuto campo di maggio, perch in tale mese era disponibile la quantit di foraggio necessaria a
nutrire gli animali, quando i grandi del regno avevano discusso e approvato le decisioni del sovrano.
Si trattava di strumenti tanto amministrativi quanto legislativi, tra i quali  da ricordare quanto meno il
Capitulare legibus additum (803), che testimonia la sensibilit dellimperatore per il problema del
diritto. Limpero non era infatti soltanto un insieme di popoli e di lingue diverse: dal loro insediarsi
nella pars Occidentis dellimpero romano, i germani avevano sempre osservato il principio del
carattere personale del diritto, per cui ciascun popolo si regolava secondo le proprie consuetudini;
mentre i latini avevano continuato a usare il diritto romano, ogni nazione germanica aveva conservato il
suo. Questo principio fu sempre rispettato anche dai carolingi; Carlo provvide tuttavia a far rivedere,
cercando di introdurvi alcuni criteri di razionalizzazione, le leggi salica, alamanna e bavara e a far
stilare quelle dei sassoni e dei frisoni. Il Capitulare legibus additum intendeva appunto completare le
leggi in vigore e cercar di coordinare ciascun corpus tradizionale dei vari popoli rispetto agli altri.
Anche se non vi fu mai un vero e proprio apparato burocratico, nondimeno Carlo sent la
necessit di creare un organo centrale di governo, che trov la sua sede naturale nel Palatium di
Aquisgrana.  abbastanza evidente come, finch quella franca rimase sostanzialmente una corte
itinerante, la creazione di un organo stabile di controllo presentasse maggiori difficolt; Aquisgrana
divenne invece, in quanto residenza stabile, anche una vera e propria capitale. Scomparsa gi sotto
Pipino Terzo la figura del Maestro di Palazzo, carica che, come i carolingi ben sapevano, poteva rivelarsi
alquanto pericolosa per la stabilit del potere, lordinamento della corte risult articolato in uffici
spirituali e temporali. Al vertice dei primi stava il cappellano maggiore di corte (dall830
archicappellanus); era suo compito prestare al re assistenza spirituale e pastorale. A lui era subordinato
il cancellarius, la cui importanza and crescendo con lintensificarsi delluso della scrittura; alle sue
dipendenze stava una serie di semplici cappellani con funzione di notai e di scrivani.
Tra le cariche temporali pi importanti spiccavano quelle di siniscalco, di coppiere e di
marescalco (o maresciallo), i cui compiti erano strettamente legati al funzionamento dellapparato di
corte e al suo approvvigionamento.
Figura di un certo rilievo era il conte di palazzo (comes palatii), carica di origine incerta: suo
compito principale era infatti la conduzione del tribunale di corte, al quale erano avocati i casi che non
potevano esser risolti dai giudici regolari. Al tesoriere (camerarius) spettava lamministrazione delle
finanze del regno; egli era anche responsabile degli appartamenti regali, compresa appunto la camera
del tesoro: si occupava infatti anche dellornamentum regale ovvero delle insegne e dellimmagine che
il sovrano offriva di se stesso durante le cerimonie.
Particolare importanza avevano i consulenti del re, i consiliarii, i pi eminenti dei quali
ricoprivano le cariche appena ricordate. Lo stesso Carlo ebbe cura di definire, in un suo Capitulare, i
requisiti a ci necessari: dovevano essere, in numero pari, laici ed ecclesiastici; era fondamentale 
veniva dichiarato, che avessero timore di Dio, che mantenessero fedelt incrollabile al sovrano e che a
parte la vita eterna non stimassero niente superiore al re e al regno. Dovevano inoltre esser dotati di
grande riservatezza. Si comprende facilmente come un apparato centrale di questo genere fosse
largamente insufficiente a coordinare e dirigere un sistema politico tanto vasto, che conosceva peraltro
al suo interno una notevole pluralit di istituzioni.
Limpero era strutturato in tre parti principali: il regno dei franchi (tra Francia settentrionale e
Germania occidentale) e i regni (in realt, vicereami) di Aquitania e dItalia. Considerato in rapporto
alla situazione geografico politica odierna, esso si estendeva nellarea comprendente lintera Francia, il
Belgio, lOlanda, la Svizzera, lAustria, la Germania fino allElba, lItalia centrosettentrionale, lIstria,
la Slovenia, lUngheria fino al Danubio; e, al di l dei Pirenei, la Navarra e la Catalogna (cio la
 marca ispanica, frutto della non felice spedizione del 778).
Dal 781 Aquitania e Italia, aree profondamente romanizzate e urbanizzate, erano state erette
in regni e affidate, rispettivamente, a due dei figli di Carlo, Ludovico e Pipino. LAquitania, come gi
abbiamo visto, era sempre stata una regione calda ; e dopo i drammatici fatti di Spagna cera il
pericolo di una ribellione. Qui si evidenzi la lungimiranza di Carlo, il quale rendendola
semindipendente intendeva soddisfar le esigenze autonomistiche di genti dotate di una tradizione
nobile e antica e di una profonda consapevolezza della propria identit. Gli stessi criteri furono alla
base della creazione del regno italico: conquista recente, terra dominata da un popolo fiero come i
longobardi che non avrebbe mai accettato una sottomissione umiliante e vergognosa. Carlo conserv
per s il titolo di rex Langobardorum: ma significativamente, quando nell810 Pipino mor, lasci che
il figlio illegittimo di costui, Bernardo, ereditasse una corona ormai detta italica.
Tuttavia, per quanto i sovrani di questi regni avessero palazzo, cappella, cancelleria e anche
zecca autonomi, Carlo li sorvegliava molto da vicino: a ricordare che non si trattava di regni
completamente indipendenti ma appunto, nella sostanza, di vicereami. Ci era del resto coerente con
la concezione dellimperatore come rex regum, sovrano supremo al di sopra di regni particolari.
Limpero venne da Carlo inquadrato in aree delimitate con precisione e affidate a specifici
funzionari. Contrariamente a quanto si continua a credere secondo un pregiudizio ancor oggi diffuso, la
compagine statale carolingia era ispirata a un senso della cosa pubblica ancora, nella sostanza, romano:
in parte perch fondata su unarea non immemore delle istituzioni imperiali, in parte perch il sovrano
e la sua corte avevano attentamente meditato su quei modelli. La nozione di res publica non era
scomparsa: anzi,  appunto caratteristico dellopera di governo di Carlo laverla in una qualche misura
restaurata. Era ben chiaro agli occhi di tutti che ogni uomo libero del regno, e, dopo l800, dellimpero
 era prima di tutto un suddito del re: e questi, prima nel 786 e quindi di nuovo, dopo la fondazione
dellimpero, nell802, impose a tutti i sudditi maschi adulti un esplicito giuramento di fedelt.
La circoscrizione giuridico amministrativa di base era rappresentata dalla contea (comitatus): la
rete delle contee copriva lintera superficie dellimpero. Ciascuna aveva una diversa estensione
territoriale: sembra che in tutto ve ne fossero circa settecento, ma il numero  ancora oggetto di
discussione. In Italia e in Gallia esse avevano il loro centro soprattutto nelle antiche citt romane,
mentre in Frisia e in Sassonia vennero create ex novo dopo la conquista.
La contea era nelle mani di un unico funzionario: il comes, parola dalla quale deriver quella
moderna, conte. Come indica letimologia del termine (comes, compagno), si trattava di uomini di
fiducia del re, come quelli che in et merovingia avevano fatto parte della trustis regia, distaccatisi
per risiedere in provincia. I poteri del comes erano molto vasti: egli presiedeva al reclutamento degli
armati, curava lapplicazione dei Capitularia, vigilava sul mantenimento dellordine, riscuoteva le
imposte e le ammende e presiedeva il mallus, lassemblea popolare durante la quale si amministrava la
giustizia. Carlo si occup anche di razionalizzare il funzionamento dei tribunali: verso il 780 limit il
numero delle assemblee e ne rafforz la competenza; affianc ai conti dei veri e propri giudici
specializzati, gli scabini: questi, nominati a vita in numero variabile (spesso una dozzina), venivano
designati dai missi dominici, dei quali diremo fra breve, in accordo col comes. Il comes e gli scabini
erano incaricati della cosiddetta alta giustizia (i casi di omicidio, adulterio e tradimento), mentre delle
cause di minor conto si occupavano agenti vicari, designati tra i notabili delle comunit rurali. Questa
cura della giustizia locale aveva una motivazione ben chiara: il sovrano franco sapeva che i comites
abusavano spesso dei loro poteri perch, oltre che dalla dotazione di terre legate alle loro funzioni,
ricavavano i loro proventi dalla terza parte delle ammende comminate dalle corti di giustizia comitali e
da un terzo delle multe inflitte per infrazione al banno reale.
I comites dellimpero appartenevano per la maggior parte alla grande aristocrazia franca,
soprattutto a quella austrasiana. Ma, poich Carlo incontr delle difficolt a imporre gente di sua
fiducia nelle province di recente acquisizione, talvolta nei territori appena conquistati lasci ai posti di
comando uomini del luogo; accanto ai comites franchi ve ne furono di longobardi, sassoni, svevi. Una
forma frequente di remunerazione dei comites da parte del sovrano consisteva nel conceder loro non in
propriet, che restava al sovrano, bens in usufrutto, porzioni di territorio demaniale.
Per controllare questa rete di funzionari che spesso non disdegnavano la corruzione e la cui
fedelt, gi ai tempi di Carlo, non era sempre del tutto sicura, il sovrano ricorse a figure gi presenti
allepoca merovingia, ma che furono da lui regolarizzate e istituzionalizzate: i missi dominici. Si
trattava di funzionari speciali, un laico e un ecclesiastico che viaggiavano in coppia. Essi dovevano
diffondere la conoscenza dei Capitularia e vigilare sulla loro applicazione, presiedere talvolta i
tribunali al posto dei conti e indagare sui loro eventuali abusi di potere per poi presentare un rapporto al sovrano.
Fino all802 i missi vennero solitamente nominati per incarichi e circostanze particolari, ma
negli anni successivi i loro ambiti di competenza furono precisati meglio: furono allora previste aree
dispezione comprendenti fra le sei e le dieci contee, i missatica. I due missi, solitamente un vescovo e
un comes, ricevevano al momento della partenza dettagliate istruzioni per controllare lonest dei
funzionari comitali. Cos almeno sostiene una lettera dello stesso Carlo, che porta la data dell802. E
pare che dei missi vi fosse bisogno, giacch la correttezza del sistema giudiziario dellimpero lasciava
molto a desiderare. Significativa a questo proposito  una testimonianza del poeta Teodulfo dOrlans,
missus in Provenza e Settimania (la regione tra Rodano e Pirenei): in ogni luogo che visitava, era
accolto da una folla di persone di cui cercava di comprare la benevolenza con doni che andavano da un
paio di scarpe fino a monete doro e pietre preziose. Teodulfo denunci indignato questo stato di cose
nel suo poema Versus contra iudices.
Altro compito delicato dei missi era il sanare alloccorrenza i contrasti sorti tra il comes e il
vescovo titolare della diocesi nella quale si situava il capoluogo di una contea. Spesso infatti il centro
della diocesi coincideva con quello di una contea e il vescovo era la sola autorit non soggetta al potere
del conte. Limperatore, volendo favorire la Chiesa, laveva sottratta alla giurisdizione comitale tramite
listituto, anchesso di origine merovingia, dellimmunit: in forza di esso i presuli, vescovi e abati,
rispondevano di solito unicamente al sovrano. Colui che godeva di immunit esercitava nel suo
territorio praticamente le stesse funzioni del conte; ma Carlo, per evitar che gli ecclesiastici fossero
troppo occupati nelle questioni materiali, pose al loro fianco un collaboratore laico chiamato advocatus,
che si occupava degli interessi materiali e delle questioni giudiziarie degli istituti ecclesiastici.
Senonch, gli abusi degli advocati finirono col causare un aumento e una complicazione del
contenzioso gi aperto.
In alcune aree di grande importanza strategica, specie di confine, Carlo cre anche delle
circoscrizioni territoriali pi estese: le marche, affidate al comes della marca (marchio, markgraf,
 margravio, marchese): questi, pur amministrando la propria contea, aveva autorit su numerose
contee limitrofe per rispondere il pi velocemente possibile a minacce di invasione. Date queste
prerogative di contratto e di coordinamento, il comes della marca veniva qualificato, nei documenti
latini del tempo, con il termine di praefectus. Per esempio, al fine di proteggere il regno franco dagli
attacchi dei riottosi bretoni, fu creata la marca di Bretagna: tra i praefecti di essa,  rimasto famoso quel
 Hruotlandus che, come abbiamo visto,  forse il personaggio storico da cui ha avuto origine il
leggendario paladino reso famoso dalla Chanson de Roland. Altre circoscrizioni di carattere pi vasto
erano i ducati, caratterizzati dallomogeneit etnica dei loro abitanti: dopo la caduta di Tassilone, Carlo
affid il ducato di Baviera al cognato Geroldo, mentre uno dei figli dellimperatore, Carlo il Giovane,
fu investito del ducato del Maine.
Resta da considerare brevemente il problema dei rapporti vassallatici, cui abbiamo accennato
parlando di Carlo Martello. Da allora essi avevano subto senza dubbio unevoluzione: Carlo cerc di
sfruttarne al massimo le potenzialit per far fronte alle necessit di governo del suo vasto impero.
Se ripensiamo a quel contratto di vassallaggio di cui gi abbiamo parlato, notiamo che esso
sembra riferirsi a una persona di umili origini alla ricerca di protezione e di mantenimento presso un
potente offrendo a costui, in cambio, i suoi servigi di uomo libero.
Con i primi sovrani carolingi il quadro cambi. Sia il padre di Carlo, Pipino Terzo, sia Carlo
medesimo allacciarono infatti numerosi rapporti vassallatici nei paesi recentemente conquistati, come
lAquitania, lItalia, la Baviera, utilizzando terre confiscate ai nemici o ai ribelli, in modo da legare
pi strettamente e solidamente quei territori al potere sovrano. I vassalli del re, o vassi dominici,
divennero sempre pi spesso persone di lignaggio elevato. Il sovrano tese poi a instaurare rapporti
vassallatici anche con conti, marchesi e duchi, in modo che chi svolgeva funzioni pubbliche fosse
legato a lui da un rapporto di natura personale, rafforzando ulteriormente quel legame di fedelt che
laccomandatio ribadiva in modo solenne e suggestivo: il vassus poneva le proprie mani in quelle del
signore pronunciando una formula rituale di fedelt, di solito su un testo sacro o su alcune reliquie.
And inoltre sempre pi generalizzandosi la consuetudine del bacio (osculum), ulteriore sanzione
simbolica dellalto impegno morale tra i due contraenti.
I vassi regi erano distinti in due categorie: quelli casati, cio quanti avevano ottenuto un
beneficium, di solito una dotazione di terre destensione alquanto variabile: da una villa a qualche
 manso (cio ununit coltivabile da una famiglia contadina), e quelli che erano mantenuti dal re nel
suo palazzo; questi ultimi sono definiti da una fonte dellinizio del Nono secolo, non senza una punta di
disprezzo, pauperiores vassi. Dalla fine del regno di Carlo prevalse comunque la tendenza ad
 accasare ogni vassus purch avesse dato buona prova di s. Alla morte del vassus, la terra ricevuta in
beneficium tornava al sovrano, che poteva concederla agli eredi del defunto o disporne liberamente;
alla scomparsa del dominus invece il beneficiario doveva chiedere allerede di questi il rinnovo della
concessione. Tuttavia molto presto si inizi a cercar di ottenere lereditariet del beneficium. Ci fece s
che, con landar del tempo, vassallaggio e beneficio, allinizio non necessariamente congiunti,
formassero invece un binomio inscindibile: un passo decisivo nella formazione del sistema definito
appunto vassallatico beneficiario cio, pi tardi, feudale.
Lespandersi del vassallaggio aveva anche una motivazione di ordine militare: il re poteva
contare sullaiuto diretto dei suoi fideles, soprattutto in caso di ritardo o di inadempienza da parte delle
milizie comitali. La forza del legame vassallatico era ribadita da alcuni giuramenti che il sovrano chiese
a pi riprese di rinnovare. Nell802 Carlo invi i missi per tutto limpero a raccoglierne uno, il testo del
quale ci  stato conservato:
Giuramento con il quale io prometto di essere fedele al mio signore Carlo, imperatore piissimo,
figlio di re Pipino e di Berta, come un vassallo per diritto deve esserlo al suo signore, a vantaggio del
suo regno e del suo diritto. Manterr e voglio mantenere il giuramento che ho giurato, per quanto so e
comprendo, da oggi in avanti, se mi aiuteranno Dio, Creatore del cielo e della terra, e queste reliquie di santi.
Il re non era per il solo a disporre di una clientela vassallatica. Comites, marchesi e in genere i
titolari di grandi estensioni territoriali, potevano a loro volta prender vassalli al proprio servizio. Non
era tuttavia possibile, almeno in un primo tempo, contrarre contemporaneamente impegni vassallatici
con differenti domini: il vassallaggio era infatti s un rapporto tra uomini liberi, ma creava comunque
una forte subordinazione, per cui il dominus veniva ad avere sul vassus unautorit personale diretta ed
esclusiva, salvi naturalmente doveri e prerogative di diritto pubblico.
Ci rappresentava peraltro, in nuce, un fattore di disgregazione molto pericoloso: si formarono
infatti attorno ai vari domini delle clientele armate, sul modello dellantico comitatus germanico, che,
nonostante i ripetuti giuramenti di fedelt richiesti a tutti gli uomini liberi dellimpero, non avevano nel
sovrano il loro principale punto di riferimento.
Le prime rovinose conseguenze della disgregazione del potere si sarebbero fatte sentire gi ai
tempi degli scontri che contrapposero Ludovico il Pio e i suoi figli, nei primi decenni del Nono secolo,
quando tramont il sogno di mantenere unito il retaggio di Carlo.
Resta da ricordare unaltra, importantissima riforma attuata dal sovrano franco: quella del
sistema monetario. Con la dissoluzione dellantica pars Occidentis dellimpero romano aveva avuto
fine infatti anche lunit della valuta; se i re visigoti e longobardi erano riusciti a mantenere la
monetazione sotto il controllo regio, nel regno merovingio vera stata unautentica proliferazione di
soggetti che si arrogavano il diritto di battere moneta in proprio: vescovi, monasteri e persino liberi
imprenditori ; questi ultimi, proprietari di zecche (monetarii), coniavano monete con scritte come
Vienna de officina Laurentii (a Vienne, dallofficina di Laurentius). Sembra che il loro numero
raggiungesse le 2000 unit.
Fu Pipino Terzo a por fine a questa situazione caotica riportando il conio sotto il controllo regio.
Da parte sua Carlo, preso atto della drastica diminuzione della circolazione aurea (a causa sia delle
invasioni e delle razzie arabe che minacciavano gli scambi nel Mediterraneo, sia del contrarsi dei
grandi traffici, sia dellemorragia delloro occidentale verso Oriente a fronte di merci rare e pregiate
che si potevano pagare solo con quel metallo, sia infine del fenomeno di tesaurizzazione di esso),
impose il conio dellargento. Venne cos creata una nuova unit monetaria reale, il denarius dargento
dal valore stabilito in modo uniforme e con validit costante nel territorio del regno. Esso, una
modesta moneta contenente circa un grammo e mezzo di metallo fino, era la duecentoquarantesima
parte di ununit ponderale, la libra (parola da cui deriva il termine lira), equivalente a circa 400
grammi. Dodici denari formavano ununit di conto, il solidus (da qui deriva la parola soldo); venti
solidi costituivano la libra, che come unit monetaria di conto era pertanto pari appunto a
duecentoquaranta denarii. I termini erano di derivazione romana: le parole denarius e solidus venivano
ancora usate a Bisanzio, naturalmente con accezione differente da quella franca.
La riforma monetaria di Carlo esprimeva quindi la necessit di razionalizzare produzione e
circolazione monetaria dellimpero adeguandole definitivamente alle ristrette condizioni economiche e
commerciali in cui lOccidente, a economia prevalentemente agricola, versava; al tempo stesso,
sottolineava la volont di mantenere un raccordo con il modello monetario imperiale ancora vigente. Il
sistema da lui inaugurato era destinato a durare a lungo in tutta Europa; i termini denaro, soldo, lira sono rimasti fondamentali nella nomenclatura monetaria dei paesi occidentali.
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CAPITOLO 8.
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IL GUERRIERO.
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Oltre un milione di chilometri quadrati: questa lestensione dellimpero carolingio alla morte
del suo fondatore. Si trattava in gran parte effettivamente dellantica pars Occidentis dellimpero
romano: e se alcune aree di essa, sia tutta quella che ormai gi si poteva chiamare Inghilterra, sia la
penisola iberica al di l dellEbro, ne erano rimaste escluse, se nerano aggiunte di nuove,
corrispondenti allampia regione transrenana. Eginardo sottolinea compiaciuto lenorme ampliamento
attuato da Carlo rispetto al padre Pipino.
Si  gi detto che il sovrano franco non attu le sue conquiste seguendo un piano prestabilito, n
tanto meno spinto da un sogno di impero universale come quello accarezzato da Alessandro. Furono
gli avvenimenti stessi che lo condussero a intraprendere le sue campagne. Difatti, per quanto non
mancassero attriti e motivi di scontro, Carlo evit sempre di arrivare a una guerra su vasta scala con
Bisanzio: senza dubbio anche perch avvertiva la debolezza franca sul mare, dove invece la supremazia
bizantina, per quanto non pi salda come un tempo, continuava a incutere rispetto e timore.
Intento principale e iniziale di Carlo fu probabilmente proteggere il regno ereditato dal padre.
La difesa della fede e del papato rappresentarono pi volte, almeno a quel che sembra, il motivo di
campagne militari. Gi Pipino era sceso in campo per tutelare il vescovo di Roma: con Carlo tuttavia il
ruolo di defensor fidei, che i pontefici e gli studiosi della sua cerchia non cessavano di ricordargli 
divenne preminente. Molte volte, dunque, la guerra assunse una valenza non solo politica o difensiva,
ma anche religiosa.  indubbio che tra i franchi, e in particolare per Carlo, la dimensione religiosa
aveva assunto un ruolo non secondario. Nel 791, alla vigilia di un combattimento contro gli vari,
troviamo disposizioni penitenziali nuove per il mondo germanico: a parte i malati, gli anziani e i
giovani guerrieri (chiamati a un impegno particolare), tutti dovevano astenersi dal vino e dalla carne;
lesercito pregava e digiunava per tre giorni, nonostante si trattasse, per ovvie ragioni, di un digiuno 
poco pi che simbolico, mentre i chierici si spostavano da un luogo allaltro recitando salmi. Il re si
sentiva un nuovo Mos e concepiva la guida del suo popolo come il compito di condurre il nuovo
Israele verso la nuova Terra Promessa: il popolo doveva mantenersi puro per non incorrere nellira del Dio degli Eserciti.
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Tuttavia,  indubbio che in molte occasioni fede e politica, intesa come volont di
affermazione di dominio, erano strettamente intrecciate: per esempio, il rifiuto di convertirsi da parte
dei sassoni offr loccasione per un intervento militare che si configurava teologicamente come lotta
contro il paganesimo. Non  poi da sottovalutare come alla base di molte azioni militari agissero gli
interessi dellaristocrazia. La dinastia arnolfingio pipinide era giunta al potere e laveva conservato
grazie soprattutto al consenso dei nobili austrasiani, avidi sempre di nuove terre e di bottino; questo
ceto si aspettava di essere annualmente o quasi guidato dal proprio sovrano alla guerra e alla conquista.
Lo stesso Carlo non doveva sottrarsi a quel gusto per la guerra tipico della gente franca come di tutte le
nazioni germaniche.  significativo come gli Annali del regno dei franchi annotino per il 790 che in
questanno il re non guid alcuna spedizione militare : evidentemente una cosa del genere era ritenuta
eccezionale e, chiss, in fondo perfino riprovevole perch indegna dun sovrano glorioso e poco
profittevole per i nobili che si arricchivano col bottino di guerra.
Lesercito veniva convocato annualmente; caratteristica fondamentale del potere di banno del
re era la facolt di chiamare alle armi tutti i suoi sudditi. Abbiamo gi veduto tuttavia come il
diffondersi della pratica del combattimento a cavallo, con gli alti costi e la complessit
daddestramento che ci comportava, avesse determinato il sorgere di un ceto di professionisti che
ricevevano beneficia sufficienti a restar in permanenza a disposizione del sovrano in caso di bisogno. Si
 calcolato che il re disponesse, nel periodo di maggior espansione, di un numero di questi armati a
cavallo pari a circa 50.000 persone. Ci non aveva daltronde determinato la totale sparizione del
servizio militare obbligatorio per tutti gli uomini liberi: esso veniva integralmente preteso, qualora si
fosse verificata uninvasione nemica, dagli uomini liberi che risiedevano nella regione minacciata o in
quelle adiacenti. Chi non avesse adempiuto allobbligo di raggiungere larmata o, a seconda dei casi, di
contribuire allequipaggiamento di un combattente, era condannato alla pesante ammenda di sessanta
soldi, cio di tre libbre di denari dargento. La diserzione era assimilata al delitto di lesa maest e
punita con la pena capitale: fu appunto questa la condanna inflitta a Tassilone, anche se Carlo la
commut poi nel confino a vita in un monastero.
Le assemblee militari dei franchi si svolgevano ormai, come s visto, allinizio di maggio: da
qui il nome di campo di maggio, che si mantenne anche quando Carlo le spost ai primi giorni
dellestate. Ancora per lungo tempo durante il suo regno le formule di convocazione e di
concentrazione dellesercito rimasero piuttosto vaghe, del tipo che tutti vengano alle armi, oppure
 che il comes procuri di ordinare a ciascun uomo di raggiungere lesercito. Quello franco era ancora,
tutto sommato, un esercito di popolo, per quanto le clientele vassallatiche stessero ormai prendendo il
sopravvento. Il comes convocava gli uomini della sua circoscrizione; se ve nera bisogno venivano
chiamati anche i vassalli del re, laici ed ecclesiastici, come mostra una celebre lettera di Carlo a
Fulrado, abate di Saint Quentin:
Ti comunico che abbiamo indetto per il presente anno [806] la nostra assemblea generale nella
Sassonia orientale, sul fiume Rota, localit Starasfurt. Perci ti ordiniamo di venire assolutamente con
uomini ben armati ed equipaggiati... preparato in modo da poterti recare militarmente in qualunque
luogo ti ordineremo.
Seguiva un lungo elenco di armamenti e di forniture necessarie: ogni cavaliere doveva avere
scudo, lancia, spada, semispada o spadacorta (unarma a un solo taglio che i franchi avevano
probabilmente mutuato dai nomadi delle steppe eurasiatiche), arco e faretra con frecce; i carri venivano
muniti di utensili dogni genere, n erano dimenticati gli arnesi duso comune e le vettovaglie, cio
cibo sufficiente per almeno tre mesi e mezzo. Notevole il passo in cui Carlo raccomanda la massima
disciplina e la buona condotta dellesercito in marcia:
Ordiniamo poi assolutamente che facciate osservare che il viaggio verso la predetta localit sia
pacifico per tutti i luoghi del regno per i quali transiterete; cio non prendete niente se non erba, legna e
acqua, e ciascuno vada con i suoi carri e i suoi cavalieri, senza mai lasciarli fino alla destinazione,
perch lassenza del signore non lasci spazio a cattive azioni.
La cura per lorganizzazione dellesercito traspare dai molti Capitularia emanati in materia;
oltre allattenzione con cui il sovrano seguiva ogni dettaglio, emerge una certa preoccupazione per la
tenuta della disciplina e soprattutto per la tendenza dei sudditi a evitare il servizio militare con metodi
che andavano dal tentativo di entrare nel clero alla corruzione dei comites. In un memorandum sulla
leva delle truppe nella Gallia occidentale, ribadito il dovere dei vassalli di rispondere allappello del
monarca, Carlo stabilisce un sistema per distribuire equamente il carico degli oneri militari grazie alla
distinzione tra partenti e paganti. Le spese militari venivano distribuite secondo le ricchezze
immobiliari, tenendo conto del numero delle unit produttive (mansi) possedute da ciascun uomo
libero: solo chi aveva tre o pi mansi di terra era tenuto a rispondere direttamente alla chiamata alle
armi. I possessori di due mansi dovevano invece associarsi per il mantenimento reciproco: il pi valido
sarebbe partito con lesercito, mentre laltro sarebbe rimasto a casa per produrre e sostentarlo. In caso
di associazione fra tre possessori di un solo manso, uno era tenuto a partire e due a sostenerlo
economicamente. Coloro che non possedevano terre, ma beni per il valore di almeno cinque soldi (cio
un quarto di libbra dargento), si dovevano accorpare a gruppi di cinque per larmamento di un sesto. In
pratica, il livello di ricchezza a partire dal quale era dovuto il servizio militare era di tre quattro mansi o
trenta soldi (una libbra e mezzo di denari dargento).
Un Capitulare databile tra l810 e l813 ci fornisce altri particolari sullequipaggiamento degli
uomini; vi ritroviamo in modo pi dettagliato quanto scritto nella lettera a Fulrado. I comites erano
tenuti a vigilare sullequipaggiamento dei propri uomini, tenuti ad avere lancia, scudo e un arco con
due corde e dodici frecce, oltre a corazze ed elmi. I marescalchi del re dovevano anche provvedere a
fornire pietre da lancio. Dopo il solito elenco di salmerie, si raccomandava di prestare particolar
attenzione a che i ponti fossero in buono stato.
La convocazione annuale delle truppe e la cura nel definirla si spiegano anche col fatto che il
successo delle operazioni militari dipendeva in buona parte proprio dalla rapidit di mobilitazione e di
concentrazione delle armate. Labilit di Carlo consisteva nel convocare la quantit di guerrieri di volta
in volta necessaria nei paesi vicini alla zona di guerra. Il re franco doveva aver abbastanza uomini per
ripartirli in pi armate, convergere sul nemico e riuscire ad accerchiarlo. Per assicurare la riuscita di
queste manovre, Carlo sorvegliava costantemente che fossero tenuti in ordine strade e percorsi e
garantito il guado dei fiumi. La costruzione di un ponte in legno sul Reno presso Magonza, opera
ampiamente celebrata dai contemporanei, rispondeva proprio a questo scopo. Ma esso sincendi
nell813 e Carlo non ebbe il tempo di farlo ricostruire in pietra come avrebbe desiderato. Naturalmente,
dovera possibile si usavano le vie fluviali, percorse da ampie e comode chiatte: erano pi rapide e
sicure dei sentieri via terra.
Lelemento principale dellesercito carolingio era la cavalleria pesante, che dai tempi di Carlo
Martello era andata costantemente progredendo: levoluzione del guerriero a cavallo pesantemente
armato, che necessitava di beni economici sempre maggiori per mantenersi, si accompagn a una
corrispondente diminuzione dellimportanza della vecchia fanteria contadina germanica. Il fenomeno
ebbe unimportante conseguenza anche a livello sociale: quella che originariamente era la classe
omogenea dei liberi si scisse gradualmente, tra ottavo e decimo secolo, in unaristocrazia di professionisti
della guerra al livello superiore e in una massa di rustici di fatto sempre pi simili ai non liberi o ai
semiliberi al livello inferiore. Questaristocrazia guerriera sarebbe in seguito divenuta anche
aristocrazia economico politica e socio istituzionale.
Dallottavo secolo in poi il cavallo divenne il pi efficace strumento di combattimento, grazie
anche allevoluzione di tecniche come la ferratura e la staffa. Unaltra importante innovazione si
sarebbe affermata pi tardi con il nuovo brandeggio della lancia, che nel corso dell11esimo 12esimo secolo (ma,
secondo alcuni, anche un po prima) si cominci gradualmente a tener sotto lascella per favorire il
combattimento durto, facilitato anche dalla solidit garantita dalle staffe. Tra i combattenti a cavallo,
un ruolo progressivamente pi importante fu assunto da chi disponeva anche di un armamento pesante;
in generale, alla fine del secolo ottavo larmamento di un cavaliere comprendeva elmo, giaccone di cuoio
rinforzato di metallo a placche o a scaglie di pesce cucite sulla superficie (la brunia), scudo di legno
coperto o guarnito di metallo, gambiere di metallo, una lancia, una lunga spada a due tagli e una corta a un solo taglio.
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I membri della cavalleria corazzata, relativamente poco numerosi ma strategicamente importantissimi, erano i rappresentanti pi eminenti dellaristocrazia; basti pensare che al tempo di Carlo il costo di tale armamento andava dai trentasei ai quaranta soldi, circa due libbre: cio era quasi pari a un chilogrammo dargento, equivalente allincirca al valore di diciotto o venti vacche. Larmamento, del fante, oltre alla lancia e allo scudo, comprendeva come abbiamo gi detto un arco con due corde e un certo numero di frecce. Sembra sia stato lo stesso Carlo ad attribuire grande importanza alluso dellarco: forse sotto linfluenza di Vegezio, trattatista tardo antico piuttosto noto a quel tempo, il quale aveva raccomandato che gli uomini fossero addestrati a tirare con larco tanto a cavallo quanto a piedi; o pi probabilmente a causa del contatto con gli arabo berberoiberici e gli vari, che ne facevano entrambi ampio uso.
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CAPITOLO 9.
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IL DIPLOMATICO.
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Tra le virt di un uomo di stato, le attitudini diplomatiche non sono certo allultimo posto. Il mondo antico aveva fatto della diplomazia unarte: gli archivi contenenti la corrispondenza tra sovrani sono talvolta la nostra principale fonte di conoscenza per le epoche pi lontane. Bisanzio aveva ereditato la grande tradizione diplomatica ellenistico romana, affinata al punto che la sua abilit era divenuta proverbiale. Anche, e forse soprattutto, al negativo: almeno agli occhi degli occidentali, la Nuova Roma era lerede dei greci, famosi per astuzia e doppiezza. Il medioevo occidentale affermava con Virgilio: Ho paura dei greci perfino quando recano doni.
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Carlo non aveva certo alle spalle una grande tradizione diplomatica.  vero che gi i Maestri di Palazzo det merovingia avevano intrattenuto rapporti da pari a pari con sovrani e pontefici; inoltre la corte franca non mancava di consiglieri accorti e sagaci, come Alcuino. Ma tutto questo non era paragonabile alle cancellerie dOriente, e nemmeno a quella papale.
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Talvolta Carlo, sapendo di avere la forza dalla sua, non si faceva scrupolo di usarla in modo
immediato e diretto. Nondimeno quasi sempre, prima delle armi, preferiva tentare la soluzione del
negoziato. Abilit e scaltrezza non gli mancavano: basti ricordare quanto accortamente riuscisse a
conquistarsi le aristocrazie dei popoli contro cui era in guerra, come nel caso dei longobardi e dei
bavari. Senza dubbio ci era facilitato dalla struttura federale o tribale dei regni e dei potentati
romano barbarici da una parte e dallaffinit etnica e linguistica fra i differenti popoli germanici
dallaltra. I longobardi e i bavari che si avvicinavano ai franchi non avevano propriamente la
sensazione di tradire la propria gente; semmai, un discrimine pi forte era costituito dalla fede
religiosa. Tra i franchi e i sassoni la differenza non era troppo marcata in senso n etnico, n
linguistico: tuttavia il rapporto con la tradizione romana, stretto nel primo caso, nullo nel secondo, e
soprattutto lappartenenza dei primi e lestraneit dei secondi al corpus christianorum, segnavano il
confine di una diversit, anzi di una estraneit che solo la conversione (magari forzata) pot superare.
 comunque improprio parlare di veri e propri rapporti diplomatici tra franchi, bavari e sassoni;
diverso gi il discorso con i longobardi. Ma era Bisanzio, anche da quel punto di vista, lautentico
interlocutore: e al tempo stesso il modello. Non diversamente dalla coniazione delloro, linviare e il
ricevere ambasciatori era prerogativa imperiale.
Non occorre ripercorrere i motivi dellostilit (o comunque dei rapporti sempre difficili) tra
Bisanzio e il sovrano franco, soprattutto dopo lassunzione da parte di questi della corona e della
dignit imperiali. Abbiamo visto con quanta sprezzante ironia il cronista bizantino Teofane avesse
parlato dei fatti del Natale dell800. Bisanzio poteva daltronde far del sarcasmo sullavvenimento: non
certo permettersi di ignorarlo. Ed ecco profilarsi una soluzione sorprendente: se in precedenza si era
pensato a un matrimonio tra i figli di Carlo e quelli di Irene, perch non prendere in considerazione un
legame matrimoniale fra i due sovrani?
Sembra sia stato Carlo a prendere liniziativa. La proposta fu avanzata a Bisanzio dagli
ambasciatori franchi: il vescovo Jesse di Amiens e il conte Helmgaud. Non mancava naturalmente
lappoggio papale: ununione politica tra Roma e Bisanzio avrebbe consolidato il prestigio della
cattedra patriarcale di Pietro anche nellOriente cristiano e ne avrebbe sancito il primato in Occidente.
La basilissa Irene non appariva contraria allidea: era stata sua liniziativa di riprendere
dall801 lo scambio dambascerie con i franchi; nonostante ai suoi occhi lassunzione della dignit
imperiale da parte di Carlo fosse unintollerabile usurpazione, essa non poteva sottrarsi alla
considerazione realistica che quel barbaro non era uno dei tanti piccoli re che avevano occupato i
brandelli della pars Occidentis, bens colui che ne aveva quasi ricostituito la compagine e che daltra
parte era in grado di mantener rapporti anche col grande nemico di Bisanzio, il califfato di Baghdad.
Tuttavia, Irene non poteva sottovalutare lostilit dei suoi consiglieri, per i quali un matrimonio
dellimperatrice con un barbaro, per giunta cos energico e potente, avrebbe comportato una perdita
di potere e di prestigio. La prospettiva delle nozze fu quindi causa certo non unica, forse per nemmeno
ultima, del colpo di stato dellottobre dell802, allorch una congiura di palazzo detronizz Irene: la
basilissa fu relegata nellIsola dei Principi nel Mar di Marmara prima e a Lesbo poi, dove mor soltanto
pochi mesi dopo, nellagosto dell803.
Gli ambasciatori franchi avevano assistito impotenti ai fatti dell802, che per Carlo furono un
grave colpo: anche perch il trono di Bisanzio fu occupato dal logoteta (ministro del tesoro) Niceforo I,
poco incline a prendere in considerazione gli interlocutori occidentali. Non cera molta possibilit di
 rilanciare il rapporto: unoccasione unica e irripetibile era sfumata per sempre. Daltra parte, la fine
della crisi iconoclasta rimetteva in gioco anche i rapporti diretti fra papa e basileus: per Carlo cera
adesso il pericolo di esser messo da parte anche rispetto alla diplomazia pontificia. Il titolo imperiale,
da lui conseguito, gli affidava una sorta di patriziato perpetuo sullUrbe: ma tutto ci era davvero
irreversibile? Alla legazione franca a Costantinopoli, allindomani del colpo di stato che aveva
detronizzato Irene, non era rimasto che tornare in patria, accompagnata da una deputazione bizantina
che doveva trattare la spinosa questione del riconoscimento del titolo imperiale assunto in Occidente.
Solo due anni prima della morte di Carlo Bisanzio avrebbe fatto un passo, pur ambiguo e vago, in
questo senso: non senza che prima, come gi abbiamo visto, sorgessero nuovi problemi e conflitti.
Oriente e Occidente cristiani si erano dunque un istante incontrati: per prender per, subito
dopo, strade diverse. Una qualche forma di riconoscimento formale del monarca franco divenne daltro
canto per Bisanzio unamara necessit, dovuta in buona parte alla difficile situazione militare in cui ci
si era venuti a trovare. Nell811 unarmata greca fu annientata dai bulgari: lo stesso Niceforo cadde in
battaglia e il suo cranio fu trasformato in una coppa con cui il Khan bulgaro brindava nei banchetti. Il
nuovo basileus. Michele I Rhangab, genero del suo predecessore, cerc allora di concludere
rapidamente un accordo con i franchi, mentre Carlo accantonava gli ormai impossibili sogni di
supremazia in Oriente. Nel luglio dell812 una delegazione bizantina recatasi ad Aquisgrana si rivolse a
Carlo con gli appellativi di imperator e basileus; ma Romanorum imperator (basilus tn romain)
restava comunque solo il sovrano di Costantinopoli. Lo stesso Carlo, del resto, aveva a suo tempo
evitato come sappiamo di assumere il titolo di Romanorum imperator, limitandosi a quello di
Romanum gubernans imperium. Era in fondo unaltra versione dellantico e immodificabile concetto:
potevano esservi pi imperatori, ma limpero era uno solo. Dal punto di vista di Bisanzio, per, il
discorso era un altro: Carlo poteva ben essere imperatore e governare almeno una parte di quello che
legittimamente ancora si poteva dire limpero romano; tuttavia ci non significava affatto che egli
potesse anche proclamarsi imperatore dei romani.
Quanto restasse in fondo ambiguo quel riconoscimento, lo dice la formula con cui una
delegazione bizantina del basileus Michele Secondo si rivolse pi tardi, nell827, al caro fratello Ludovico
[limperatore Ludovico il Pio], glorioso re dei franchi e dei longobardi, dai quali  chiamato
imperatore. Un autentico capolavoro di evasivit.
Se Carlo voleva daltra parte essere preso il pi sul serio possibile da Bisanzio, doveva creare ai
greci delle difficolt che costringessero a guardar con maggior interesse allinterlocutore occidentale.
Per questo, una legge di carattere geopolitico imponeva di rivolgersi al pi pericoloso tra i
nemici confinanti dellimpero di Costantinopoli, il califfo di Baghdad. Questi, dal canto suo, aveva
interesse a entrare in amichevole contatto con la potenza confinante con la Spagna musulmana, dove le
forze ostili allemirato cordobano e quindi potenzialmente alleate del califfato avevano bisogno dappoggio.
Abbiamo gi accennato allimportante mutamento verificatosi nel mondo musulmano alla met
del secolo ottavo. Ai primi del secolo, nonostante i successi e le conquiste nella penisola iberica, in Asia
Minore, nella Transcaucasia e nellAsia centrale, serpeggiava un diffuso malcontento contro la
dinastia califfale umayyade di Damasco. Verso il 720 era emerso un gruppo politico gravitante intorno
agli abbasidi, una famiglia di ricchi latifondisti dellIraq: si trattava di discendenti di Abbas, zio del
Profeta, che sfruttavano il malcontento popolare allo scopo di arrivare al potere. Si affermava tra laltro
che gli umayyadi non erano parenti di Muhammad, bens discendenti di Abu Sufyan, il suo peggior
nemico. La rivolta fu preparata per conto degli abbasidi da Abu Muslim, un ex schiavo di origine
persiana: egli raccolse intorno a s contadini, artigiani e mercanti, dichiarando di voler alleggerire lo
sfruttamento del popolo. Abu Muslim si guadagn anche lappoggio di molti ricchi proprietari terrieri
dellaltopiano iranico.
Linsurrezione scoppi nel 747; tre anni dopo le truppe degli umayyadi venivano battute
definitivamente e lultimo califfo della dinastia, Marwan Secondo, era costretto a fuggire. Abul Abbas, uno
degli esponenti della famiglia abbaside, fu proclamato califfo: egli fece sterminare i membri della
dinastia rivale, ma uno di loro riusc a salvarsi e fond in Spagna un emirato autonomo e rivale, con
capitale Crdoba, che comprendeva la maggior parte della penisola iberica, chiamata dagli arabi
al Andalus. Laffermazione della nuova dinastia califfale frattanto non fu semplice: si dovettero fare i
conti tanto con la delusione dei ceti subalterni, i quali si aspettavano miglioramenti che non vi furono,
quanto con lalto numero di sostenitori della decaduta dinastia ancora presenti in Siria.
Al riguardo il secondo califfo abbaside, al Mansur, prese due provvedimenti: fece uccidere Abu
Muslim, troppo benvoluto dal popolo, e nel 762 trasfer la capitale del califfato da Damasco a una citt
appena fondata, Baghdad, sorta non a caso, anzi, sulla base dun preciso obiettivo di rivendicazione di
volont politica, vicino alle rovine dellantica capitale dei sovrani sasanidi di Persia, Ctesifonte.
Nel 786 sal al trono califfale Harun, un giovane di circa ventidue anni destinato a divenire 
grazie anche alle Mille e una notte, il rappresentante pi famoso della sua dinastia. Egli seppe
guadagnarsi lepiteto di ar Rashid (ovvero il giusto, il ben guidato), per quanto le importanti
riforme realizzate sotto il suo regno, soprattutto in campo agricolo e fiscale, siano semmai da attribuirsi
a un fidato ministro, il vizir Yahya. Durante il suo regno fu tuttavia costante un certo disordine nelle
province, sia per le mire indipendentistiche di alcuni governatori sia per il perdurare delle rivolte.
Comunque, limpero abbaside conobbe in quegli anni il suo momento di maggior potenza. Ne fece le
spese in particolare proprio Bisanzio, da Harun umiliata a pi riprese: lultima volta nell803 quando il
successore di Irene, Niceforo, tentando invano la riscossa, sub una sconfitta e dovette sottostare a
umilianti tributi. Harun scomparve nell809, forse avvelenato, mentre era in procinto di marciare verso
il Khorasan per sedare una ribellione.
Tra la fine del secolo ottavo e linizio del Nono la situazione internazionale pu dunque essere
sintetizzata in questo modo: tanto il mondo cristiano quanto quello musulmano si trovavano
fondamentalmente divisi in due blocchi, sia pur ciascuno di diverso peso: imperi bizantino e franco da
un lato, califfato abbaside ed emirato umayyade iberico dallaltro. I due imperi cristiani non erano certo
in rapporti armoniosi, n potevano paragonarsi quanto a forze politiche, economiche e militari; una
notevole disomogeneit distingueva fra loro anche quelli musulmani. Daltra parte i franchi si
trovavano in lotta, o perlomeno in attrito, con lemirato di Crdoba, mentre una contesa ancora pi
aspra opponeva abbasidi e bizantini. C chi ha interpretato i rapporti tra Aquisgrana e Baghdad, al pari
di quelli, peraltro meno documentati e fecondi, tra Crdoba e Bisanzio, sulla base di questa
contrapposizione geopolitica: ciascuna potenza cristiana avrebbe cercato lamicizia di quella
musulmana pi lontana. Si tratta in realt di una tesi un po troppo schematica e deterministica, anche
se considerazioni del genere ebbero sicuramente il loro peso: nessuna delle quattro potenze aveva una
visione cos chiara e razionale della propria politica estera, che tendeva semmai a orientarsi a
seconda delle necessit del momento; e poi esistevano, ancora una volta, forti motivi religiosi di cui
tener conto.
I rapporti tra Carlo e limpero abbaside ebbero inizio nel 797, quando lallora re dei franchi
invi a Harun due ambasciatori laici, Lantfrido e Sigismondo, accompagnati da un certo Isacco, con
tutta probabilit un interprete ebreo che conosceva la Siria e la Mesopotamia. Secondo Eginardo, il fine
di questa ambasceria sarebbe stato chiedere al califfo un elefante per farne la principale attrazione di
Aquisgrana. Ma non c dubbio che la missione avesse anche altri scopi. Infatti, due anni dopo la
partenza della legazione franca giunse ad Aquisgrana un monaco proveniente da Gerusalemme. Egli
recava a Carlo, da parte del patriarca di quella citt, alcune reliquie e la sua benedizione. Dopo il
Natale, il monaco torn in patria accompagnato da un prete palatino, Zaccaria, con lincarico di portare
in Palestina i doni del sovrano franco per i Luoghi Santi.
Lanno successivo, due giorni prima del fatidico Natale dellincoronazione, Zaccaria giunse a
Roma di ritorno dalla sua missione insieme a due monaci, uno di rito greco e laltro di rito latino,
inviati dal patriarca di Gerusalemme affinch offrissero a Carlo,  sempre Eginardo a parlare, le
chiavi della citt, delle basiliche dellAnastasis (cio della Resurrezione) e del Sion, nonch lo
stendardo di Gerusalemme: coincidenza che non manc certo di tornare utile al sovrano franco in
quelle particolari circostanze. Retorica di un cronista? Messinscena di un capo germanico che ambiva
allimpero? Iperbole di un prelato in partibus infidelium che aveva bisogno di nuovi appoggi? Il
patriarca cristiano non aveva certo il potere di disporre di chiavi e stendardo della Citt Santa,
sovrano della quale era il califfo, ma legittimo signore della quale, nella prospettiva cristiana, restava
il basileus. Che per in quel momento era una donna. In che cosa consisteva allora il messaggio del
presule gerolimitano al re dei franchi? In una qualche richiesta di maggior tutela, dato che quella
bizantina appariva pericolante?
Nel giugno dell801 fu annunziato a Carlo, che si trovava a Pavia, larrivo a Pisa di due legati di
Harun ar Rashid. Limperatore li incontr tra Vercelli e Ivrea; essi lo avvertirono che lebreo Isacco
stava tornando da lui con ricchi doni. Era lunico superstite dellambasceria inviata nel 797, poich i
due legati erano deceduti. Non sappiamo se fossero riusciti a incontrare il califfo abbaside: per quanto,
considerando il buon esito della missione, la cosa sia probabile.
Soltanto nel luglio dell802, superate le difficolt degli spostamenti, Carlo pot finalmente
ammirare ad Aquisgrana i doni del califfo: soprattutto lelefante, il cui nome era Abul Abbas in onore
e memoria del capostipite della dinastia abbaside.
Ma esiste una connessione tra lo scambio di ambascerie con Baghdad e i quasi contemporanei
rapporti con il patriarca di Gerusalemme? O era solo lelefante, e magari qualche altro motivo non
meglio conosciuto, la ragione di questo primo contatto tra Carlo e il collega orientale?
I due eventi sembrano in realt strettamente collegati. Gli Annali dei franchi non ci dicono se
lambasceria partita nel 797 abbia sostato a Gerusalemme; lo sostiene per una fonte leggermente pi
tarda: i Miracula sancti Genesii, composti nel monastero di Reichenau tra l822 e l838. La validit di
questa testimonianza  stata messa in discussione; tuttavia, a parte la plausibilit dellipotesi che una
legazione diretta a Baghdad passasse per Gerusalemme, considerando che i pellegrini o gli incaricati
di missioni diplomatiche sbarcavano di solito in Egitto, risalendo poi verso la Palestina, ci potrebbe
fornire una spiegazione allarrivo del monaco di Gerusalemme ad Aquisgrana nel 799; soprattutto se
allorigine della missione indirizzata a Harun, elefante a parte, vi fosse stata la richiesta, formulata da
Carlo, di una maggiore sicurezza per gli abitanti cristiani del Vicino Oriente che avevano subto in quel
periodo numerosi attacchi da parte di trib nomadi: nel 796 era anche stato saccheggiato il monastero
di San Saba e una ventina di monaci erano stati uccisi. Il patriarca avrebbe allora incontrato gli
ambasciatori franchi al loro passaggio e, informato delle intenzioni di Carlo, gli avrebbe inviato le
reliquie e la sua benedizione in segno di riconoscenza. Pu essere che il ruolo di defensor fidei
spingesse Carlo a cercar dintervenire diplomaticamente in favore dei cristiani di Terrasanta,
intrecciando relazioni con quella che era la pi alta autorit politica, religiosa e morale del mondo
islamico. Per quanto Irene fosse una sovrana abile, probabilmente il fatto che fosse una donna aveva
indotto sfiducia e disprezzo nei confronti dellimpero: e il patriarca di Gerusalemme, dubitando che una
femmina fosse davvero adatta a funger da difensore dei cristiani dOriente soggetti al califfo, si stava
guardando attorno alla ricerca dun tutore pi adatto. Al momento, solo il sovrano franco poteva
aspirare a tale ruolo.
Quando, alla vigilia dellincoronazione di Carlo, Zaccaria torn dalla sua missione, con lui
viaggiavano come si  appena detto due monaci, uno dei quali proveniva da quel monastero di San
Saba che aveva subto leccidio e il saccheggio. Essi portavano a Carlo, da parte del patriarca ed
evidentemente con un intento del tutto simbolico, le chiavi dei luoghi pi sacri della Cristianit:
segno forse di gratitudine per chi gi ne aveva preso le difese, ma anche desortazione a continuare a
farlo. Significativo il fatto che in una lettera a Gisela, sorella di Carlo, Alcuino, rendendo grazie a Dio
per gli eccezionali eventi di quel Natale dell800, ponesse sullo stesso piano la riabilitazione del
pontefice, lincoronazione imperiale e lambasceria giunta dalla Citt Santa nella quale il Nostro
Salvatore si degn di redimere il mondo con il suo sangue. Era come se, nel momento in cui Carlo
assumeva la dignit imperiale nellOccidente cristiano, la stessa Terrasanta ne riconoscesse lalta
autorit morale e si rivolgesse a lui, nella speranza non di un protettorato, cosa di per s
improponibile, ma di un suo sostegno e di una specie di patronato sui cristiani locali. Tale patronato
era tenuto tradizionalmente dallimperatore di Bisanzio, e difatti i cristiani del luogo erano detti dai
musulmani ah l al Malik, la gente del basileus.
Comunque, al suo arrivo ad Aquisgrana lelefante suscit profonda meraviglia e ammirazione.
Abul Abbas fece compagnia a Carlo per otto anni, nonostante il clima continentale non fosse troppo
indicato per la sua salute. Mor nell810 suscitando nellimperatore, a quanto narrano le fonti, un vivo
dispiacere. Le ossa dellanimale, che i contemporanei attesero invano si trasformassero secondo la
leggenda in avorio, furono conservate fino al tardo Settecento nel museo di Lippenstadt, dove ebbe
modo di vederle anche Wolfgang Goethe.
Nel frattempo, per, i rapporti fra Carlo e il califfo erano continuati. Infatti subito dopo che,
nell802, i due legati musulmani ebbero ripreso la via di Baghdad, alcuni ambasciatori franchi, tra cui
un certo Radberto, partirono a loro volta per la capitale del califfato. La legazione franca fu di ritorno
nell806, riuscendo abilmente a sfuggire alla flotta di Bisanzio, in guerra con i franchi per la questione
di Venezia, e a sbarcare sul litorale presso Treviso. Evidentemente anchessa doveva aver fatto un
buon lavoro, perch lanno successivo giunsero due ambascerie che, fatto molto importante, sembra
viaggiassero insieme: luna guidata da un inviato personale del califfo, Abdullah; laltra composta da
due monaci, uno dei quali abate del monastero del Monte degli Olivi, inviati dal patriarca di Gerusalemme.
Sembra difficile credere che larrivo simultaneo delle due legazioni sia stato puramente casuale.
Pur trattandosi di due missioni distinte, probabilmente qualcosa doveva accomunarle. Per Carlo il loro
arrivo rappresent presumibilmente un grande successo. Ci sembrerebbe provato anche dalla
munificenza dei doni recati dai diplomatici musulmani: tra essi, oltre a preziose stoffe e profumi, una
sorta di orologio ad acqua, una meraviglia meccanica per lOccidente di quei secoli che scandiva il
tempo facendo cadere a intervalli di unora piccole sfere colorate in un bacino risonante come un
campanello. Sia linviato del califfo sia i monaci furono trattenuti da Carlo per diverso tempo.
A testimoniare il vivo interesse dellimperatore nei confronti dei cristiani di Palestina vi  poi
limportantissima testimonianza di Eginardo. Nel capitolo 16 della Vita dellimperatore, dopo aver
affermato che questi ebbe con Harun un rapporto tale che il califfo preferiva Carlo a tutti gli altri re e
principi del mondo, si narra nel solito modo succinto ma non senza importanti dettagli la storia dei
vari scambi diplomatici. In particolare, con riferimento allultima ambasceria inviata dal califfo
allimperatore, Eginardo dice che Harun, avendogli i legati franchi manifestato i desideri del loro
signore, non solo accord ci che chiedevano, ma acconsent anche a porre sotto lautorit di Carlo
quel luogo sacro e salutare. Se con questultima frase Eginardo si riferisce certamente alla basilica del
Santo Sepolcro, egli non  purtroppo altrettanto esplicito sulla natura dei desideri che Carlo avrebbe
manifestato al califfo tramite i suoi rappresentanti. Ma in un capitolo successivo, il 27, dopo aver
magnificato la generosit del sovrano nelle elemosine che questi aveva cura dinviar anche oltremare,
dove sapeva che i cristiani vivevano in povert, significativamente Eginardo annota: Per questo
soprattutto richiedendo lamicizia dei re doltremare, perch ne conseguisse un certo refrigerio e
sollievo ai cristiani che si trovavano in loro potere. Durante gli ultimi anni del regno di Harun, i
cristiani dOriente vissero uno dei momenti pi sereni della loro non sempre facile storia.
Ma qual era lesatta natura delle prerogative accordate a Carlo sui Luoghi Santi dal patriarca di
Gerusalemme (il solo che ne avesse lautorit)?
Uneffettiva cessione dei Luoghi Santi  del tutto impensabile: una cosa del genere avrebbe
potuto verificarsi soltanto in seguito a un conflitto o come contropartita politica a un gesto di pari
proporzioni. Le interpretazioni al riguardo sono diverse: c chi ha pensato a una sorta di protettorato
onorifico, ma anche questo appare poco probabile; altri invece, prendendo alla lettera laffermazione
di Eginardo, hanno ritenuto che il dono si limitasse al Sepolcro di Cristo vero e proprio, ossia
alledicola al centro della Rotonda della basilica della Resurrezione allinterno della quale era
custodita fin dal Quarto secolo la porzione di roccia che gli architetti di Costantino avevano ritagliato dal
pendio dove era stata individuata la tomba a grotta in cui era stato adagiato il corpo del Signore. In
questo caso, non si sarebbe trattato di niente pi che dellomaggio simbolico di una sorta di reliquia:
ma una reliquia talmente speciale ed eccezionale che al sovrano franco ne sarebbe derivato, presso i
suoi sudditi e anche presso i cristiani di Palestina, un prestigio ineguagliabile.
La questione resta aperta. Il Sepolcro era pertinenza della comunit cristiana locale: su di essa il
califfo non vantava autorit. Lofferta patriarcale voleva sottintendere dal canto suo un invito a Carlo
affinch sostituisse il basileus come protettore dei cristiani di Terrasanta?
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CAPITOLO 10.
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LA CROCE E IL LIBRO.
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Ci si chiede spesso in che senso e fino a che punto Carlo fosse cristiano: vale a dire quanto grande e profonda fosse la sua fede. Ma si tratta di domande alle quali non si pu fornire alcuna risposta storica seria. Tracciare la storia della fede intima dun europeo occidentale dellottavo nono secolo e soprattutto di un sovrano,  impossibile: il tipo delle fonti (al di l della loro stessa rarefazione e disomogeneit) non lo consente; e, se non  plausibile il tentare lhistoire dune me, non ha daltronde senso rifarsi genericamente alla solidit e alla profondit della fede in quel tempo, pi di quanto non ne
abbia il richiamarsi, non meno genericamente, alla sua rozzezza.
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Il punto  un altro: e potrebbe forse riassumersi in un oggetto simbolo, che nelle sculture e nelle
miniature del Cristo in maest esemplate sulle grandi visioni apocalittiche  tenuto, aperto o chiuso 
nelle mani del Signore in trono, al posto dello scettro. Il Libro, strumento di sapere ma anche di potere,
oggetto di venerazione perch custode della Parola.
Nel lungo periodo che va dallaffermazione del cristianesimo in Occidente sino almeno al
trionfo della scolastica, fede e sapere sono stati un binomio inseparabile. Non solo la filosofia, ancilla
theologiae, ma anche la letteratura e le arti erano finalizzate principalmente a una miglior
comprensione della Parola e dellopera del Creatore. Cultura  un neologismo che i contemporanei di
Carlo non avrebbero compreso. Quel che contava, per loro, era la lectio della Sacra Pagina.
Senza questo presupposto non  possibile intendere la cosiddetta rinascita carolina, sulla
quale si sono date valutazioni discordi, ora esaltandola, ora invece diminuendone drasticamente la
portata: che fu, diciamolo subito, per certi aspetti senza dubbio limitata, ma che ebbe tuttavia
conseguenze durevoli e feconde.
Fu dunque la fede a spingere il sovrano franco verso un rinnovamento e una riqualificazione
della cultura e degli studi? Senza dubbio, anche se non dobbiamo dimenticare che religione e societ
fra ottavo e Nono secolo erano per molti versi inestricabilmente unite, e ancor pi lo sarebbero state appunto
a partire dallesperienza carolina.
Ma che cosera realmente, allora, la fede di Carlo?
Una risposta adeguata deve tener conto del processo dinamico che ha interessato la Cristianit
nei secoli corrispondenti al pieno medioevo. Il cristianesimo altomedievale, caratterizzato da una
Chiesa latina per un verso erede della romanit e per un altro protesa alla cristianizzazione delle genti
germaniche, era anzitutto veterotestamentario, profetico e apocalittico: era molto poco evangelico e
quindi molto lontano dai caratteri che, dopo Francesco dAssisi e la Riforma protestante, per non
alludere a pi recenti evoluzioni, noi siamo abituati a riconoscergli.
La croce  il simbolo protagonista dei secoli che a partire da Costantino giungono fino a
Carlomagno e anche di quelli successivi. Essa non somiglia per troppo allumile e doloroso strumento
di sofferenza e di morte che  stata per Ges di Nazareth e che  tornata in parte a essere nella
sensibilit religiosa a partire dal 13esimo secolo. Con la conversione dellimpero romano e laccoglienza
del cristianesimo quale religione di stato, essa era divenuta un simbolo di potenza e di trionfo:
sovrastava, dorata e ingemmata, cupole e corone, scettri e insegne militari. Il Cristo altomedievale era
s crocifisso: ma il Suo corpo era dritto e impassibile, il Suo volto severo e sereno, i grandi occhi
spalancati sul mondo sottostante. Era il Vincitore della Morte, il Giudice, il Re: come il Cristo
apocalittico della scultura protocristiana e romanica, che esibisce le ferite come un segno di vittoria e
intorno al quale gli angeli recano i simboli della Passione come attributi di regalit. Sovente lo si
raffigurava inchiodato alla croce, ma incoronato e abbigliato con le vesti di rex et sacerdos.
In quanto re e giudice supremo del suo popolo, Carlo a sua volta si sentiva e pretendeva di esser
considerato typus Christi. La sua era una religiosit visibile, materiale, corposa: quella delle cerimonie,
delle chiese scintillanti di metalli preziosi, delle nubi dincenso, dei pellegrinaggi, delle ricche offerte,
delle reliquie e della loro potenza miracolosa. Quella di Carlo era una fede nella quale il divino si
manifestava fisicamente e continuamente.
Quando aveva sette anni, il giovane principe assist alla traslazione del corpo di san Germano
dAuxerre, la cui cassa diffondeva intorno a s fragranze soavi; e sembra che quella esperienza lo abbia
profondamente segnato.
In realt, come abbiamo gi pi volte rilevato,  certo che Carlo sentiva con grande
consapevolezza la responsabilit di monarca cristiano; e questo includeva una fede sicura, in un tempo
nel quale la fede dava ancora certezze. I suoi viaggi a Roma assunsero sempre anche un valore di
pellegrinaggio; colmava di doni i pontefici perch intercedessero per la sua anima e a tale scopo stipul
con Adriano I, il papa con il quale ebbe forse il legame pi affettuoso e sincero, un pactum
paternitatis mediante il quale egli veniva spiritualmente adottato da lui. La sua generosit in fatto di
elemosine, e non solo ai suoi sudditi, era nota; fu un grande costruttore di chiese; ad Aquisgrana si
tratteneva anche di notte in preghiera nella Cappella palatina.
La purezza della fede, come gi abbiamo notato, era una sua costante preoccupazione: vedremo
anzi fra breve come sar proprio essa alla base della cosiddetta rinascita carolina. Ma per ben
comprendere il carattere di tale fede non bisogna dimenticare che Carlo  frequentemente definito,
nelle cronache e nei documenti dellepoca, ad esempio nelle lettere di Alcuino, nuovo Mos, ma
anche nuovo David e nuovo Costantino. Se questultimo epiteto ben si spiega alla luce della sua
volont di riallacciarsi alla tradizione imperiale e al carattere cristiano di essa, gli altri due rinviano al
trionfo guerriero della fede nel Dio degli Eserciti che al Popolo Eletto aveva concesso lArca
dellAlleanza quale pegno di favore e di vittoria. Carlo si riteneva e intendeva presentarsi non solo
come il prosecutore degli imperatori romani, bens anche, ed era questa la dimensione chegli sentiva
di pi, come il principe del nuovo Israele, come il protettore e garante della Chiesa latina allo stesso
modo in cui il basileus lo era di quella greca. N bisogna dimenticare, e qui torna potente il modello
di David, che Carlo, in quanto unto col sacro crisma allatto dellincoronazione, si sentiva sovrano
consacrato, partecipe della sacralit sacerdotale: rex et sacerdos, secondo il modello di Melchisedech e
del Cristo stesso. Il suo frequente intervenire, con la sua stessa attivit legislativa, in questioni di
teologia e detica, ha questo significato; cos come uno identico, a parte i connotati di stabilit politica
e sociale, ne hanno le sue continue raccomandazioni affinch le cerimonie ecclesiastiche fossero
accuratamente celebrate e gli arredi tenuti in ordine.
Come protettore supremo della Chiesa, il sovrano convocava concili e si occupava attentamente
di questioni dottrinali: gi ne abbiamo visto alcuni esempi, ma merita di essere senzaltro ricordato
anche il suo intervento nella condanna delladozionismo. Si trattava di una delle tante eresie relative
alla natura del Cristo fiorite si pu dire fin dallalba del cristianesimo stesso: il Salvatore sarebbe stato,
in quanto uomo, solo figlio adottivo di Dio. Veniva con ci a essere nuovamente alterato
quellequilibrio tra natura divina e natura umana che caratterizza invece la dottrina ritenuta ortodossa.
Ladozionismo era sostenuto da un vescovo della marca ispanica, Felice di Urgel, e appoggiato
dallarcivescovo di Toledo Elipando.  probabile che questa posizione risentisse di un qualche influsso
musulmano: lIslam venera Ges come profeta, ma gli nega naturalmente la natura divina.
Gi un primo sinodo del regno franco, convocato nel 792 a Ratisbona, aveva attaccato questa
dottrina. Largomento fu ripreso due anni dopo a Francoforte; e, infine, al sinodo di Aquisgrana
dell800, due anni dopo che il pontefice Leone Terzo aveva pronunciato la sua condanna. La consonanza
di vedute tra il papa e il sovrano, o meglio, i suoi consiglieri teologici, era completa; tanto che Carlo
stesso, in una lettera a Elipando, si era espresso in termini molto duri e netti:
Ma cordoglio ancora pi grande proviamo quando, a causa dellinganno diabolico, sopportate
anche dentro il petto loppressione della miscredenza e dellerrore che divide... Prima che questo
oltraggio pi volte nominato si manifestasse presso di voi, vi abbiamo amato di duplice amore... se per
voi, dopo questo richiamo o mnito da parte dellinsegnamento apostolico e della concordia sinodale,
non ritornate alla ragione, allora sappiate che sarete ritenuto eretico, e non oseremo pi mantenere
nessun rapporto con voi davanti a Dio.
La controversia sulladozionismo si concluse ad Aquisgrana: alla presenza del sovrano, Alcuino
e Felice di Urgel furono impegnati in una disputa che si protrasse per sei giorni, senza esclusione di
colpi. Alla fine, Felice si dichiar battuto e si ritir per finire i suoi giorni in un monastero.
Carlo prese la questione molto a cuore: invi lettere e presenzi di persona alla disputa finale.
Notevole, in particolare,  la missiva spedita a Elipando: pi che un sovrano, il re sembra qui un
pontefice che ammonisce un vescovo ribelle; e, anche se  ovvio che la lettera non sia stata concepita
da lui, un passaggio recita abbiamo fatto scrivere questa lettera a nostro nome, non vi sono dubbi
che il sovrano franco senta che la sua responsabilit di governo non riguarda soltanto gli affari
temporali. Circa un secolo dopo, quando la figura dellimperatore era gi entrata nella leggenda e
limpero carolingio apparteneva gi alla storia (del resto in qualche modo continuato dallimpero
romano germanico), Notkero, abate di San Gallo, avrebbe chiamato Carlo vescovo dei vescovi.
Siamo di fronte a quella compenetrazione di regnum e di sacerdotium che trovava il suo archetipo nel
personaggio biblico di Melchisedech, re e sommo sacerdote di Gerusalemme. Si tratta, come
abbiamo detto, di uno degli effetti dellunzione, che rende il monarca una figura la quale, pur restando
laica, assume anche qualcosa della sacralit sacerdotale. Un concetto questo che, quando pi tardi la
consonanza di vedute tra papato e impero venne meno, avrebbe originato dispute e conflitti che
avrebbero, alla fine, logorato e in parte svuotato le due grandi istituzioni della Cristianit medievale.
La meditazione sul ruolo dei poteri regali in relazione al problema della salvezza del genere
umano occupava costantemente i pensieri di Carlo. Alla mensa imperiale, la lettura preferita durante i
pasti era il De civitate Dei di Agostino, un testo che il sovrano amava sovente anche discutere con i
suoi consiglieri. Ancora una volta,  una scarna notazione della biografia di Eginardo a informarcene:
Mentre cenava, ascoltava un po di musica o un lettore. Gli venivano lette le storie e le imprese
degli antichi. Si dilettava anche dei libri di Agostino e soprattutto di quelli intitolati De civitate Dei.
Tale opera, una delle pi importanti di tutto il pensiero cristiano, tende a disegnare una vera e
propria teologia della storia. Scritta allindomani di quellevento traumatico che fu il sacco di Roma del
410 a opera di Alarico, traumatico, si badi bene, non tanto per le sue proporzioni, quanto soprattutto
per il fatto che dopo otto secoli (dai tempi dellinvasione celtica del Quarto secolo a.C.) era stato violato il
suolo dellUrbe, essa voleva essere al tempo stesso un mnito e una speranza. Un mnito, perch
ricordava a quanti accusavano il cristianesimo di essere responsabile della crisi mortale dellimpero che
Dio, non gli idoli pagani, aveva scelto e prediletto Roma; essa doveva semmai scontare proprio le colpe
ataviche e persistenti degli idolatri. Ma, soprattutto, una speranza, perch era necessario innalzare il
pensiero dallUrbe, la Citt terrena, verso lordine incrollabile, la Citt di Dio sorretta dallAmore.
Agostino distingue cos, nella storia delle vicende umane, due ordini di societ; da un lato quella di
coloro che vivono rispondendo allazione della grazia divina e, uniti nellamore e protesi verso le cose
celesti, sono come cittadini di una mistica Civitas Dei; dallaltro, quella dei sudditi della Civitas
Diaboli, caratterizzata dallavidit e dallegoismo. La storia degli uomini  dunque il conflitto tra
queste due citt, simbolicamente indicate come la Civitas Sancta di Gerusalemme e la Civitas Iniqua di
Babilonia, luna e laltra interagenti nel mondo come il Bene e il Male, la Luce e le Tenebre, ma
avviate sotto lo sguardo divino al loro destino finale, la beatitudine e la dannazione.
Agostino aveva immaginato per il suo regno celeste un sovrano ideale, caratterizzato da precise
qualit: devozione, giustizia, amor di Dio, umilt, compassione. Un ritratto al quale Carlo, almeno
secondo il profilo che ce ne fornisce Eginardo, si sforz costantemente di corrispondere. Ma per
avvicinarsi al modello della Citt celeste occorreva anche che la Parola divina potesse diffondersi per
tutto il regno nella sua purezza, chiarezza e semplicit; occorreva altres che tutti coloro che avevano
responsabilit, ecclesiastici e laici, fossero il meglio possibile preparati ad assolverle.
Se paragoniamo la rinascita carolina con le espressioni culturali che stavano
contemporaneamente maturando nel mondo musulmano, possiamo aver la sensazione che essa sia stata
tutto sommato inconsistente. Sotto il regno del califfo al Mamun (813 833), figlio di Harun ar Rashid,
sorgevano infatti a Baghdad una grande biblioteca e unaccademia; fioriva anche unintensa attivit di
traduzione in arabo di testi greci, siriaci, iranici e indiani di contenuto vario, ma soprattutto teologico,
filosofico e scientifico. Il mondo musulmano era favorito dalla sua centralit, posto comera tra la
cultura ellenistico bizantina a ovest e quella indiana e cinese a est (quella persiana era stata invece
assimilata). In questo periodo esso era anche caratterizzato da una poderosa fioritura urbana e da una
crescente prosperit mercantile, con un conseguente afflusso di ricchezze che un articolato apparato
statale convogliava verso la corte di Baghdad, modello di efficienza politica e fiscale. LOccidente
latino germanico era al contrario un mondo periferico prevalentemente rurale: Aquisgrana e Pavia, pur
essendo ormai stabili residenze regie, non erano certo confrontabili con le grandi citt orientali, e il
richiamo al modello di Costantinopoli non era sufficiente. Quanto allattivit mercantile dellEuropa
carolingia, essa era sostenuta dal modesto denarius argenteo, dai pallia fresonica (cio i panni di lana
provenienti dalla Frisia) e dalle spade franche, articolo testimone dellottima metallurgia germanica
e ambito oggetto dimportazione per il mondo musulmano sempre a corto di metallo, che non erano
certo sufficienti a ricondurre al pareggio una bilancia commerciale fragile, ristretta come volume
daffari e caratterizzata dalle importazioni dallOriente di generi e articoli di lusso come stoffe preziose e spezie.
.
La rinascita culturale carolina (e pi in generale carolingia, in quanto continu anche dopo la
scomparsa dellimperatore e durante il pur turbolento regno dei suoi eredi, nel Nono secolo) non pot
quindi impiantarsi su un adeguato supporto n istituzionale n strutturale. Il suo punto dappoggio
fondamentale, per motivi tanto concettuali quanto contingenti, fu costituito dalle istituzioni
ecclesiastiche: soprattutto i monasteri. Il suo limite maggiore fu forse quello di aver praticamente del
tutto ignorato il mondo greco: limite peraltro imposto anche dalla necessit. In un tempo in cui anche il
latino si era corrotto e i classici della latinit erano caduti sempre pi nellombra (anche per
latteggiamento spesso negativo da parte delle autorit religiose nei confronti degli autori pagani), la
conoscenza del greco era assai limitata; e soprattutto, dato lallontanarsi sempre maggiore di Bisanzio
dallOccidente, i testi greci erano ormai praticamente irreperibili (ma non era cos n in Irlanda, dove la
realt culturale anche se periferica era quanto mai vitale, n nella penisola iberica dominata dallIslam).
Basti pensare che quando laltra rinascita, quella del 12esimo secolo, condusse alla riscoperta della cultura
scientifica e filosofica greca e soprattutto di Aristotele, ci avvenne non direttamente dai testi originali,
bens tramite traduzioni latine delle versioni arabe.
Tuttavia, nonostante questi limiti, sarebbe un grave errore sottovalutare la portata di questa
fioritura degli studi e del sapere. Se difatti il suo avvio fu timido e discreto, nondimeno essa segn
linizio di un processo inarrestabile: radicandosi nei monasteri e nelle scuole episcopali, costitu la
premessa di una rinascita di centri di cultura in tutta Europa. Fu inoltre proprio a partire dal regno di
Carlo che sintensificavano, e con maggior cura che in passato, la conservazione e la trasmissione di
opere della latinit classica, buona parte delle quali sarebbe altrimenti con tutta probabilit andata perduta.
In verit, il movimento culturale dellepoca carolina non nasceva dal nulla. Almeno a partire
dalla fine del settimo secolo in alcuni centri europei specialmente monastici, quali Luxeuil, Corbie, Laon,
San Martino di Tours, York, Verona, Bobbio, avevano funzionato scriptoria per la copiatura e la
conservazione di testi antichi e la produzione di alcune opere soprattutto a carattere agiografico. Quel
che tuttavia caratterizz il regno di Carlo fu la consapevolezza della necessit di un movimento globale
e coordinato dallalto, non pi limitato alla tradizione e allattivit di alcuni centri. Un defensor fidei
non poteva limitarsi a proteggere la fede con la spada, n poteva consentire che buona parte del clero,
soprattutto quello secolare, non fosse allaltezza del suo ministero, o che vi fosse confusione nella
liturgia e ancor pi nella lingua in cui essa si esprimeva. Carlo sent dunque il bisogno, per usare
unespressione moderna, di investire nella cultura :  stato notato infatti che nella cosiddetta rinascita
carolina ebbe una funzione non secondaria lutilizzazione di una parte delle ricchezze accumulate nelle
guerre di conquista, le quali servirono al sovrano per creare intorno a s una cerchia di studiosi
stipendiati che costituiva, per cos dire, il motore principale della riforma. Inoltre anche in questo
campo vi fu da parte di Carlo una meticolosa opera legislativa, tesa a disegnare una vera e propria
politica culturale. Possiamo trovare un primo preciso richiamo in questo senso nel Capitulare detto
Admonitio generalis del 789, dove sinsiste in modo particolare sulle qualit e sulle cognizioni che i
parroci debbono possedere: conoscere le verit di fede, le formule dei sacramenti, le preghiere della
messa, i salmi; essi debbono anche dimostrarsi capaci di predicare, in modo da far cessare le frequenti
lamentele contro la pessima taciturnitas del clero. Il sovrano non si limita ai rilievi: il capitolo 72
di quel documento contiene infatti disposizioni affinch si costituiscano scuole di ragazzi istruiti, e
 in ogni monastero e sede vescovile si sottopongano ad accurati emendamenti i salmi, le notae [un
sistema di abbreviazione della scrittura], il canto, i calcoli matematici, la lingua latina e i libri
contenenti la scrittura; difatti spesso alcuni, pur ben intenzionati a pregare Dio come si conviene,
pregano male perch i libri non sono corretti.
Le preoccupazioni di Carlo vennero ribadite nella famosa Epistola de litteris colendis, inviata
allabate di Fulda Baugulf forse tra il 794 e il 797. In essa il re, dopo aver informato linterlocutore che
da quel momento in poi sarebbe stato dovere dei monasteri e dei centri diocesani provvedere
allistruzione nelle lettere di coloro che, con laiuto di Dio, saranno in grado di apprendere, ciascuno
secondo la propria capacit, specificava anche la motivazione, diciamo cos, teologica, della propria
decisione. Ricordando quel passo di Matteo (12, 37) in cui sta scritto: Dalle tue parole sarai
giustificato e dalle tue parole sarai condannato, Carlo faceva notare che quanti si sforzavano di piacere
a Dio agendo correttamente dovevano esser messi in condizione di poterlo fare anche parlando
correttamente. Perch, continuava, Cominciamo a temere che, data linferiore capacit di scrivere, la
capacit dintendere la Sacra Scrittura sia di gran lunga inferiore a quello che dovrebbe essere: e noi
tutti sappiamo che, sebbene gli errori verbali siano pericolosi, quelli dinterpretazione lo sono molto di
pi. Parlando di errori dinterpretazione, egli pensava sicuramente al pericolo delle eresie. I titoli di
una disposizione data nell805 per i missi dominici tracciano un programma scolastico vero e proprio: Le letture. Il canto. Gli scrivani, affinch non scrivano scorrettamente. I notai. Le altre discipline, il calcolo. Larte della medicina.
. 
Il conseguimento della dignit imperiale rese ancora pi impellente la realizzazione di tale programma culturale. Essa per sarebbe stata impossibile senza un piccolo stato maggiore  proveniente da varie parti dEuropa, che fu nel contempo ispiratore ed esecutore del progetto del sovrano.
Figura centrale di questo gruppo fu senza alcun dubbio un monaco benedettino proveniente
dalla Britannia, Alcuino. Nato nel 735 circa e morto nell804, egli si era formato alla scuola
arcivescovile di York presso un allievo del venerabile Beda e vi era diventato a sua volta maestro,
ottenendo fama e successo. Aveva incontrato Carlo per la prima volta nel 781 a Parma: il maestro
tornava da Roma, dopo aver ricevuto dal papa il pallio arcivescovile per il nuovo titolare della sede di
York, Eanbald; il sovrano invece scendeva nellUrbe per celebrarvi le feste pasquali. Un anno dopo
Alcuino si rec presso Carlo che, colpito dalla sua sapienza e dalla sua saggezza, lo aveva invitato a
corte. Qui il dotto anglo pot rivelare le sue doti di organizzatore e di maestro nonch di prezioso
consigliere, soprattutto per quanto concerneva le questioni di fede.
Dindole piuttosto pedante (le lettere ai suoi corrispondenti, soprattutto abati o uomini dotti
presso i quali si informa dellesistenza di libri o anche di eventi strani e curiosi, rigurgitano
letteralmente di citazioni, sia bibliche sia classiche), come maestro Alcuino aveva un carattere molto
affabile. Sembra che nel suo metodo pedagogico i banchetti avessero un ruolo non secondario. Oltre
che del sapere, era infatti un cultore di gagliarde bevute: durante i suoi edificanti sermoni non mancava
di schiarirsi la voce con la birra; una volta sollecit il medico di Carlo perch gli facesse avere due carri
di vino che gli erano stati promessi, mentre in unaltra occasione indirizz a uno scolaro una mesta
elegia esortandolo a brindare anche per lui, costretto a vivere nella tristezza: evidentemente le sue
cantine erano in quel momento a secco.
Una delle attivit principali di Alcuino fu lorganizzazione e la direzione della schola palatina,
allinterno della quale si formavano soprattutto i figli dei nobili. Non si trattava di una scuola nel
senso moderno, cio di una istituzione con un corpo docente stabile e degli organi direttivi: era
piuttosto un sodalizio di dotti che discutevano di vari argomenti, organizzavano simposi su temi
specifici, si scambiavano indicazioni; quello che contava era lo stretto legame tra i maestri e gli
uditori discepoli. Linsegnamento ordinario del tempo era basato sulle sette arti liberali del trivium e
del quadrivium, fondamento dellistruzione tardoantica e medievale che aveva tra i testi base quelli di
Boezio e di Marziano Capella: ma, rispetto a queste consuetudini, la schola sorta intorno allimperatore
viveva una sua attivit molto libera.
Tuttavia, una certa formazione dei quadri dirigenti era prevista: e Carlo seguiva con molto
interesse landamento della scuola di palazzo. Un aneddoto tramandato da Notkero di San Gallo ce lo
mostra impegnato in una furiosa reprimenda contro i giovani figli della nobilt, sorpresi in flagrante
pigrizia e negligenza, che si contrappone allelogio nei confronti di quelli di estrazione pi umile, assai pi volenterosi.
Alcuino rimase a corte fino al 796, ricompensato dal suo sovrano con numerose abbazie
concesse in beneficio. In quellanno, avendo manifestato il desiderio di ritirarsi, fu nominato da Carlo
abate di un venerabile e fiorente monastero franco: San Martino di Tours, il santuario nazionale.
Naturalmente vi continu la sua opera di maestro e compose varie opere sulla liturgia, lesegesi biblica,
le arti liberali e la morale, oltre a poemi ed epistole di vario genere. Come abate fu piuttosto severo e
non manc dincontrare qualche opposizione.
Verso il 778 circa era giunto a corte dallItalia longobarda un altro studioso: Paolino. Fu
anchegli maestro fino al 787, anno in cui venne nominato patriarca di Aquileia; e per il comes della
marca del Friuli, Eric, scrisse un trattato di etica di governo, il Liber exhortationis.
Ma il longobardo pi illustre dellentourage di Carlo fu senza dubbio Paolo Diacono. Nel 782
egli si era recato presso il re dei franchi e dei longobardi per implorare la liberazione del fratello,
imprigionato perch coinvolto in una rivolta nel Friuli; la ottenne, ma dovette pagarla con un
soggiorno a corte, dove scrisse tra laltro il Liber de episcopis Mettensibus, una cronaca della diocesi di
Metz, opera destinata a inaugurare il filone della storia diocesana splendidamente edita nel 2015 a
cura di Chiara Santarossa, e una raccolta di omelie che collazionava testi composti dai Padri della
Chiesa, ordinati secondo il corso dellanno in una scansione atta a facilitarne luso per la predicazione:
lavoro al quale Carlo attribuiva una grande importanza, se si pensa che in una missiva inviata ai
vescovi egli rendeva obbligatorio luso dellomiliario per i chierici. Naturalmente Paolo fu come noto
anche maestro e poeta, oltre che storico della sua gente con la famosa Historia Langobardorum.
Va ricordato, ancora, Teodulfo, originario probabilmente della penisola iberica (si dichiarava
visigoto) e giunto alla corte di Carlo intorno al 790; dal 798 fu vescovo di Orlans. Lo abbiamo gi
incontrato come consigliere di Carlo e anche come missus; ma fu altres teologo e poeta spesso
pungente e spiritoso, come vedremo fra breve.
Nessuno di questi studiosi era franco; eppure gi prima della morte di Carlo personaggi come
Angilberto ed Eginardo, il futuro biografo dellimperatore, si sarebbero fatti conoscere per il loro
valore letterario: segno che lo sforzo dellimperatore e del suo entourage stava dando i primi frutti.
Questi dotti non si limitavano a scrivere e a insegnare; intorno al loro sovrano e mecenate avevano
infatti formato un circolo elitario, la cosiddetta accademia palatina. In realt erano riunioni del tutto
informali in cui il sovrano e i suoi collaboratori lasciavano da parte il peso delle cure di governo e si
ricreavano, magari durante i bagni caldi, la passione dei quali il medioevo coltivava al pari dellet
romana, per quanto in strutture e con attrezzature diverse, con dotte conversazioni; vi si trattava
spesso di poesia e di letteratura, di Sacre Scritture, ma anche di astronomia. Il clima scherzoso e
conviviale che sembra vi dominasse non impediva che queste discussioni venissero prese molto sul
serio. Il monarca e i suoi dotti amici si attribuivano soprannomi tratti dalla Bibbia o dai classici: Carlo
era naturalmente David, il re poeta autore dei salmi e custode dellArca dellAlleanza; Alcuino era
Flacco (cio Orazio); Angilberto, il compagno di Berta figlia del re, nientemeno che Omero;
larcicappellano Ildebaldo di Colonia era invece Aronne, il che ci rimanda allaltro ruolo che
limperatore reclamava per s, quello di Mos. Teodulfo ci descrive in alcune poesie il gruppo che
banchetta intorno al re, il quale distribuisce generose porzioni, con Alcuino sempre sul punto di
pronunciare pie parole e di servirsi abbondantemente di cibo con la bocca e con le mani. E, si facciano
servire coppe di vino o di birra, forse accetter sia le une sia le altre. Se nei confronti di Alcuino la
satira  bonaria, Teodulfo appare altrove pi aspro, come con un irlandese che frequentava la corte:
 Prima che io, goto, faccia amicizia con lo scoto, il cane allatter le lepri e il gatto fuggir dal topo. 
Grazie a questi uomini provenienti un po da tutte le aree dellimpero, e anche da fuori, la
corte di Carlo divenne un formidabile nucleo di irradiazione della cultura latina; infatti i collaboratori
del sovrano, una volta promossi alla direzione di abbazie e diocesi, poterono moltiplicare ulteriormente
i loro sforzi e diffondere quel sapere che a corte avevano affinato.
Uno dei risultati pi benefici di questo impegno culturale fu una rigorosa ripulitura del latino.
La lingua aveva subto, dalla dissoluzione dellimpero dOccidente, una pesante metamorfosi: erano
infatti entrati nelluso numerosi neologismi germanici, mentre quasi non si prestava pi attenzione
alluso corretto della grammatica e della sintassi. Alcuino e, in seguito, numerosi suoi allievi, redassero
diverse grammatiche; la lingua fu cos attentamente studiata e restaurata anche grazie alla rinnovata
attenzione per gli autori classici. Non era, certo, il latino di Cicerone, n poteva e voleva esserlo; gli
studiosi carolini non avevano come loro scopo il restauro dellantico in quanto tale, che sar semmai
proprio degli umanisti. In questo modo si afferm per una lingua corretta e talvolta anche elegante,
ottimo strumento per la cultura, la liturgia e lamministrazione.
Accanto alla lingua, la scrittura: lOccidente ex romano conosceva una pluralit di grafie,
alcune molto elaborate ma lente e pesanti, altre caratterizzate da numerose legature e difficili da
comprendere. Fu probabilmente a San Martino di Tours, forse gi sotto linfluenza di Alcuino, che
nacque un nuovo tipo di scrittura caratterizzata da grande semplicit e chiarezza: quella chiamata
appunto carolina, la quale concilia mirabilmente rapidit e regolarit. Essa rimase in uso come
scrittura libraria sostanzialmente, e con poche modifiche, fino al 12esimo secolo, cio fino allavvento di
quella gotica; riadottata per la sua chiarezza dagli umanisti italiani nel 15esimo secolo, che la chiamarono
littera antiqua e la credettero usata dai romani antichi, con linvenzione della stampa pass negli usi
tipografici rimanendovi fino a oggi.
Sotto il regno di Carlo, biblioteche e scriptoria si moltiplicarono, aumentando e diffondendo il
patrimonio librario; senza di essi buona parte dei classici latini che possediamo non ci sarebbe
probabilmente pervenuta. Il desiderio di chiarezza e di precisione invest anche i testi sacri e la liturgia:
su incarico di Carlo, Alcuino inizi nel 797 a stabilire un testo unico e corretto della Bibbia. Quanto
alla liturgia, colpito dalle cerimonie cui aveva assistito a Roma gi dal 781 Carlo aveva chiesto a papa
Adriano linvio di un sacramentario romano ufficiale, affidando poi ad Alcuino lincarico di adattarlo.
Questi si trov di fronte a un esemplare piuttosto scorretto; oltre a emendarlo, lo integr con preghiere
e riti in uso tra i franchi e gli iberici. Poco dopo, Carlo impose in tutto limpero il sacramentario cos
riveduto: esso si afferm in seguito anche a Roma e fu alla base dellordo missae seguito dalla Chiesa
latina fino al concilio Vaticano secondo, con alcune modifiche apportate soprattutto dal concilio di Trento.
Questa fu dunque, in estrema sintesi, la rinascita carolina ; nei suoi limiti signific lavvio di
un processo che da allora, pur tra mille difficolt, non si arrest pi. Certo, non tutti i monasteri e i
vescovati ebbero scuole efficienti, e la loro fortuna dipese soprattutto dalliniziativa dei superiori e
dalla presenza di validi maestri; la loro sopravvivenza fu poi in molti casi compromessa dalle
incursioni normanne e saracene, che devastarono le coste dEuropa appena qualche decennio dopo la
morte di Carlo e non risparmiarono i monasteri e le loro biblioteche. Eppure, anche nei momenti pi
duri, lopera di trascrizione dei testi e di formazione culturale continu, sia pure in misura ridotta.
Il promotore di questo movimento fu anche, personalmente, un uomo colto? Eginardo ci
fornisce al riguardo un ritratto un po iperbolico, che lascia per trapelare anche limiti e lacune: ce lo
descrive eloquente e facondo, ma si lascia sfuggire che era anche notevolmente prolisso; avrebbe
inoltre avuto una perfetta padronanza del latino, ma le testimonianze in proposito sono vaghe. Per
quanto riguarda il greco, Eginardo dice che gli riusciva pi facile capirlo che parlarlo: ma, dato che
allepoca non erano certo molti in Occidente a possedere questa lingua,  probabile che Carlo ne
conoscesse solo qualche parola. Gli interessavano molto le arti liberali: suo primo maestro fu Pietro da
Pisa, cui subentr Alcuino. Sotto la sua guida Carlo spese moltissimo tempo e fatica nello studio
della dialettica, della retorica e dellastronomia.
Eppure, questuomo cos curioso di cose di scienza e di cultura, questo sovrano che discettava
sul De civitate Dei di Agostino, e ci si  chiesti che cosa potesse davvero capirne, non impar mai
veramente a scrivere. Eginardo ci  testimone del fatto che teneva sotto il cuscino tavolette cerate e
fogli di pergamena in modo da esercitarsi addirittura durante la notte, quando lo coglieva linsonnia
(non dimentichiamo che Eginardo conobbe Carlo in et gi avanzata, quando il sonno diviene
progressivamente pi leggero e spesso disturbato). Tuttavia, rimase un semianalfabeta: pare che a
malapena sapesse eseguire la sua firma, il che in fondo si riduceva a copiare un monogramma molto
simile a un semplice disegno geometrico. Si potrebbe obiettare che vi furono senza dubbio sovrani pi
colti di lui, ma che pochi riuscirono a uguagliarlo per impegno. Il punto, per, non  affatto questo. Le
funzioni del leggere e dello scrivere nel Nono secolo, e ci sarebbe rimasto molto a lungo vero, non
erano affatto cos basilari in una formazione culturale, n cos complementari fra loro come paiono a
noi. Se il leggere poteva essere relativamente diffuso tra la gente colta, che tuttavia in genere, pi che
leggere direttamente, ascoltava letture eseguite da altri, lo scrivere richiedeva al contrario un tirocinio
e il trattamento di strumenti, di materiali e di tecniche duna certa complessit: per cui era funzione
deputata appunto a specialisti. A parte il fatto che, anche se un sovrano di quel tempo avesse saputo
scrivere correntemente e correttamente, poche sarebbero state le occasioni per esercitare tale arte. Che
un laico dellet di Carlo fosse colto non era cosa comune: ma, se e quando lo era (e limperatore
sostanzialmente lo fu), lo scrivere non gli serviva. Gli erano pi utili il leggere e, soprattutto, lascoltare
e il ricordare: due tipi di attivit e di tecnica, questi ultimi, che i moderni, per i quali il leggere e lo
scrivere corrispondono a cognizioni basilari ed elementari, hanno in gran parte dimenticato e per i
quali le loro capacit si sono pressoch atrofizzate. Ogni tempo ha il genere di analfabetismo che merita.
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CAPITOLO 11.
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IL MITO.
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Verso l841 Nitardo, figlio illegittimo di Angilberto e di Berta e quindi nipote di Carlo e abate
laico di Saint Riquier, scrisse nelle sue Historiae:
In effetti ai tempi del grande Carlo di felice memoria, che ormai  morto quasi da trentanni,
regnava ovunque la pace e la concordia, perch il popolo percorreva la giusta via di Dio: ora invece ci
sono dappertutto discordia e lite, perch ognuno va dove meglio gli aggrada per la sua strada. A quei
tempi cerano abbondanza e gioia, ora invece solo penuria e lutti.
Meno di trentanni, dunque: eppure la figura del grande imperatore era gi nel mito. Pu darsi
che fin da allora si andasse sviluppando la leggenda che egli non fosse mai morto, ma dormisse nella
cripta della cappella di Aquisgrana attendendo la Fine dei Tempi, allorch si sarebbe risvegliato per
condurre allultima battaglia il popolo cristiano: una leggenda che egli avrebbe condiviso con Art e
che sarebbe stata adattata pi tardi anche per alcuni suoi indiretti successori, come Federico Barbarossa
e lo stesso Federico Secondo, o per altri monarchi come Sebastiano del Portogallo; e sulla quale il
romanticismo avrebbe tessuto storie e ballate cariche sovente di metafore politiche.
Non fu solo la statura politica del sovrano, senza dubbio altissima, a far nascere e ad alimentare
il mito; gi al tempo di Nitardo quei trentanni sembravano per alcuni aspetti pi lunghi di un secolo.
Lunit dellimpero era infatti ormai infranta; ma soprattutto erano svaniti la pace e quel senso di
sicurezza che avevano caratterizzato il regno di Carlo.
Analizzare il declino dellimpero carolingio e le lotte dinastiche che nel giro di un secolo
portarono alla scomparsa della dinastia e al polverizzarsi del potere in una pluralit di centri diversi ci
porterebbe lontani dal nostro tema. Ricorderemo solo che, quando Nitardo scriveva, verano gi state le
drammatiche lotte tra Ludovico il Pio e i suoi figli, dovute alla revisione dellOrdinario dell817 con
cui re Ludovico, erede unico di Carlo, aveva designato suo figlio Lotario quale suo successore,
concedendo agli altri due Pipino e Ludovico, in posizione fortemente subordinata, rispettivamente
lAquitania e la Baviera. Tale decisione andava contro la consuetudine franca della divisione del regno
in parti pi o meno uguali e aveva suscitato malumori e opposizioni. Pi tardi per limperatore ebbe
dalla seconda moglie Giuditta un altro figlio: Carlo, poi detto il Calvo. In seguito a ci, nell829 egli
rimise in discussione lintero assetto successorio assegnando anche a lui una vasta porzione di terre:
Alamannia, Rezia, Alsazia e una parte della Baviera. Da allora ebbe origine una crisi profonda, che
vide i figli prima in lotta contro il padre e poi in continuo contrasto fra loro; morto Ludovico il Pio
nell840, furono in tre, Carlo, Ludovico e Lotario (Pipino era scomparso nell838), a disputarsi
leredit paterna. I primi due si allearono contro il terzo, che deteneva il titolo di imperatore, e lo
sconfissero, imponendo con il celebre trattato di Verdun dell843 la spartizione definitiva dellimpero:
a Ludovico (detto poi il Germanico) and la parte orientale, che comprendeva una porzione
dellAustrasia, la Sassonia, la Baviera, la Carinzia; a Carlo il Calvo quella occidentale, corrispondente
grosso modo alla Francia odierna (Neustria, Aquitania, Settimania); a Lotario, che conserv una dignit
imperiale ormai molto ridotta di significato, una fascia di territori, mediana tra le due precedenti, che
andava dai Paesi Bassi alle Alpi (essa sar poi detta Lotaringia, quindi Lorena) e il regno dItalia.
Se si cominciavano cos a intravedere alcuni tratti della moderna Europa, il sogno dellunit imperiale
svaniva daltra parte per sempre.
Ma non ci furono solo le contese dinastiche. Lindebolimento dellautorit centrale, le continue
lotte di successione e quelle tra i vassi sostenitori dei vari principi, che non di rado passavano con
disinvoltura dalluno allaltro contendente, favorirono lopera di nuovi nemici: i normanni, provenienti
dalla Danimarca e dalla penisola scandinava, che gi nell843 presero Nantes; e i pirati saraceni, che
nell842 depredarono Arles. Fu solo linizio; nell845 Parigi fu saccheggiata dai normanni, mentre
lanno successivo i saraceni giunsero sino a Roma. Alla fine del secolo poi una nuova, terribile
minaccia fece la sua comparsa in Occidente: gli ungari. Nomadi, provenienti dalle steppe tra gli Urali e
il Mar Nero, si erano insediati in Pannonia (pi tardi detta appunto Ungheria) e da l terrorizzavano
lItalia, la Francia e la Germania con velocissime e sanguinose incursioni.
Queste sommarie indicazioni bastano a far comprendere per quale motivo i tempi di Carlo
apparvero ben presto una sorta di mitica et delloro. Non per nulla, allimperatore si richiam
esplicitamente anche la dinastia sassone, che con Ottone Primo assunse dal 962 la dignit imperiale e ne
rialz il prestigio, per quanto limpero fosse ormai limitato alla Germania e allItalia. Ottone, dopo
essersi impadronito nel 951 della corona dItalia e aver sbaragliato nel 955 gli ungari a Lechfeld, scese
nel 962 a Roma e si fece incoronare imperatore da Giovanni 12esimo, pontefice peraltro alquanto discusso
per la sua condotta morale. Limperatore sassone si pose subito nel solco della tradizione del suo
grande predecessore; lanno successivo convoc un sinodo che destitu lindegno pontefice e stabil che
la scelta del pontefice dovesse essere subordinata al consenso dellimperatore. Questi tornava dunque
ad assumere il ruolo di defensor fidei.
Ma chi sent pi fortemente, nella dinastia sassone, il fascino della tradizione carolingia fu
senza dubbio il nipote di Ottone Primo: Ottone Terzo. Suo padre, limperatore Ottone Secondo, aveva sposato una
principessa bizantina, Teofano, realizzando quindi in un certo senso il sogno che forse era stato di
Carlo, per quanto ci non producesse un sostanziale riavvicinamento fra due mondi che si
allontanavano sempre pi e che a met del secolo successivo, con lo scisma fra le due Chiese, si
sarebbero divisi per sempre (almeno fino a oggi). Ottone Terzo, allievo di uno degli uomini di cultura pi
brillanti del tempo, Gerberto di Aurillac, sal al trono ancora bambino nel 983: ma di fatto regn solo
dal 996. Egli persegu un fermo e generoso programma di renovatio imperii, cio di restaurazione di un
impero cristiano, guidato dallimperatore e assistito dal papa, con centro a Roma. Infatti egli risiedeva
di preferenza nellUrbe; fu qui che nel 998 proclam la restaurazione dellimpero romano, la renovatio,
con un documento provvisto di un sigillo doro (una bolla aurea) sul quale erano raffigurate nel dritto
leffigie di Carlomagno e nel rovescio una maestosa figura femminile armata di lancia e scudo: laurea
Roma. Il giovane sovrano, che si sentiva figlio di due mondi ormai diversi che egli per avvertiva
ancora come complementari, voleva cos indicare simbolicamente lanima romana e quella germanica
dellimpero. Per ribadire con maggior forza questo concetto, ma forse anche per rassicurare quei
germani che si sentivano sminuiti dai suoi atteggiamenti filoromani, nella Pentecoste dellanno 1000 si
rec in pellegrinaggio ad Aquisgrana: qui rese omaggio al suo predecessore, del quale fece aprire la
tomba, secondo il costume della recognitio, per venerarne le spoglie. Poich i terrori dellAnno
Mille sono una leggenda romantica, il gesto di Ottone, il pellegrinaggio imperiale di Aquisgrana 
resta forse lunico fatto autenticamente millenaristico di quellanno. Ottone sottolineava come, mille
anni dopo la nascita di Ges, renovatio saeculi e renovatio imperii coincidessero.  probabile che,
dietro questa convinzione, vi fosse unaccurata esegesi dei testi profetici detti sibillini, che si
volevano coevi a Ottaviano Augusto ma che erano stati riscritti e fatti circolare nella Bisanzio altomedievale.
Si deve a uno degli accompagnatori dellimperatore, il conte Ottone di Lomello, una narrazione
del pellegrinaggio di Aquisgrana che ci  stata tramandata da un cronista dellabbazia di Novalesa:
Entrammo al cospetto di Carlo; poich il suo corpo non giaceva come quello di un qualsiasi
defunto, ma era rialzato, come se fosse vivo. Portava una corona doro, teneva lo scettro nelle mani
ricoperte dai guanti che le unghie, crescendo, avevano perforato [la crescita delle unghie e dei capelli
dei morti era una diffusa credenza medievale]. Lo copriva una coltre di calce e di marmo, nella quale
aprimmo un foro; quando giungemmo a lui, sentimmo un aroma intensissimo. Ci inginocchiammo e gli
rivolgemmo subito una preghiera. Poi, limperatore Ottone lo ricopr di bianche vesti, gli tagli le
unghie e fece rimettere a posto intorno a lui tutto ci che mancava. Delle sue membra nulla era distrutto
per decomposizione, tranne la punta del naso, che limperatore fece ricostruire in oro. Dalla sua bocca
estrasse un dente, poi fece rimettere la coltre e se ne and.
Un altro testimone diretto, il vescovo Thietmaro di Merseburg (975 1018), dice nel suo
Chronicon che Carlo era seduto su un trono regale e che Ottone simpadron come di una reliquia della
sua croce pettorale. Anche altre fonti parlano della salma assisa in trono; in realt le spoglie di Carlo
furono poi ritrovate in un antico sarcofago, detto di Proserpina. Vi erano state fatte deporre da
Ottone, oppure il racconto della recognitio ottomana  in tutto o in parte leggendario?
La questione del sito originario della tomba di Carlo  in realt ancora aperta; ma quello che
cinteressa notare  che, soprattutto nel racconto del conte di Lomello, la figura dellimperatore franco
appare gi con tutti i connotati della santit: il corpo incorrotto; lintenso aroma ( questo lodore di
santit) che si diffonde allapertura della tomba; la venerazione dei presenti; lestrazione di una
reliquia. Ottone Terzo mor troppo giovane (nel 1002) per poter procedere alla santificazione del suo
predecessore e anche per tentare di dar corpo ai suoi sogni di rinnovamento della grandezza imperiale.
Ma Carlomagno ascese ugualmente a questo onore, anche se in modo e in circostanze quanto meno controverse.
Fu Federico Primo Barbarossa a imporre la santificazione del suo grande predecessore nel Natale del
1165, cio nellanniversario dellincoronazione di Carlo. I motivi di questo gesto sono numerosi e
complessi. Federico intendeva ricostituire nel regnum Italiae quellautorit romana, che si era
disgregata ormai da pi di un secolo e soprattutto era compromessa dallaffermarsi dei Comuni nel
centro nord della penisola: era inoltre deciso a riaffermare la supremazia dellimpero anche sul papato.
A questo proposito, contro il pontefice Alessandro Terzo (1159 1181), Federico aveva fatto eleggere dai
vescovi a lui fedeli un altro papa, Vittore Quarto (1159 1164); e, alla morte di questi, Pasquale Terzo
(1164 1168), dal quale ottenne la canonizzazione del predecessore.
La decisione non provoc del resto un eccessivo stupore e tanto meno uno scandalo:  vero
infatti che, nonostante la canonizzazione fosse stata celebrata da un papa e da vescovi scismatici su
ordine dun imperatore scomunicato, la Chiesa romana consent quanto meno che a Carlo venisse
tributato, in Aquisgrana e in altre localit del mondo germanico, dove si veneravano alcune sue reliquie, un culto locale.
Del resto, nel 12esimo secolo la fama di Carlo era garantita, come vedremo fra breve, dal
consolidarsi della sua leggenda nellepica. Federico I aveva inteso daltronde santificare, insieme con il
suo fondatore, lidea stessa dellimpero romano germanico; bisogna anche considerare che in quegli
stessi anni Alessandro Terzo aveva proceduto alle canonizzazioni di Edoardo il Confessore e di Canuto di
Danimarca, perseguendo una politica di monopolio pontificio delle canonizzazioni regali alla quale il
Barbarossa intendeva reagire.
Ma il suo gesto mirava anche a ribadire la germanicit di Carlomagno contro le
appropriazioni della dinastia capetingia, che tra laltro non nascondeva in quel periodo aspirazioni
imperiali, favorita in questo dalle chansons de geste. Nella splendida chiesa abbaziale di Saint Denis
 che a met del 12esimo secolo labate cluniacense Sigieri aveva ornato e arricchito come un reliquiario
prezioso, si conservava infatti lo stendardo di Carlomagno, lorifiamma, oltre alla sua spada e alla
sua lancia: o, almeno, a oggetti che tali si pretendevano. Questo intrecciarsi di reliquie e di leggende
epiche con cui la dinastia francese avvolgeva la memoria di Carlo avrebbe potuto costituire una solida
base dappoggio per la rivendicazione del potere imperiale. Inoltre circolavano testi secondo i quali alla
partenza per la seconda crociata il re Luigi settimo di Francia aveva ricevuto una misteriosa lettera in cui
gli si profetizzavano straordinarie, future conquiste: egli avrebbe mutato il suo nome con un altro
iniziante per C, e sarebbe divenuto il nuovo Costantino, limperatore dei Tempi Ultimi. Ma la C 
anche liniziale di Carolus, il nome latino di Carlo. Attraverso tali testi, fatti diffondere
propagandisticamente, tradizione profetica sibillina e tradizione apocalittica si saldavano.
Pi in generale, la canonizzazione di Carlo era in un certo senso il logico esito di una politica e
di tutto un modo dintendere il potere sovrano. Federico voleva configurare, di fronte a un papato
deciso a riprendere il cammino ierocratico tracciato da Gregorio settimo col Dictatus papae, un impero
dotato di una sua autonoma sacralit: la figura dellimperatore franco ne diventava, per motivi a questo
punto evidenti, il simbolo pi alto e di maggior forza sul piano sia politico sia sacrale.
La cerimonia della canonizzazione  stata tramandata e descritta da un documento imperiale del
gennaio 1166. Il 29 dicembre del 1165, festa del re David, modello della regalit sacra e figura biblica
nella quale Carlo aveva amato identificarsi, alla presenza dellimperatore Federico nella Cappella
palatina di Aquisgrana si svolse il rito. Officiavano lordinario diocesano Alessandro vescovo di Liegi
e il metropolita Rainaldo arcivescovo di Colonia e arcicancelliere dellimpero: lo stesso che poco prima
aveva trasportato dalla chiesa milanese di SantEustorgio alla sua cattedrale alta sul Reno (e ancor
incompiuta) le reliquie dei re magi, altro pegno della sacralizzazione del potere regale che il Barbarossa
stava coerentemente perseguendo. I resti dellimperatore furono trasferiti dal sarcofago di Proserpina 
a un reliquiario posto al centro della cappella ottagonale. Si procedette quindi alla canonizzazione vera
e propria, ovvero alla proclamazione della santit di Carlo. Una fonte tarda parla di una bolla pontificia
di Pasquale Terzo che sarebbe stata letta in quel momento; ma la cosa non  sicura. Dopo la
canonizzazione fu redatta la Vita sancti Karoli, un testo agiografico in cui di Federico I si dice che
 come un altro Carlomagno, egli illumina il mondo.
Papa Alessandro evit di pronunciarsi: e il culto, come abbiamo detto e come vedremo,
sopravvisse a lungo. Nel 1215, un altro grande sovrano della casa di Hohenstaufen, che tent con tutte
le sue forze di affermare il primato imperiale, si richiam al prestigio di Carlo: Federico Secondo. In quel
momento, il suo scontro frontale con il papato era ancora lontano; il suo avversario, limperatore
Ottone Quarto di Brunswick, scomunicato nel 1210 dal grande pontefice Innocenzo Terzo che pur lo aveva in
precedenza appoggiato, era appena stato sconfitto a Bouvines da Filippo Augusto di Francia.
Aquisgrana apr allora le sue porte e il suo duomo a Federico, che vi fu incoronato re dei romani il 25
luglio, festa dellapostolo Giacomo, altro grande patrono della Cristianit occidentale, dal legato
pontificio Sigfrido di Magonza. Due giorni dopo Federico fece deporre i resti di Carlo in uno splendido
sarcofago dargento dorato: una meravigliosa opera doreficeria ornata di gemme e di smalti; un
reliquiario gemello, non a caso, era stato preparato a Colonia per i magi. In omaggio al suo illustre
predecessore, Federico si tolse il manto e batt saldamente di persona i chiodi sul coperchio del
sarcofago. Ancora una volta, il mito di Carlo serviva a riaffermare la continuit dellimpero. Il 29
luglio Federico rinnovava alla citt di Aquisgrana i privilegi concessi da Carlo e dai suoi successori.
Dopo la santificazione di Carlo, Aquisgrana divenne mta di un notevole flusso di pellegrini,
collegato al pellegrinaggio alle reliquie dei magi della vicina Colonia. Dal 12esimo al 15esimo secolo si
moltiplicarono le testimonianze di un culto effettivo del grande carolingio: a Strasburgo gli fu dedicato
un altare prima del 1175; ad Aquisgrana, in occasione della cerimonia del 1215, si stabilirono due
festivit in suo onore: il 28 gennaio, anniversario della morte e quindi della nascita al cielo, e il 29
dicembre, festa della traslazione. Ma anche la Francia non manc di onorarne il culto: Carlo V
(1364 1380) lo elesse a protettore della casa reale al pari di san Luigi e ne fece raffigurare leffigie sul
suo scettro con liscrizione Sanctus Karolus Magnus; mentre nel 1471 Luigi 11esimo estese a tutta la Francia
la celebrazione della festa di Carlo del 28 gennaio.
Intanto, a testimonianza duna memoria mista di devozione e di timore, la parola krl (derivata
da Carolus, forse attraverso il tedesco Karl) passava in polacco e in altre lingue slave a significare re,
con processo semantico analogo a quello per il quale il latino Caesar  passato in tedesco, in russo e in
persiano (Kaiser, Czar, Shah) a funger da base al termine indicante limperatore.
Per quanto le autorit ecclesiastiche non prendessero mai ufficialmente posizione contro il culto
di Carlo e anzi ne consentissero la celebrazione, nondimeno, probabilmente anche per le circostanze
in cui era sorto, non lo videro mai di buon occhio. Esso fu infatti tacitamente rimosso dal calendario
per cedere il posto a un suo omonimo, santo della Controriforma: il celebre arcivescovo di Milano
Carlo Borromeo. Oggi il culto dellimperatore si celebra solo ad Aquisgrana, il 28 gennaio.
Non bisogna per dimenticare un altro aspetto del mito di Carlo: quello codificato dalla
tradizione epico cavalleresca e soprattutto delle chansons de geste. La figura dellimperatore divenne, a
partire dalla fine dell11esimo secolo, nel momento stesso in cui andava formandosi e prendendo piede
lidea di crociata, il paradigma del campione della Cristianit contro gli infedeli; sorse allora
limmagine di Carlo imperatore dalla barba fiorita, attorniato da una schiera di valorosi e intrepidi paladini.
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Gi nel 1095 a Clermont, predicando quellimpresa che sarebbe divenuta pi tardi la crociata
per la liberazione della Terrasanta, papa Urbano Secondo aveva portato come esempio, secondo una fonte
cronistica, la probitas et magnitudo Karoli Magni. In tale ottica il documento pi significativo e
famoso  per senza dubbio la Chanson de Roland, opera dalle complesse origini orali ma che noi
conosciamo in una versione redatta tra l11esimo e il 12esimo secolo forse da un autore anglo normanno: quel
Turoldo che appare nellexplicit di un codice conservato nella biblioteca dellUniversit di Oxford.
La Chanson  un testo interessante per molte ragioni, oltre naturalmente al valore letterario; ma
non tanto, certo, per il suo significato strettamente storico : anche se, rifacendosi a leggende e
tradizioni orali nate immediatamente dopo lepisodio, mantenne almeno un tenue legame con quanto
era accaduto presso un passo pirenaico identificato con Roncisvalle. Essa  soprattutto prova del valore
ormai nuovo che tra 11esimo e 12esimo secolo si assegnava alla figura del cavaliere, visto fino ad allora con
sospetto e ostilit dalla Chiesa per il suo carattere violento e difficilmente controllabile. Con la riforma
ecclesiastica dell11esimo secolo e la crociata si cerc di piegare la vitalit e lirruenza dei guerrieri a cavallo
al servizio dei rinnovati ideali della Chiesa, della difesa dei deboli, della lotta contro gli infedeli e
infine della liberazione dei Luoghi Santi; la morte di Rolando, narrata in versi commossi nella
Chanson,  quella del santo vassallo di un Dio guerriero. Ma  la figura di Carlo che qui ci interessa;
sebbene avesse allepoca di Roncisvalle soltanto trentasei anni (o addirittura trentuno trentadue, se si
accetta unaltra data di nascita), egli  presentato nella Chanson come molto vecchio; gli vengono
attribuiti addirittura pi di duecento anni, unet veneranda che lo pone fuori dal tempo e meglio
simboleggia la sua missione di campione della lotta della Cristianit contro lIslam. I sogni e le visioni
di cui  oggetto testimoniano chegli  un ponte tra Dio e gli uomini, un tramite del Sacro. La sua tarda
et non gli impedisce peraltro di compiere straordinari atti di valore e di sconfiggere, nel duello finale,
lemiro Baligante. Limperatore ha anche tratti di grande piet e umanit; sul campo di battaglia di
Roncisvalle piange sui corpi dei suoi guerrieri caduti, e addirittura sviene su quello di Rolando: il che
riguarda peraltro gli stereotipi dellemotivit dell11esimo 12esimo secolo.
Il poema ebbe moltissimo successo, tanto da esser rielaborato sia in francese sia in altre lingue
europee: nel 13esimo secolo ne venne composta addirittura una versione in norvegese. Del 12esimo  invece
unopera in prosa, lHistoria Karoli et Rotholandi dello pseudo Turpino, romanzo fantastico che
costituisce il Quarto libro del cosiddetto Liber sancti Iacobi e che attinge la sua materia alle chansons. In
tutte queste opere Carlo appare come un vincitore mitico e ineguagliabile, che combatte per Dio ed 
dotato di tutte le virt: coraggioso e caritatevole, maestoso e gioviale, pio e talvolta buontempone. La
tradizione dun suo viaggio in Oriente trov eco anche in un breve poema duecentesco francese,
sospeso tra il gusto per la satira e quello per il meraviglioso.
Il grande imperatore, che, secondo una fonte minoritica, lo stesso Francesco dAssisi amava
additare ai suoi frati come modello di sovrano che aveva agito per la fede, laddove molti preferivano
limitarsi a parlare, trov posto anche nella Divina Commedia: Dante lo pone infatti con Orlando nel
cielo di Marte; e anche Giustiniano, nel sesto canto del Paradiso, ricorda Carlo come restauratore
dellimpero: E quando il dente longobardo morse / la santa Chiesa, sotto alle sue ali / Carlo Magno,
vincendo, la soccorse (vv. 94 96). La figura di Carlo torna nel De Monarchia, sia pure con vistose
inesattezze storiche: Dante vi contesta lopinione di chi sostiene che, avendo Carlo ricevuto la dignit
imperiale da papa Adriano [sic], ci proverebbe la dipendenza del potere imperiale da quello papale.
Che il grande poeta insista tanto sulla figura dellimperatore non  peraltro strano, visto che nella sua
Firenze esisteva un culto cittadino dedicato a Carlo e ai suoi paladini, che una legenda pretendeva
avessero rifondato la citt distrutta dalle incursioni barbariche: ancora in pieno umanesimo la memoria
carolingia era ben radicata a Firenze, come dimostrano gli scritti, pur tanto differenti fra loro, di
Donato Acciaiuoli e di Luigi Pulci.
Ma gi dal pieno medioevo limmagine di Carlomagno si era in un certo senso sdoppiata. Da
una parte se ne recuperava la complessit e se ne approfondivano i caratteri epici; dallaltra si avviava
un discorso critico che partiva da testi poco ossequiosi come il Voyage de Charlemagne  Jrusalem o
le chansons del cosiddetto ciclo di Guillaume : essi fornivano del monarca dalla barba fiorita 
unimmagine eroicomica e dissacratoria, sino a farlo talora passare da venerabile babbeo: tale
immagine avrebbe finito poi in parte per influenzare (attraverso le lunghe linee dei poemi francoveneti
o dei cantari toscani) la tristis hilaritas dellOpera dei Pupi, quando non il poema epico tardomedievale
e protomodemo. Pensiamo al Morgante del Pulci, in parte allOrlando Innamorato del Boiardo, infine
allOrlando Furioso dellAriosto.
Intanto, un canone diffuso in tutta lEuropa dal Trecento (lEuropa di quello che Johan
Huizinga ha definito lautunno del medioevo) allineava Carlo nella serie dei sovrani modello di virt
cavalleresca, i nove preux (eroi) desunti dalla storia sacra, da quella antica e da quella, pi recente 
consacrata dallepica. Dal castello della Manta presso Saluzzo alla grande tavola di Albrecht Drer
conservata nella Schatzkammer di Vienna, tra medioevo e Rinascimento Carlo viene raffigurato come
vestito di una cotta darme o dun manto recanti, partite, le insegne dellimpero romano germanico
(laquila nera in campo doro) e del regno di Francia (i gigli doro in campo azzurro). Era gi la
visualizzazione duna contesa: Germania e Francia rivendicavano, continuando una polemica aperta
nel 12esimo secolo tra lorifiamma di Saint Denis e la reliquia di Aquisgrana, insieme, e in reciproca
polemica, la loro filiazione dal grande monarca tedesco in quanto germano e francese in quanto
franco. Gli Asburgo si appropriarono, attraverso lunione matrimoniale dellimperatore Massimiliano
con Maria di Borgogna, figlia di Carlo il Temerario, del nome Carlo, che sar portato dal pi grande
Cesare del Cinquecento; mentre i re di Francia si rifecero orgogliosamente a san Carlomagno, del
quale il fiorentino Donato Acciaiuoli scrisse sia in latino sia in volgare una Vita umanistica dedicata
appunto a Luigi 11esimo che di Carlo si riteneva unico, legittimo erede. Una certezza che pass a Francesco
I, il quale non esit a scendere in lizza con Carlo dAsburgo per strappargli con il favore dei principi
elettori tedeschi la corona imperiale. Un tentativo che, com noto, non riusc: ma che ricorrentemente
torn con la Riforma, allorch i re di Francia giocarono sul disagio dei principi tedeschi protestanti nei
confronti del loro cattolicissimo sovrano, anim alcune prospettive dello stesso Re Sole e, dopo
leclisse repubblicana, giunse fino a Napoleone. Nella sua incoronazione imperiale questi si circond
dinsegne carolinge; nel 1806 con la pace di Presburgo pretese dallimperatore asburgico labbandono
del titolo di romano ; scrisse al papa Je suis Charlemagne! ; e colloc nel 1810 a Roma, in Trinit
dei Monti, lo scandaloso quadro dellolandese Oderwaere raffigurante papa Leone Terzo in atto di
rendere omaggio a Carlo secondo una tradizione che, come sappiamo,  attestata da una fonte coeva
anche se poco credibile. Di questo passo, si giunge alla statua equestre dun Carlomagno al tempo
stesso imperatore e re dei franchi francesi come quella eretta sul sagrato di Notre Dame a Parigi (a
destra guardando dalla facciata), che  una specie di autoritratto ideale dellimpero di Napoleone Terzo.
Le fantasie di questo genere sinfransero sul campo di battaglia di Sedan, ma ripresero subito
dopo per animare la revanche antitedesca; e in un certo senso fu pi tardi rifiuto del nazionalismo
francese ferocemente avverso alla Germania la scelta di quei collaborazionisti, molti dei quali pur
sispiravano allantigermanico Charles Maurras, che confluirono nella divisione volontaria
Charlemagne per combattere, inquadrati nelle forze armate tedesche, nella crociata contro la Russia
sovietica. Delle due divisioni volontarie messe insieme dai francesi collaborazionisti in quel frangente,
luna si chiamava Charlemagne in segno fra laltro di rinnovata fratellanza darmi nei confronti dei
tedeschi, laltra Jeanne dArc con evidente proposito antinglese.
Eppure, cos scegliendo, i francesi filonazisti dimostravano di conoscer poco i loro alleati. I
nazisti di pi stretta osservanza, imbevuti di neopaganesimo e di mitologia nordica, non amavano
Carlomagno: Alfred Rosenberg lo definiva un funesto papista, mentre gli si contrapponeva semmai la
figura di Viduchindo e si celebravano come martiri della germanicit i sassoni uccisi sul campo di
Verdun per non aver voluto accettare il battesimo. Al di l delluso propagandistico della storia, molti
medievisti tedeschi rimproverano allimperatore le sue scelte latine e romane, che avrebbero
umiliato le tradizioni germaniche dei franchi. Era quella, tuttavia, una strada che non tutta la
storiografia tedesca del Terzo Reich accett: molti fra i moderati riproposero anzi laltro clich, quello di
un Carlo eroe germanico.
Avvicinato dalla tradizione romantica alle figure monarco escatologiche di Art e del
Barbarossa, Carlo sopravvisse anche in molte testimonianze folkloriche europee. Gli organismi
istituzionali della Comunit Europea si sono a loro volta talora ricordati di lui, sia pur molto
timidamente. Forse, in futuro, un europeismo pi attento e deciso nel ricercare le radici della sua
identit riscoprir nellimperatore un modello da smitizzare certo, ma anche da non dimenticare.
Eppure, vale la pena di chiedersi quale Europa potrebbe domani riconoscersi nel simbolo di
Carlomagno; quale tipo di patria europea potrebbe reclamarlo come pater patriae.  stato detto non
senza ragione che lEuropa moderna nasce e trova le sue radici piuttosto nella dissoluzione dellimpero
carolingio che non nella sua costruzione. LEuropa delle nazioni e delle diversit si comincia a
intraveder timidamente negli eventi del biennio 842 843: nel giuramento di Strasburgo che testimonia
due idiomi ormai ben differenziati e abbastanza maturi, uno protofrancese e uno prototedesco; nel
trattato di Verdun che individua aree differenti lungo le quali per undici successivi secoli passeranno
linee di divisione, di rottura, di contese, di rivendicazioni, di guerra. Perch lEuropa  anche questo:
una concordia discors di voci affini e diverse, vicine eppur avversarie.
LEuropa carolingia costituisce ancor oggi un forte richiamo: e non  certo un caso se, da
Bruxelles a Ginevra a Strasburgo a Maastricht, le citt simbolo e le citt chiave della Comunit che
prima o poi diventer Unione appartengono tutte allarea un tempo compresa nellimpero carolingio.
Ma lEuropa cos configurata si raccoglie attorno a un robusto asse franco tedesco, considera lontane
Italia meridionale e penisola iberica (Catalogna a parte), esclude le isole britanniche.  un modello
europeo poco attento e sensibile al Mediterraneo e alle vicine masse continentali asiatica e africana: un
modello forse necessario, ma non sufficiente.
Daltronde i fondamenti del vero tessuto connettivo dellimpero carolingio furono senza dubbio
la fede e la lingua nella quale essa si esprimeva, il latino. Si tratta di basi che possono esser considerate
dei solidi, irrinunciabili pilastri. Arrestarsi a essi, o addirittura volgersi esclusivamente nella loro
direzione, sarebbe errato; sottovalutarli e prescinderne sarebbe ancor peggio. La lezione del passato va
assunta, meditata e trasformata: solo cos resta vitale. In questo senso limpero europeo e cristiano di
Carlomagno ci  remoto e nello stesso tempo ci appartiene. Non  n pu tradursi direttamente in forza
e valore attuali; non  n pu restarci estraneo. Non attuale, rimane nondimeno presente. Per questo,
quando si pensa a un monumento e a un luogo che rappresenti in qualche modo la nostra identit
europea come volont dunione nelle diversit, si finisce sempre col volgersi alla Cappella palatina di Aquisgrana.
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NOTA CRITICA.
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Lapproccio sistematico e scientifico a Carlomagno deve necessariamente cominciare dalla voce Karl (I) der Grosse, in Lexikon des Mittelalters, vol. V, Mnchen Zrich, Artemis, 1990, coll. 956 966.
Sul piano generale, un solido inquadramento critico del problema carolingio si trova nelle
lucide e ben informate pagine di G. Sergi, LEuropa carolingia e la sua dissoluzione, in AA.VV., La
storia. I grandi problemi dal medioevo allet contemporanea, diretta da N. Tranfaglia e M. Firpo, vol.
2, Il medioevo, tomo 2, Popoli e strutture politiche, Torino, Utet, 1986, pp. 231 262. Si veda anche
lampia scelta di fonti dedicate a Let carolingia, in Fonti per la storia medievale dal Quinto all11esimo secolo,
a cura di S. Gasparri, A. Di Salvo, F. Simoni, Firenze, Sansoni, 1992, pp. 325 411.
Sulla storiografia carolingia basti il rinvio alla densa nota di P. Delogu, Introduzione allo studio
della storia medievale, Bologna, il Mulino, 1994, pp. 117 122. Molto utile anche il materiale raccolto
da L. Gatto, Il medioevo nelle sue fonti, Bologna, Monduzzi, 1995, pp. 121 158.
Sul piano delle istituzioni  adeguato il capitolo dedicato a I Franchi e il papato, in M. Ascheri,
Istituzioni medievali, Bologna, il Mulino, 1994, pp. 131 158; cfr. anche G. Sergi, LEuropa carolingia
e la sua dissoluzione, cit., e G. Fournier, Il regno franco, in AA.VV., La storia. I grandi problemi dal
medioevo allet contemporanea, cit., pp. 123 144.
Riguardo allItalia, importante P. Cammarosano, Italia medievale. Struttura e geografia delle
fonti scritte, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1991. Per le vicende di Carlomagno, V. Fumagalli, Il
regno italico, Torino, Utet, 1978 (Storia dItalia diretta da G. Galasso, vol. 2), in particolare pp. 3 21 e
passim; G. Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel medioevo italiano, Torino, Einaudi,
1974; G. Albertoni, LItalia carolingia, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1997; I capitolari italici.
Storia e diritto della dominazione carolingia in Italia, a cura di C. Azzara. P. Moro, Roma, Viella,
1998. Sulla fine del regno longobardo: S. Gasparri, Desiderio, Roma, Salerno, 2019.
Per un inquadramento generale dellet carolingia nellambito altomedievale  ancora
opportuno il ricorso anzitutto alla classiche sintesi di E. Sestan, Stato e nazione nellAlto Medioevo.
Ricerche sulle origini nazionali in Francia, Italia, Germania, Napoli, ESI, 1951 (nuova ediz. 1994) e
H. von Fichtenau, Limpero carolingio, Roma Bari, Laterza, 1958 (poi pi volte ristampato); come a J.
Boussard, La civilt carolingia, Milano, Mondadori, 1968; al volume di AA.VV., LEuropa carolingia,
Spoleto, 1954; al pur non recentissimo volume di AA.VV., Origine e formazione dellEuropa
medievale, Roma Bari, Laterza, 1975; nonch a G. Barraclough, Il crogiolo dellEuropa, Roma Bari,
Laterza, 1976; e pi recentemente ad AA.VV., Nascita dellEuropa ed Europa carolingia:
unequazione da verificare, Spoleto, Centro Italiano di Studi sullAlto Medioevo, 1981; a questi vanno
aggiunti i pi recenti G. Tabacco, Sperimentazioni del potere nellalto medioevo, Torino, Einaudi, 1993
e S. Gasparri, Prima delle Nazioni. Popoli, etnie e regni fra Antichit e Medioevo, Firenze, La Nuova
Italia, 1997 (in particolare pp. 161 sgg.). Preziose le dense pagine di G. Tabacco, Profilo di storia del
medioevo latino germanico, Torino, Scriptorium, 1996, part. pp. 54 81; ancora P.J. Geary, Il mito delle
nazioni. Le origini medievali dellEuropa, Roma, Carocci, 2009.
Ledizione delle fonti relative allet carolina  un problema ampio e del resto gi affrontabile
alla luce della bibliografia fin qui fornita che, ricordiamo, non solo non  esaustiva ma vuol rinviare
esplicitamente a opere la consultazione diretta delle quali  indispensabile per la formazione di
uneventuale bibliografia sistematica.
Ci limitiamo in questa sede a citare due edizioni di Eginardo: ginhard, Vie de Charlemagne,
ed. critica con traduzione francese a fronte, a cura di L. Halphen, Paris, Belles lettres, 19815 e, per una
buona traduzione italiana, Eginardo, Vita di Carlomagno, a cura di G. Bianchi, Roma, Salemoeditrice,
1980.
A proposito degli autori della Schola Palatina basti il rinvio ad Alcuino, Canti, a cura di C.
Carena, Firenze, Sansoni, 1956 e G.L. Potest, Cultura di corte e cultura ecclesiastica: le controversie
teologiche in et carolingia, in AA.VV., Insula Sirmie. Societ e cultura della Cisalpina verso
lanno Mille, a cura di N. Criniti, Brescia, Grafo Edizioni, 1997, pp. 35 52.
Per la cultura carolingia, buon punto di partenza da cui trarre ricche informazioni bibliografiche
sono P. Wolff, Storia e cultura del medioevo dal secolo Nono al 12esimo, Bari, Laterza, 1971 e M. Banniard,
La genesi culturale dEuropa, Roma Bari, Laterza, 1994, in particolare il capitolo dedicato ad Alcuino
e passim; Karl. Charlemagne der Grosse, Dresden, Sandstein, 2014; Il secolo di Carlo Magno.
Istituzioni, letterature e cultura del tempo carolingio, a cura di I. Pagani e F. Santi, Firenze, SISMEL Il
Galluzzo, 2016.
Alla lettura del mecenatismo carolingio come composizione di esigenze religiose con un
progetto politico giovano le brevi ma dense note di G. Sergi, Le corti e il mecenatismo, in Lo spazio
letterario del medioevo, vol. I, Il medioevo latino, a cura di G. Cavallo, C. Leonardi, E. Menest, tomo
2, La circolazione del testo, Roma, Salerno editrice, 1994, pp. 304 310.
Un vademecum sui pi vari aspetti del mondo di Carlo, prezioso e anche divertente,  il libro di
P. Rich, Vita quotidiana nellimpero carolingio, Roma, Jouvence, 1994, cui affiancare per una fonte
molto nota laccurato studio di B. Fois, Il Capitulare de Villis, Milano, Giuffr, 1981.
Sulla vasta problematica relativa ai rapporti tra Carlo e il mondo islamico rinviamo al classico
di H. Pirenne, Maometto e Carlomagno, Roma Bari, Laterza, 19905 (I ediz. Bruxelles, 1937) e a G.
Musca, Carlo Magno e Harun al Rashid, Bari, Dedalo, 1963; per un commento al lavoro di Pirenne, G.
Petralia, A proposito dellimmortalit di Maometto e Carlomagno (o di Costantino), Storica, 1
(giugno 1995), pp. 37 88.
Dal punto di vista politico, gli aspetti pi originali e salienti dellesperimento carolino sono da
ricercarsi nel rinnovato concetto di impero, nel modello di regalit sacra che se ne sviluppa e nelle
conseguenze che esso ha avuto nella storia europea tra decimo e 19esimo secolo.
Per restare nellambito del medioevo segnaliamo anzitutto R.V. e A.J. Carlyle, Il pensiero
politico medievale, vol. I, Bari, Laterza, 1956 e R. Folz, Lide dEmpire en Occident du Ve au XIVe
sicle, Paris, Aubier Montaigne, 1953.
Sulla sacralizzazione del potere carolingio vanno richiamate alcune opere fondamentali la cui
importanza va al di l di Carlomagno.
Prima di tutto A. Dempf, Sacrum Imperium, Firenze, Le Lettere, 1988; quindi M. Bloch, I re
taumaturghi, Torino, Einaudi, 1973; si ricordino inoltre: AA.VV., Culto cristiano e politica imperiale
carolingia, Todi, 28esimo Convegno storico internazionale dellAccademia tudertina, Todi 9 12 ottobre
1977, Todi, 1978; P. Delogu, Germani e Carolingi, in Storia delle idee politiche, economiche e sociali,
diretta da L. Firpo, Torino, Utet, 1983, pp. 3 54. Utile anche la messa a punto di L. Prosdocimi, Rex
Christianissimus, Rivista italiana per le scienze giuridiche, 27 (1950), pp. 421 428. Pi recentemente
AA.VV., Gli occhi di Alessandro, a cura di S. Bertelli e C. Grottanelli, Firenze, Ponte alle Grazie,
1990. Ricordiamo inoltre un classico sullincoronazione imperiale: R. Folz, Le couronnement
imprial de Charlemagne. 25 dcembre 800, nouvelle dition, Paris, Gallimard, 1989.
Sulla postuma santificazione di Carlo e su tutti i problemi leggendari e devozionali che lhanno
accompagnata e seguita, importante anzitutto il Liber de sanctitate meritorum et gloria miraculorum
beati Karoli Magni, ed. in G. Rauschen, Die Legende Karls des Grossen im 11. und 12. Jahrhundert,
Leipzig, 1890, pp. 17 93; nonch il fondamentale Karl der Grosse. Lebenswerk und Nachleben, a cura
di W. Braunfels, 5 voll., Dsseldorf, Schwann Verlag, 1965 1968.
Per il tema della beata stirps, M.T. Fattori, I santi antenati carolingi tra mito e storia, Studi
medievali, s. Terzo, 34 (1993), pp. 487 561; pi in generale, sulla stirpe di Carlomagno, cfr. P. Rich, Les
Carolingiens. Une famille qui fit lEurope, Paris, Hachette, 1983.
Un tema basilare che non  opportuno trattare qui ma che ha straordinario rilievo obiettivo 
quello del nesso tra sacralit politica, simbologia e architettura sacra: mentre rimane assolutamente
fondamentale su un piano di inquadramento generale lopera di P.E. Schramm, Kaiser, Knige und
Ppste, Stuttgard, Hiersemann, 1969, appare utile un rinvio ai recenti studi di L. De Lachenal, Spolia.
Uso e reimpiego dellantico dal Terzo al 19secolo secolo, Milano, Longanesi, 1995, pp. 97 154, e di M.
DOnofrio, Roma e Aquisgrana, Napoli, Liguori, 1996.
Non  inopportuno in questa sede il rinvio anche ad alcuni profili biografici di carattere
divulgativo, per quanto di valore molto disuguale.
Ci limitiamo a J. Calmette, Carlo Magno, Milano, Mondadori, 1974; G. Granzotto, Carlo
Magno, Milano, Mondadori, 1978; R. Mussot Goulard, Carlomagno, Napoli, ESI, 1987; G.P. Baker,
Carlo Magno, Milano, Tea, 1994; J.Y. Boulic, Charlemagne. Empereur dEurope, Paris, Mdialogue,
1991; un posto a parte merita, per il suo denso e rigoroso impianto problematico che non osta a un agile
approccio, il volumetto di G. Banchio, Carlo Magno, Teramo, Lisciani e Giunti, 1994. Molto
interessante dal punto di vista della storia della storia il recente R. Morrissey, Lempereur  la barbe
fleurie. Cbarlemagne dans la mythologie et lhistoire de France, Paris, Gallimard, 1997; M. Becher,
Carlo Magno, Bologna, il Mulino, 2000; A. Barbero, Carlo Magno. Un padre dellEuropa, Roma Bari,
Laterza, 2006; D. Wilson, Carlo Magno. Barbaro e imperatore, Milano, Bruno Mondadori, 2012; G.
Minois, Carlo Magno. Primo europeo o ultimo romano, Roma, Salerno, 2012; Carlomagno e il Sacro
Romano Impero, a cura di F. Cardini e M. Montesano, Milano, Corriere della Sera, 2015.
Segnaliamo anche un volume, purtroppo non disponibile in versione italiana, che si rivolge
specificamente ai pi giovani: P. Rich, Cbarlemagne, s.l., Perrin, 1996.
Per quanto attiene alla tradizione epica ci esimiamo dallentrare nellargomento relativo alle
Chansons de geste, che  ampio e meriterebbe un discorso a parte improponibile in questa sede,
rinviando allancora fondamentale G. Paris, Histoire potique de Charlemagne, Paris, 1865 e a R. Folz,
Le souvenir et la lgende de Charlemagne dans lEmpire germanique mdival, Dijon, 1950; cfr.,
ancora, P. Rajna, Le fonti dellOrlando Furioso, Firenze, Sansoni, 1975 (I ediz. 1876); e H. Krauss,
Epica feudale e pubblico borghese. Per la storia di Carlomagno in Italia, Padova, Liviana, 1980. La
tradizione carolingia italiana  verificabile in G.C.A. Ciarambino, Carlomagno, Gano e Orlando in
alcuni romanzi italiani del XIV e XV secolo, Pisa, Giardini, 1976.
Quanto alla fortuna del mito di Carlomagno in et comunale si faccia riferimento a G. Fasoli,
Carlo Magno nelle tradizioni storicoleggendarie italiane, ora in Eadem, Scritti di Storia Medievale,
Bologna, La fotocromo emiliana, 1974, pp. 891 916 e, pi recentemente, a Th. Meissen, Attila, Totila
e Carlo Magno fra Dante, Villani, Boccaccio, Malispini. Per la genesi di due leggende erudite,
Archivio Storico Italiano, 152 (1994), pp. 561 639.
Dante commentatore di Carlo ha trovato un esegeta puntuale in G. Arnaldi, Carlo Magno, in
Enciclopedia dantesca, vol. I, Roma, Istituto dellEnciclopedia italiana, 1984, pp. 840 41. Quanto
alluso umanistico della figura di Carlo sia qui sufficiente il rinvio a D. Gatti, La Vita Caroli di
Donato Acciaiuoli, Bologna, Ptron, 1981.
Interessante ledizione con traduzione italiana di un noto testo del 12esimo secolo: Il Viaggio di
Carlomagno in Oriente, a cura di M. Bonafin, Parma, Pratiche, 1987.
Dal punto di vista della storia della letteratura tedesca, L. Mittner, Storia della letteratura
tedesca, vol. I, Dai primordi pagani allet barocca, Torino, Einaudi, 1977, pp. 94 99, e il primo
capitolo di L. Mancinelli, Da Carlomagno a Lutero. La letteratura tedesca medievale, Torino,
Bollati Boringhieri, 1996, per le ripercussioni letterarie della tradizione carolina in Germania.
Questa bibliografia non ha, come abbiamo gi detto, alcuna pretesa scientifica: ci siamo quindi
concessi alcune libert: tra le altre, come il lettore pi avveduto o pi pedante noter, quella, aspetto
del resto di una doverosa onest intellettuale, di aver privilegiato le letture che ci sono state
dimmediata e diretta guida nel nostro lavoro; e quella di aver citato direttamente e senza segnalazione
specifica nella versione italiana le opere di autore straniero tradotte nella nostra lingua. Alla cordiale
amicizia di Domenico Dal Nero debbo una grande quantit di suggerimenti e dinformazioni.
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APPENDICE.
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LASCESA DEI CAROLINGI: CRONOLOGIA.
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714. Muore Pipino di Hristal. Prende il potere Carlo Martello.
732. Battaglia di Poitiers.
741. Muore Carlo Martello. Pipino il Breve  Maestro di Palazzo.
742. Nasce Carlomagno.
743. Childerico Terzo diviene re dei franchi.
747. Carlomanno, fratello di Pipino Terzo, abdica.
751. Pipino Terzo diventa re dei franchi.
754. Il papa Stefano Secondo incontra Pipino a Ponthion, gli conferisce il titolo di patricius Romanorum.
754 756. Spedizioni di Pipino in Italia contro i longobardi.
759 768. Pipino conquista la Settimania e lAquitania: i domini franchi raggiungono cos i Pirenei. Alla sua morte, i territori che egli governava vengono divisi tra i figli: a Carlo lAustrasia, la Neustria e lAquitania settentrionale; a Carlomanno lAquitania meridionale, la Burgundia, la Provenza e la Settimania.
770. Carlo ripudia la consorte Imiltrude per sposare Ermengarda figlia di Desiderio, re dei longobardi, e stabilire con questi unalleanza. Nasce Eginardo, futuro biografo di Carlomagno.
771. Muore Carlomanno; Carlo  unico re dei franchi, ripudia Ermengarda e si risposa con Ildegarda.
772. Prime spedizioni in Sassonia.
773. Carlo approfitta del rifiuto di Desiderio di restituire i territori della Chiesa occupati lanno precedente, scende in Italia con le truppe, occupa tutto il settentrione e assedia Pavia, capitale del regno longobardo.
774. Primo viaggio a Roma di Carlo, invocato dal papa Adriano Primo (771 794); nel giugno si arrende Desiderio. Carlo diviene re del longobardi e pone la Chiesa sotto la protezione dei franchi.
775 776. Nuove spedizioni contro i sassoni.
776. Carlo interviene per sedare uninsurrezione longobarda in Friuli.
777. Carlo presiede lassemblea generale dei franchi a Paderborn.
778. Spedizione contro la Spagna musulmana; in agosto, a Roncisvalle, i baschi sterminano la retroguardia franca. Nasce Ludovico, quarto figlio di Carlo.
781. Carlo incontra a Parma Alcuino; nel mese di aprile, a Roma, i suoi figli Pipino e Ludovico vengono consacrati, rispettivamente, re dItalia e re dAquitania.
782. Paolo Diacono  alla corte di Aquisgrana. Nel luglio, Carlo concede prerogative comitali ad aristocratici sassoni. Ha luogo il massacro di Verden: sono giustiziati circa 4500 insorti, consegnati a Carlo dallaristocrazia sassone.
783. Continua la campagna contro i sassoni. Muore Ildegarda; in autunno Carlo sposa Fastrada.
782 785. Capitulare de partibus Saxoniae.
785. Viduchindo riceve il battesimo: dopo unaspra guerra durata trentanni i sassoni sono definitivamente assoggettati e il cristianesimo introdotto con la forza.
786. Carlo compie un terzo viaggio a Roma per arginare gli effetti di una possibile alleanza tra Arechi, duca di Benevento, e Bisanzio.
787. Spedizione contro il ducato di Benevento. Muore Arechi.
788. Viene destituito Tassilone, duca di Baviera e cugino di Carlo, che aveva tentato di allearsi con gli vari: viene cos soppresso lultimo ducato ereditario e la Baviera viene incorporata.
789. Spedizioni contro gli slavi: i franchi arrivano a toccare il Mar Baltico, alcune popolazioni vengono rese tributarie, vengono create delle marche.
791. Spedizione contro gli vari: dopo ripetute campagne verranno definitivamente assoggettati nel 796.
792. Pipino il Gobbo, primogenito di Carlo, prende parte a una congiura contro il padre; viene rinchiuso nel monastero di Plm. Nuova insurrezione dei sassoni.
794. Muore la moglie di Carlo, Fastrada.
796 805. Ad Aquisgrana viene edificata la Cappella palatina.
797. Secondo Capitulare Saxonicum.
798. Arno  arcivescovo di Salisburgo. Condanna delleresia adozionista proclamata da Felice vescovo di Urgel e da Elipando arcivescovo di Toledo.
799. In seguito a una cospirazione e a una rivolta, papa Leone Terzo (795 816) si rifugia presso Carlo, a Paderborn; ritorna a Roma nellautunno sotto la protezione delle armi franche. In seguito a uninsurrezione degli vari trova la morte Geroldo, prefetto di Baviera.
800. Muore Liutgarda, ultima moglie di Carlo. Viene emanato il Capitulare De Villis, che regola lamministrazione delle grandi propriet regie. La notte di Natale, Carlo viene incoronato imperatore da papa Leone Terzo a Roma.
801. Conquista di Barcellona; ambasceria di Harun ar Rashid.
804. A Tours muore Alcuino.
805. I notabili veneziani si riconoscono vassalli di Carlo. Viene avviata la campagna per la conquista della Boemia.
806. Carlo predispone le condizioni per la sua successione: il regno verr diviso tra i figli Carlo, Ludovico e Pipino in tre parti uguali.
806 810. Guerra franco bizantina.
810. Muore Pipino, re dItalia, gli succede il figlio Bernardo.
811. Muore Carlo, uno dei figli di Carlo.
812. Trattato di Aquisgrana: pace tra i franchi e i bizantini. Michele Primo, imperatore romano dOriente, riconosce Carlo imperatore dOccidente, in cambio della sovranit su Venezia, lIstria e la Dalmazia.
813. Carlo associa al trono Ludovico, lunico figlio superstite.
814. Carlo muore ad Aquisgrana.
...
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...
CRONOLOGIA COMPARATA.
...
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...
EUROPA OCCIDENTALE. EUROPA CENTRALE E MERIDIONALE.
600. Secolo Settimo. Bulgari e slavi si insediano nelle regioni balcaniche.
607. Il re longobardo Agilulfo si converte al cattolicesimo. Si afferma legemonia politica di Roma, ormai riconosciuta come centro della Cristianit.
c. 620. Guidati dal mercante franco Samo, gli slavi insorgono contro il dominio varo e costituiscono
nei territori di Boemia e Moravia il primo regno slavo.
626. Pavia  capitale del regno longobardo.
643. Editto di Rotari, prima raccolta scritta di leggi longobarde.
653. La conversione di Ariperto Primo al cattolicesimo segna il definitivo abbandono dellarianesimo da parte dei longobardi.
c. 690. Una parte del popolo dei bulgari dalla steppa russa meridionale si spinge a sud del Danubio.
700.
719 754. Evangelizzazione dei popoli della Germania.
722. San Bonifacio  nominato arcivescovo della Germania.
728.Il longobardo Liutprando concede la citt di Sutri al papa Gregorio Secondo: primo nucleo del cosiddetto Patrimonium Sancii Petri, che inaugura il potere temporale della Chiesa. Ripetute aggressioni longobarde contro Bisanzio (Esarcato, Pentapoli, ecc.)
750. Il longobardo Astolfo (749 756), occupando Ravenna e i territori del ducato di Roma, riapre il conflitto con la Santa Sede, che si allea con i carolingi.
753. Papa Stefano Secondo chiede protezione ai carolingi.
c. 755. Probabile redazione della Donatio Constantini, il documento falsificato che legittima le pretese di sovranit territoriale della Chiesa.
756. Pipino il Breve libera Roma dallassedio longobardo, il papa si pone sotto la sua protezione. Pipino costringe Astolfo a restituire esarcato di Ravenna, Pentapoli, ecc. (Donazione di Pipino), territorio che costituir lo Stato della Chiesa.
769. Il concilio del Laterano condanna gli iconoclasti.
772. Prime campagne militari di Carlomagno in Sassonia.
774. Carlomagno viene incoronato re dei longobardi.
800. Secolo Nono.
Gli arabi si impadroniscono della Sicilia e da l sferrano attacchi isolati in Italia meridionale. I vareghi fondano il principato di Kiev.
847. Le incursioni degli arabi arrivano a minacciare Roma.
862. In Germania cominciano le incursioni degli ungari.
880. I bizantini riprendono possesso dellItalia meridionale.
888. Berengario del Friuli  incoronato re dItalia.
900. Secolo Decimo.
906. Il regno di Moravia viene devastato dagli ungari, che si spingono fino alla Lombardia.
915. Berengario del Friuli  incoronato imperatore da papa Giovanni decimo.
924. Rodolfo di Borgogna assedia Berengario e lo uccide a Verona.
926. Ugo di Provenza sposa Marozia e diventa re dItalia.
933. Il re di Germania Enrico di Sassonia (919 936) ottiene una vittoria sugli ungari presso Riade che ferma la loro avanzata.
945. Berengario dIvrea si pone a capo dellinsurrezione contro Ugo di Provenza.
950. Berengario dIvrea  incoronato re dItalia.
955. Vittoria di Ottone Primo il Grande sugli ungari a Lechfeld.
962
Ottone I diviene re dItalia e imperatore: con lannessione della corona dItalia al Sacro
Romano Impero nasce il Sacro Romano Impero della nazione germanica.
973 983. Ottone Secondo.
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IMPERO DORIENTE. ASIA OCCIDENTALE E MONDO ISLAMICO.
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600.
605 614. I persiani prendono possesso dei territori orientali dellimpero bizantino e raggiungono la Calcedonia.
609 610. Inizio della predicazione di Maometto alla Mecca.
622. Egira: Maometto si rifugia a Medina, dove fonda la prima comunit musulmana e avvia lunificazione religiosa e politica di tutte le trib arabe.
627. Eraclio invade limpero persiano e occupa Ctesifonte.
628. Alla morte di Cosroe scoppia la guerra civile in Persia.
630. Maometto conquista la Mecca, la nuova dottrina islamica trionfa in tutta lArabia.
632. Muore Maometto.
632 670. Gli arabi musulmani conquistano progressivamente Asia Minore, Egitto, Persia, Rodi e Africa bizantina, sottraendo territori agli imperi persiano e bizantino e sovvertendo ovunque istituzioni religiose, culturali ed economiche.
660. Muawija, della dinastia degli umayyadi, trasferisce la capitale a Damasco.
700.
712. Gli arabi occupano il Sindh e il Khorasan.
751. Gli arabi sottomettono il Turkestan. La dinastia degli umayyadi  deposta dagli abbasidi e si rifugia in Spagna, dove fonda lemirato indipendente di Crdoba (755).
762. Gli abbasidi trasferiscono la capitale a Baghdad, citt di nuova fondazione.
800. Secolo nono. Gli arabi si espandono in Sicilia e nellItalia meridionale. Si indebolisce lautorit dei califfi di
Baghdad.
813 840. Massimo sviluppo dellera abbaside.
877. In Mesopotamia scoppia la rivolta egalitaria dei cannati che arriva a fondare un principato indipendente nel golfo Persico e a minacciare la Mecca.
879 Legemonia dei saffaridi su tutte le regioni orientali dellIslam viene riconosciuta dal califfo.
900.
912 920. Primi tentativi dei fatimidi di conquistare lEgitto.
921 922. Il Marocco  conquistato dai fatimidi.
969. Anche lEgitto  conquistato dai fatimidi.
973. Viene fondato Il Cairo.
988. Viene completata loccupazione di Siria e Palestina da parte dei fatimidi.
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ALTRE PARTI DEL MONDO.
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600. Secoli sesto e settimo. La Cambogia getta le basi dellimpero khmer occupando la zona del medio Mekong.
Secolo settimo. Gli arabi occupano lAfrica bizantina, ormai in balia dei predoni berberi e dei conflitti religiosi
provocati dalle eresie cristologiche.
600 650. Dinastie del Deccan lottano per legemonia dellIndia, mentre linduismo si riafferma sul buddismo.
626 649. In Cina la rinascita politica e culturale promossa da Tai tsung, fondatore della dinastia Tang, succede a un periodo di anarchia.
679. Viene fondato il protettorato dellAnnam.
700. Secolo Ottavo. Periodo di maggiore sviluppo dellantico impero maya. In India il prevalere dei particolarismi infida lunit politico culturale.
700 800. Apogeo del primo maya. Progressi cruciali nel campo dellastronomia e dellaritmetica.
712 756. Hiuan tsung spinge i confini del protettorato cinese fino a Taskent.
c. 740. In Mongolia, i turchi uiguri fondano un grande impero che sar alleato della Cina per pi di un secolo.
757 768. Gli arabi conquistano i territori afghani e il Punjab.
c. 790. In Africa ocridentale viene fondato il regno del Ghana.
800. Secolo nono. Declino dellantico impero maya. Nel Sahara occidentale viene fondato uno stato berbero.
800 925. Scompare la civilt maya.
802 854. Limpero khmer ritrova la sua originale unit sotto la guida di Djayavarman Secondo.
822. I tibetani stipulano una pace con la Cina.
847. Cessano in Cina le persecuzioni contro il buddismo.
850 1000. Nasce la cultura mixteca.
860 870. Nel Mar del Giappone imperversa la pirateria.
Secoli nono e decimo. Fiorisce la civilt di Teotihuacan sullaltopiano messicano.
900.
900 1200. In Per  il periodo della civilt detta di Tihuanaco.
Secolo decimo. In Giappone la famiglia aristocratica dei Fujiwara si impossessa delle pi importanti cariche dellesercito e dellamministrazione. In Ghana, limpero vive il suo massimo sviluppo. Fra lo Yucatan e laltopiano messicano fiorisce la civilt zapoteca. Nella zona delle Ande settentrionali si sviluppa la civilt mochica, mentre al Sud si insedia la civilt di Nazca. In Etiopia si chiude il regno di Axum.
907 923. Il regno degli ultimi Tang si indebolisce favorendo la nascita di diversi principati.
c. 940. Gli annamiti si emancipano dalla dominazione cinese dando vita a un regno indipendente con capitale Hanoi.
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CULTURA.
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600. Secolo Settimo. In Cina vengono fabbricati specchi e lenti ustorie col vetro. Una florida industria dei vetro si
sviluppa in Siria. In Cina viene introdotto luso delle staffe.
Secoli Settimo Ottavo. Primi esperimenti arabi nel campo dellalchimia.
Secoli Settimo Ottavo. Fusione delle prime campane in bronzo.
687 691. A Gerusalemme viene edificata la moschea di Umar.
700. Secolo ottavo. Luso delle lettighe viene sostituito a quello della vettura.
Secolo ottavo Le chiese vengono dotate delle prime torri campanarie.
Secolo ottavo nono. Classificazione dei minerali nelle tre categorie di spiriti, metalli e sostanze non malleabili.
c. 730. Prima comparsa dello zero in un testo indiano di astronomia e astrologia.
c. 750. Larte di fabbricare la carta viene introdotta presso gli arabi da alcuni prigionieri cinesi.
773. Viene definita la numerazione araba.
781. Carlomagno fonda la Schola Palatina.
800.
c. 800. Un grande ponte di barche e botti viene fatto costruire da Carlomagno sul Danubio.
Secolo nono. In Persia viene commercializzata lacqua distillata.
Secolo nono. In Inghilterra vengono introdotti i primi mulini ad acqua per macinare il grano.
c. 807. Il califfo Harun ar Rashid dona a Carlomagno una clessidra idraulica con figure meccaniche.
813. A Baghdad viene fondata la Casa della scienza.
823 857. In Francia, a Le Mans, viene costruito il primo acquedotto medievale conosciuto.
c. 850. A Crdoba lemiro fa lastricare le vie della citt.
868. In Cina viene prodotto il primo libro silografato conosciuto.
c. 869. Scoto Eriugena scrive il De divisione naturae.
Fine secolo nono.
Si diffonde nellimpero bizantino e in Occidente la bardatura moderna per il cavallo: la sella con le staffe, le briglie attaccate al morso e i ferri per gli zoccoli.
900. Inizio secolo decimo. Nei cantieri bizantini vengono costruiti dromoni e galee.
c. 900. In Egitto gli arabi introducono larte di fabbricare la carta.
910. Guglielmo dAquitania fonda il monastero di Cluny.
Secoli. decimo 13esimo. In Asia e in Europa vengono diffuse le porcellane cinesi della dinastia Sung.
c. 950. Versione persiana delle Mille e una notte.
c. 975 Il medico persiano Abu Mansur nel suo manuale Trattato di fondamenti farmacologici attesta limpiego in medicina di acidi vegetali e di svariati composti chimici.
980 1037. Nascita e morte del filosofo persiano Ibn Sina, in latino designato come Avicenna.
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FINE.